Pellegrinaggio ad Assisi della Comunità di Sant’Egidio

Pellegrinaggio ad Assisi della Comunità di Sant'Egidio

Pellegrinaggio Assisi 2006


 


Pellegrini


 


Siamo venuti come pellegrini ad Assisi, una città che conserva la memoria di Francesco e che Giovanni Paolo II ha trasformato, sulla scia della testimonianza di Francesco, in luogo santo per invocare la pace. E’ una santuario singolare. Non si viene qui per chiedere grazie e guarigioni. Si viene per incontrare Francesco, un uomo che ha vissuto il Vangelo alla lettera. Potremmo dire che è un luogo ove si incontra un uomo divenuto “icona” del Vangelo. Sono passati esattamente 800 anni da quando Francesco udì la voce del crocifisso e convertì il suo cuore alla vita evangelica. E sono 20 anni dallo storico incontro di preghiera per la pace che avvenne appunto il 26 ottobre di venti anni fa. Due eventi che vediamo strettamente legati: non ci sarebbe stato il secondo se Francesco non avesse ascoltato quella voce e non avesse obbedito. Ancora una volta vediamo realizzarsi il miracolo del Vangelo: la conversione del cuore di una persona può provocare cambiamenti impensabili. Noi siamo qui per cogliere questo mistero e per cercare di viverlo come possiamo.


 


Veniamo tutti dall’Italia ma apparteniamo a tanti paesi…e ci unisce un legame con la Comunità di Sant’Egidio. Non è un caso che siamo qui assieme accompagnati dalla Comunità. E’ un dono che il Signore ci fa e che vogliamo vivere assieme. Con vari di voi ci conosciamo, con alcuni siamo anche venuti già altre volte pellegrini ad Assisi. Ci unisce comunque tutti il desiderio di vivere uno spirito di fraternità che ci aiuti a vivere secondo il Vangelo e a svolgere il ministero pastorale nello spirito che respiriamo nella vita della Comunità.


 


Essere pellegrini vuol dire non solo uscire dalle proprie occupazioni di sempre, e non è facile per noi preti allontanarcene. Ma è soprattutto difficile uscire dal nostro cuore, dalle nostre preoccupazioni, dal nostro essere adulti sicuri che in genere perché adulti non ascoltiamo. Non solo non siamo abituati, ma poiché spesso dobbiamo parlare agli altri noi abbiamo perso anche l’abitudine ad ascoltare. Ma ecco il dono di questo pellegrinaggio, strappato alle abitudini, che ci porta verso un luogo santo che ci parla. Sì, in queste poche ore ascolteremo, contempleremo luoghi santi. E solo dopo aver ascoltato e aver visto dovremo rientrare in noi stessi e confrontarci con quel che abbiamo visto e udito. Ed è una cosa bella, vicina a quel che Gesù diceva alle folle: “Beati voi che vedete quel che vedete e udite…molti….


 


 


Nella Comunità sono ben presenti questi due eventi: la testimonianza di Francesco e gli Incontri di preghiera per la pace. Questa sera vorremmo fermarci sulla vicenda di Francesco d’Assisi e su come la Comunità di Sant’Egidio lo ha incrociato.


 


L’incontro con il lebbroso


 


Due incontri segnano l’inizio della vita nuova di Francesco: quello con il lebbroso e quello con il Crocifisso della piccola chiesa di San Damiano. Nel Testamento, scritto qualche ora prima della morte, Francesco ricostruisce così la storia della sua conversione: “Il Signore concesse a me, frate Francesco, di cominciare così a far penitenza, poiché, essendo io nei peccati, mi sembrava cosa troppo amara di vedere i lebbrosi. E il Signore mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro, mi fu cambiato in dolcezza di anima e di corpo”.


Quell’incontro segna l’inizio di una vita nuova per Francesco, figlio di un ricco mercante di Assisi. Egli viveva una vita tranquilla, come tanti giovani di allora. Ma un’ansia di felicità gli bruciava nel cuore. Dovette uscire da Assisi, anche solo di poco, appena fuori le mura, e lì un giorno si imbatté in un lebbroso. I lebbrosi erano tanti a quel tempo. Erano poveri e deformi; si pensava che la lebbra fosse contagiosa e per questo i malati dove­vano vivere fuori delle città. Nei loro confronti veniva applicato quel che si dice nel libro del Levitico (Lv.13, 45-46): “Il lebbroso colpito dalla lebbra porterà vesti strappate e il capo scoperto, si coprirà la barba e andrà gridando: Immondo! Immondo! Sarà immondo fin­ché avrà la piaga; è. immondo, se ne starà solo, abiterà fuori dell’accampamento”, cioè fuori della città.


