San Giovenale 2000

San Giovenale 2000

 Testimoni dell’amore


Care sorelle e fratelli,


 


sono appena giunto in Diocesi ed è per me particolarmente significativo celebrare con voi in questo anno giubilare la festa del santo patrono  della città di Narni, San Giovenale. Ed è bello ritrovarci qui, in questa cattedrale che è fondata sulla tomba del santo vescovo, che è stato fedele al Vangelo sino a dare la sua stessa vita per il Signore. Su questa sua fedeltà al Vangelo è fondata non solo la cattedrale, ma la stessa città di Narni; e da tanti secoli. Gregorio Magno, nei suoi Dialoghi, elogia il vescovo Giovenale e il suo successore Cassio che difese Narni durante l’occupazione di Totila. E Cassio traeva la sua forza dalla celebrazione quotidiana dell’eucarestia sulla tomba di Giovenale. E’ perciò sulla testimonianza al Vangelo di questi due santi vescovi che è fondata la nostra stessa convivenza odierna. A ragione i nostri padri hanno affidato Narni a San Giovenale come protettore, come “defensor civitatis”. Allontanarsi da questa memoria significa rendere la vita di Narni meno forte, meno sicura.


Ovviamente non basta una festa esteriore per cogliere la ricchezza di questo santo martire, per comprendere la forza di questa tradizione che ha traversato i secoli. Voi avete intuito che è necessario tornare alle fonti, tanto che riprendete le usanze dei secoli passati nei costumi medievali. Ma non sono certo solo gli elementi esteriori che rendono salda e ricca una tradizione! E’ necessario cogliere la linfa che li ha sorretti. Per questo dobbiamo legarci alla testimonianza di san Giovenale che ancora oggi insegna ad amare il Signore e gli altri più di noi stessi. Egli non ha avuto timore di annunciare il Vangelo, non si è tirato indietro di fronte alle minacce e alle difficoltà, non è fuggito per salvare la sua vita. Come Gesù, Giovenale ha voluto salvare gli altri spendendo tutta la sua vita per la città. Sapeva bene infatti che solo il Vangelo avrebbe reso liberi gli uomini e le donne di Narni dalla schiavitù degli idoli. Per questo non cedette alle pressioni a cui era sottoposto per rinnegare il suo Signore.


L’amore per Gesù e per il Vangelo lo rese più forte dei potenti di allora. Egli che era un uomo buono, seguendo il Vangelo divenne anche forte. Un teologo contemporaneo, martirizzato dai nazisti, scriveva alcuni decenni or sono: “Cristo fa l’uomo non soltanto buono, ma forte. Questa forza non è l’arroganza, non è l’aggressività, non è la prepotenza, non sono i giudizi, non è la forza gridata delle campagne elettorali, delle guerre, di chi fa carriera, di chi guadagna molto, di chi si impone o di chi si umilia, ma è la forza dell’amore. Più forte della morte, dell’odio, delle malattie, della povertà, delle dittature, del potere è l’amore”. Sì, l’amore è forte e compie miracoli. E Narni li ha visti i miracoli quando ha accolto la testimonianza dei santi. L’esempio di Francesco d’Assisi, che soggiornò varie volte a Narni, è illuminante. Un certo Pietro, paralizzato, quando seppe che Francesco era giunto in città, supplicò il vescovo perché glielo mandasse. Ebbene, quest’uomo appena vide il santo e parlò con lui, sentì una gioia così profonda da alzarsi guarito dal suo male. Sì, l’amore ci fa alzare dalla paralisi che ci lega a noi stessi.


Gesù per primo ha dato l’esempio dell’amore per gli altri. Lo abbiamo visto durante la settimana santa: Egli ha amato gli uomini sino alla fine, e per questo è risuscitato dai morti ed ora, risorto, vive ancora accanto a noi. Giovenale che l’ha seguito sulla via dell’amore è ora accanto a Lui nel cielo e, assieme a Gesù, è in mezzo a noi. Sì, vorrei dire che san Giovenale continua ad annunciare il Vangelo qui a Narni, continua la sua lotta per liberare questa città dalla schiavitù dei tanti idoli ai quali noi continuiamo a offrire sacrifici. Sono idoli diversi da quelli del tempo di Giovenale, forse più sofisticati ma certo ben più insidiosi. E noi spendiamo tanta parte della nostra vita per coltivare solo le nostre cose, i nostri interessi, il nostro egoismo, quello personale e anche quello cittadino senza riuscire ad alzare lo sguardo oltre noi stessi. Pensiamo così di arricchirci. In verità ci impoveriamo e intristiamo.


Care sorelle e cari fratelli, oggi, il santo vescovo Giovenale ci raccoglie tutti assieme perché viviamo il comandamento che Gesù ci ha donato: “Vi do un comandamento nuovo: di amarvi gli uni gli altri; come io ho amato voi, così voi amatevi gli uni gli altri”. Sono parole che se ascoltate cambiano la faccia di Narni. Ascoltiamole! Facciamo nostre queste parole e, ne sono certo, Narni risplenderà di luce nuova, risplenderà, appunto, della luce dell’amore. A che serve una città, anche se posta in alto, se è buia? Così è della nostra città quando ognuno è chiuso in se stesso e rinserrato nelle ristrette mura del proprio egoismo. Arroccarsi significa intristirsi, spegnersi e alla fine morire. Altro è il senso della consegna dei ceri che già ieri sera avete fatto e che stamane continuano a fare le le parrocchie: ognuna consegna un cero, segno della luce dell’amore che deve ardere in quella parrocchia. Questa è la vocazione che auspico per Narni e per ogni parrocchia. Scrive l’apostolo Paolo: “Vi esorto, dunque io, prigioniero nel Signore, a condurre una vita degna della vocazione a cui foste chiamati, in tutta umiltà, sopportandovi gli uni gli altri con amore e studiandovi di conservare l’unità di spirito mediante il vincolo della pace”.

La vocazione a cui siamo chiamati, fratelli e sorelle, è quella di entrare in questo nuovo millennio con un cuore più largo, con un cuore più generoso, con la lampada dell’amore accesa. E ricordiamoci che nessuno ha l’amore per istinto. Non credete a coloro che vi dicono: io sono buono di carattere. Può forse una candela accendersi da se stessa? C’è sempre bisogno che la fiamma venga da fuori. E quando e dove allora si accende la lampada dell’amore? L’amore si accende la domenica a Messa. Torniamo a Messa la domenica e rendiamola la festa comune della famiglia del Signore. Ogni domenica è Pasqua; giorno in cui annunciamo la vittoria della vita sulla morte, dell’amore sulla sull’odio. Sì, la Messa salva Narni. La Messa della domenica ci salverà da una vita triste e ripiegata su noi stessi perché ci costruisce come una grande famiglia: qui ascoltiamo il Vangelo, qui partecipiamo alla comunione con il corpo stesso di Gesù, qui riceviamo nel nostro cuore sentimenti buoni, qui siamo resi più forti per contrastare il male. Sì, la domenica salva la nostra vita, salva la vita di Narni, salva la vita delle nostre parrocchie.