Francesco appena vede il lebbroso istintivamente vuole evitare l’incontro, vince la paura, scende da cavallo, fa l’elemosina al lebbroso e lo bacia. L’elemosina non era infatti sufficiente, bisognava compiere un gesto d’a­more, un gesto d’affetto personale. Questo gesto compiuto nei confronti di un uomo così malato e così disprezzato segna un cambiamento radicale dei suoi gusti di vita. Lo rivela lo stesso Francesco nel Testamento: “Quello che pri­ma era amaro mi diventò dolce”. E’ come dire che a Francesco quell’incontro cambiò il gusto, il sapore della vita. Comin­ciò infatti a frequentarli, vin­cendo sempre più se stesso fino ad avere piacere di stare con loro. Scrive il Celano: “Il Santo si reca tra i lebbrosi e vive con essi, per servirli in ogni necessità per amore di Dio. Lava loro i corpi in decomposizione e ne cura le piaghe virulenti…La vista dei lebbrosi, infatti, come egli attesta, gli era prima così insopportabile, che non appena scorgeva a due miglia di distanza i loro ricoveri, si turava il naso con le mani”. Insomma, stando accanto ai lebbrosi inizia una nuova vita per Francesco, una vita più “dolce”. E’ un esempio che a Sant’Egidio cerchiamo di vivere. E chi di voi ne è partecipe se ne rende conto personalmente. L’incontro con i poveri cambia non solo il cuore ma anche il modo e il gusto di vivere. E’ il senso di quel detto di Gesù che Paolo riporta nel suo discorso agli anziani di Efeso: “C’è più gioia nel dare che nel ricevere”.


L’incontro con i poveri allarga e affina gli occhi del cuore. Ci libera dalla cecità del cuore del sacerdote e del levita della parabola e ci apre alla compassione del buon samaritano. E’ purtroppo sempre più normale per la nostra società, ed anche per noi stessi che di essa siamo figli, essere guidati dall’istinto ad andare oltre, a passare dall’altra parte, quando vediamo un povero. Ma se ci fermiamo vuol dire scendere dal cavallo del nostro egocentrismo e avvicinarci al Signore. E’ una legge evangelica chiarissima, come stesso dice: “Ciò che avete fatto ad uno solo di questi piccoli, l’avete fatto a me”. E Francesco, affinato dall’incontro con il Signore, poté contemplare il suo volto nel Crocifisso di san Damiano e ascoltare la sua voce.


 


Il Crocifisso di san Damiano


 


Nella Vita seconda si narra: “Era già del tutto mutato nel cuore e prossimo a divenirlo anche nel corpo, quando, un giorno, passò accanto alla chiesa di San Damiano, quasi in rovina e abbandonata da tutti. Condotto dallo Spirito, entra a pregare, si prostra supplice e devoto davanti al Crocifisso e, toccato in modo straordinario dalla grazia divina, si ritrova totalmente cambiato. Mentre egli è così profondamente commosso, all’improvviso – cosa da sempre inaudita!(Gv 9,32) – l’immagine di Cristo crocifisso, dal dipinto gli parla, movendo le labbra. «Francesco, – gli dice chiamandolo per nome (Cfr Is 40,26) – va’, ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina». Francesco è tremante e pieno di stupore, e quasi perde i sensi a queste parole. Ma subito si dispone ad obbedire e si concentra tutto su questo invito. Ma, a dir vero, poiché neppure lui riuscì mai ad esprimere la ineffabile trasformazione che percepì in se stesso, conviene anche a noi coprirla con un velo di silenzio.


Da quel momento si fissò nella sua anima santa la compassione del Crocifisso e, come si può piamente ritenere, le venerande stimmate della Passione, quantunque non ancora nella carne, gli si impressero profondamente nel cuore. Cosa meravigliosa, mai udita! chi non è colpito da meraviglia? E chi, o quando mai ha udito qualcosa di simile? Nessuno potrà dubitare che Francesco, prossimo a tornare alla sua patria, sia apparso realmente crocifisso, visto che con nuovo e incredibile miracolo Cristo gli ha parlato dal legno della Croce, quando – almeno all’esterno – non aveva ancora del tutto rinunciato al mondo! Da quel momento, appena gli giunsero le parole del Diletto, il suo animo venne meno (Cfr. Ct 5,6). Più tardi, l’amore del cuore si rese palese mediante le piaghe del corpo”.


Questo episodio accadde esattamente 800 anni fa. E noi ci accostiamo ad esso con l’attenzione del cuore per accogliere nel nostro cuore quella compassione che entrò nel cuore di Francesco: “Da quel momento si fissò nella sua anima santa la compassione del Crocifisso”. L’ascolto della voce di Gesù, l’ascolto del Vangelo, ci dona la sua stessa compassione che diviene come una energia che guida i nostri passi. Quel che conta è accoglierla e metterla in pratica. E’ quel che avvenne in quel lontano giorno di 800 anni fa. Francesco aveva capito che doveva restaurare quella chiesetta e iniziò a farlo. Sì, partì dal restauro delle mura: prese i soldi del padre e si mise a siste­mare quella piccola chiesa.


Ma man mano che metteva in pratica quel che aveva ascoltato comprese che la casa del Signore era più grande: era la Chiesa, la famiglia di Dio. Questa era la casa che bisognava restaurare. Francesco comprese che quelle parole di Gesù erano un ap­pello a vivere in modo rinnovato la Chiesa di quel tempo che minacciava di cadere in rovina per colpa degli uomini. Ed è questo il senso del sogno che fece il Papa la notte prima di ricevere Francesco. Si narra in alcune biografie che il papa sognò che si trovava nel palazzo del Laterano, accanto alla cattedrale di Roma, e vide che stava crollando poco a poco: le mura si crepavano ma lui, il papa, non riusciva a far nulla. All’improv­viso apparve sulla piazza un uomo piccolo e minuto, vestito malamente, che si appoggiò al muro e con le sue spalle riuscì a sostenere la basilica in rovina. Era Francesco, chiamato a restaurare la piccola chiesa di San Damiano, ma anche altre chiese, come quella più grande a Roma.


Il giovane ricco, figlio di un mercante, dopo avere incon­trato il lebbroso e i poveri, aveva incominciato il restauro della casa del Signore. Aveva, cioè, trovato finalmente la sua strada. Il padre, Bernardone, ormai stanco delle “stra­nezze” del figlio, intentò un processo contro il figlio Francesco. La Leggenda dei Tre Compagni racconta che “Il vescovo gli disse: «Tuo padre è arrabbiato con te ed è molto alterato per causa tua. Se vuoi esse­re servo di Dio, restituiscigli i soldi che hai, oltretutto è ric­chezza forse di mal acquisto, e Dio non vuole che tu spenda a beneficio della Chiesa i guadagni del padre tuo, La sua col­lera sbollirà, se recupera il denaro, Abbi fiducia nel Signore, fi­glio mio, e agisci con coraggio. Non temere, poiché l’Altissi­mo sarà tuo soccorritore, e ti largirà in abbondanza quanto sa­rà necessario per la sua Chiesa». France­sco si alzò, lieto e confortato dalle parole del vescovo, e traendo fuori i soldi, li ridiede al padre dicendo: «Messere, non soltanto il denaro ri­cavato vendendo la sua roba, ma gli restituirò di tutto cuore anche i vestiti». Entrò in una camera, si spogliò completamen­te, depose sui vestiti il gruzzolo, e uscendo nudo alla presen­za del vescovo, del padre e degli astanti, disse: “Ascoltate tut­ti e cercate di capirmi. Finora ho chiamato Pietro di Bernar­done padre mio. Ma dal momento che ho deciso di servire Dio, gli rendo il denaro che tanto lo tormenta e tutti gl’indu­menti avuti da lui. D’ora in poi voglio dire: ” Padre nostro, che sei nei cieli”, non più ” padre mio Pietro di Bernardone»”.


In Francesco si compiva la conversione del giovane ric­co, come si legge nel Vangelo: egli perdeva i suoi beni e si fa­ceva mendicante. Il suo gesto non era contro il padre: era piut­tosto contro l’orgoglio che è dentro di sé. Francesco era stato un giovane presuntuoso e ricco, ma imparò che l’uomo orgo­glioso è un ladro del tesoro di Dio. La conversione della sua vi­ta fu passare dall’orgoglio all’umiltà. Dice nella sua Regola: “Scongiuro, nella carità che è Dio, tutti i miei frati cerchino di non gloriarsi, né di godere tra sé, né di esaltarsi dentro di sé delle buone parole e delle opere; anzi di nessun bene che Dio dice, o fa, o opera, talora in loro e per mezzo di loro”3.


In Francesco, con la liberazione dall’amor proprio e dall’amore per sé, si compiva la conversione del giovane ricco che vendeva i suoi beni e li dava ai poveri, facendosi mendicante: “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo, poi vie­ni e seguimi” (Mt. 19,21), dice il Signore Gesù al giovane ricco. Nel Vangelo di Matteo si legge che il giovane che ave­va ascoltato la parola di Gesù se ne andò via triste, perché aveva molte ricchezze. Orgoglio e tristezza vanno infatti in­sieme mentre gioia e umiltà rappresentano i sentimenti nuovi. E’ una lezione che anche noi preti, e vescovi, dovremmo apprendere con maggiore coraggio. Mi chiedo se tanti nostri problemi, anche personali, certamente pastorali, non derivino dal fatto che non abbiamo capito bene e tanto meno attuato questa pagina evangelica. Forse anche noi, preoccupati come i discepoli davanti alla rinuncia del giovane ricco, pensiamo che questo è davvero difficile. Francesco ci dice con la sua vita che è possibile il miracolo di un uomo ricco che, come un cammello, passa per la cruna di un ago. Non se ne andò triste come quel giovane, fu invaso dalla “perfetta letizia”.


 


La sola regola è il Vangelo


 


Francesco riappare ad Assisi come un singolare mendicante: stava con i poveri e predicava il Vangelo. Molti accorrevano per ascoltarlo e alcuni iniziarono a seguirlo. Non aveva un progetto, un piano, una strategia. Spesso noi siamo schiavi di piani e strategie. Aveva solo la passione per il Vangelo che ascoltava ogni giorno e cercava di mettere in pratica quotidianamente alla lettera e stava con i poveri. Nel Testamento ricorda quei giorni: “Dopo che il Signo­re mi donò dei frati – cioè dei fratelli – nessuno mi mostrò che dovessi fare, ma lo stesso Signore mi rivelò che dovevo vi­vere secondo il Vangelo e con poche parole, semplicemente lo feci scrivere e il Signor Papa me lo confermò. E quelli che venivano con noi davano tutto ai poveri ed erano contenti di una sola tonaca rappezzata dentro e fuori e, quelli che vole­vano, del cingolo e delle brache e non volevano avere di più”. E’ una vicenda analoga anche alla nascita della Comunità di Sant’Egidio. Non nasciamo da associazioni esistenti, e tanto meno da programmi presi da qualche libro o accolti da qualche congresso. Andrea iniziò ascoltando il Vangelo e con qualche amico ad andare a servire i poveri in una borgata di Roma. Non era tutto chiaro e tanto meno senza difficoltà e opposizioni. In un particolare momento, quando decidemmo di uscire dai piccoli gruppi di scuola per andare in periferia scoprimmo la figura e la testimonianza di Francesco. Fu particolarmente importante per noi. E Assisi resta per noi un luogo santo a cui tornare per attingere la freschezza e la forza del Vangelo.


Francesco si chiese quale fosse il cammino che doveva prendere il piccolo movimento che stava nascendo. La risposta arrivò per Francesco un giorno, nella piccola cappella della Porziuncola, mentre ascoltava la lettura del Vangelo di Matteo al capitolo 10: “Pre­dicate che il Regno dei cieli è vicino; guarite gli infermi, re­suscitate i lebbrosi, cacciate i demoni, gratuitamente avete ri­cevuto, gratuitamente date; non procuratevi oro, né argento, né monete di rame nelle vostre cinture, né bisacce da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone perché l’operaio ha di­ritto al suo nutrimento. In qualunque città o villaggio entria­te, fatevi indicare se vi sia qualche persona degna e là rima­nete fino alla vostra partenza. Entrando nella casa rivolgete­gli il saluto. Se questa casa ne sarà degna, la vostra pace scen­da su di essa”. Le Fonti Francescane narrano che “allora, rag­giante di gioia, [Francesco] esclamò: «È proprio quello che bramo realizzare con tutte le mie forze!.”4.


Ancora una volta, per Francesco, la luce è venuta dal Vangelo. Francesco fu felice di quella fraternità generata appunto dal Vangelo. A quell’epoca ogni abate, ogni fondatore di ordine religioso creava monasteri, chiese, cappelle, ma Francesco ordinò ai suoi di non costruirsi grandi luoghi e di andare per strada a parlare con la gente. Voleva che i suoi frati non avessero conventi, né chiese, né campi, né vigne, che non usassero la pel­liccia (anche se d’inverno faceva freddo), ma indossassero solo una tonaca di lana con cappuccio, che era il vestito dei poveri. E se veniva data un’elemosina, non dovevano tenerla per loro, ma metterla in comune e preoccuparsi dei poveri. Con la predicazione e più ancora con l’esempio dovevano in­fatti insegnare il distacco dal mondo.


Che cosa voleva dire? I frati stavano nel mondo, in mezzo alla gente. Non si chiudevano nelle loro case per starsene tranquilli e per pensare a sé, ma stavano là do­ve tutti vivevano. Stavano in mezzo alla gente. E soprattut­to dovevano “essere lieti” quan­do vivevano “tra persone di poco conto e disprezzate, tra poveri e deboli, tra infermi e lebbrosi e tra i mendicanti lun­go la strada”6.  C’è in questo atteggiamento l’intero insegnamento biblico di Dio che si fa accanto ai deboli e ai poveri. Ogni volta che si riscopre il Vangelo ci si trova accanto ai poveri e viceversa. E via via si allargava quel movimento Francesco comprese che non bisognava perdere tempo in discussioni interne o in liti, ma occorreva andare in giro, per strada, e stare tra la gente. Non bisognava chiudersi nei con­venti o restare schiavi delle proprie abitudini. La sua fraterni­tà doveva diventare come una grande rete gettata nel mondo, una realtà nuova dove non sono le leggi ad unire, ma lo spi­rito d’amore che si condivide.


A questo movimento, cresciuto con grande entusiasmo, Francesco aveva proposto la forma di vita del Vangelo: biso­gnava parlare del Vangelo a tutti, senza escludere nessuno; non dovevano giudicare o fare preferenze: “Esorto i frati di non disprezzare e non giudicare gli uomini che vedono vestiti an­che con abiti ricchi, ma piuttosto ciascuno giudichi e dis­prezzi se stesso”8. Con la scelta di comunicare il Vangelo nella lingua di tutti, l’italiano, Francesco riavvicinava il Vangelo alla gente. In quegli anni c’erano altri gruppi che proponevano nuove esperienze religiose, parlando anche loro la lingua del popolo: erano i gruppi eretici, le sette che si distaccavano dalla Chiesa. Il pericolo di ogni setta è quello di credere di es­sere gli unici a possedere la verità e di giudicare gli altri sen­tendosi migliori. Per Francesco occorreva solo vivere “davvero” il Vangelo incarnandolo nella sua generazione.


Aveva una venerazione per quelle pagine che gli avevano cambiato la vita e continuavano a illuminare i suoi passi. Nella Lettera al capitolo generale scrive: “Ammonisco tutti i miei frati e in Cristo li conforto perché, ovunque troveranno le divine parole scritte, come possono, le venerino e, per quanto spetti ad essi, se non sono ben custodite o giacciono sconvenientemente, disperse in qualche luogo, le raccolgano e le custodiscano onorando nella sua parola il Signore che ha parlato. Molte cose, infatti, sono santificate mediante le parole di Dio, e in virtù delle parole di Cristo si celebra il sacramento dell’altare”(FF 225, p.165). Il Celano, nella Vita prima, scrive: “Egli infatti non era mai stato un ascoltatore sordo del Vangelo, ma, affidando ad una encomiabile memoria tutto quello che ascoltava, cercava con ogni diligenza di eseguirlo alla lettera”(FF 357, p. 429).


 


Francesco e l’amore per l’Eucarestia


 


L’amore per il Vangelo andava di pari passo con quello dell’Eucarestia. Ed è questo il motivo che faceva sgorgare un amore incredibile di Francesco per i sacerdoti. Nel Testamento scrive: “Faccio questo perché, dell’altissimo Figlio di Dio nient’altro io vedo corporalmente, in questo mondo, se non il santissimo corpo e il sangue suo che essi soli consacrano ed essi soli amministrano agli altri. E questi santissimi misteri sopra ogni cosa voglio che siano onorati, venerati e collocati in luoghi preziosi”(FF 113-114, p. 131). L’amore per l’Eucarestia bruciava nel cuore di Francesco. Grande fu la sua attenzione perché ci fosse rispetto e decoro per essa. Ma non doveva diventare una sorta di devozione. L’Eucarestia doveva essere l’incontro vero con Gesù.


L’evento di Greccio è emblematico. Francesco voleva incontrare Gesù veramente presente. Era il 1223 e Francesco disse al suo amico Giovanni Velita disse: “Quest’anno voglio vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato Gesù nel nascere”. Francesco non voleva fare una sacra rappresentazione, come in genere si pensa. Voleva “vedere”, toccare con mano, potremmo dire, l’amore di Dio che pur di starci accanto accettò di nascere nel freddo di questo mondo. Era il freddo dell’egoismo e della fame, dell’ingiustizia e della guerra. Gesù è venuto per ridare agli uomini il calore dell’amore. Ma questo mistero di amore si realizza ogni volta che si celebra la Messa. Ogni Messa è Natale. Francesco lo diceva spesso ai suoi frati: “Vedete, ogni giorno il Figlio di Dio si umilia, come quando dalla sede regale scese nel grembo della vergine, ogni giorno viene a noi in umile apparenza; ogni giorno discende dal seno del Padre sopra l’altare nelle mani del sacerdote. E come ai santi Apostoli apparve in vera carne, così ora si mostra a noi nel pane consacrato”. E quella notte, il presepe non fu una sacra rappresentazione, ma la celebrazione della Messa su una mangiatoia, nel freddo e nella povertà di una stalla. Francesco in quella stalla cantò il Vangelo ed ebbe in visione il Bambino e lo accolse nell’Eucarestia. Fu questo il presepe di Francesco. E’ il presepe di ogni domenica. Potremmo dire: il presepe a Betlemme e l’altare nella chiesa. L’altare perciò è il vero presepe: qui il Signore nasce ogni volta che si celebra la Messa.


 


Francesco e la pace


 


La società dell’epoca (l’Umbria, l’Italia centrale, Roma e un po’ tutto il Mediterraneo), era piena di violenza e la cultu­ra delle armi era molto sviluppata. Per questo tra le prime preoccupazioni di Francesco c’era la pace. Le città e i villaggi erano scossi da conflitti, le strade piene di agguati e la vendetta era molto diffusa. Tutta la vita di Francesco venne segnata dall’aspirazione alla pace e dal riavvicinamento degli uomini in guerra tra lo­ro. Fu lui a portare riconciliazione tra il gruppo del vescovo e quello del sindaco di Assisi. Li convocò assieme nella piazza del vescovado, non prese parte né per l’uno né per l’altro, ma fece cantare da due frati: “Laudato sì, mio Signore per quelli che perdonano per lo tuo amore e sostengono infirmitate e tribulazione, beati quelli che sosteranno la pace, che da Te, Altissimo, saranno incoronati”. Dopo il canto i due decisero di fare pace.


Sono tante inoltre le storie di “lupi” ammansiti da Fran­cesco. Si trattava di uomini violenti che, con l’impiego delle armi, gettavano nel terrore intere regioni e città. La storia più famosa è quella del lupo di Gubbio: non era un animale, ma in realtà un guerriero che, come una bestia selvatica terroriz­zava quella piccola città. Forse era quello che oggi chiame­remmo “un signore della guerra”, perché con qualche merce­nario e un castello per proteggersi, teneva in scacco una po­polazione intera. Ma tutta !’Italia, in quei tempi, era divisa in gruppi armati, gli uni in guerra con gli altri, e le città erano di­vise in clan ostili tra loro.


Il “metodo” per portare la pace utilizzato da Francesco era sempre lo stesso: Occorreva vedere nell’altro l’uomo e non il nemico. Narra ad esempio la cosiddetta “Leggenda Pe­rugina”: “In un eremitaggio situato sopra Borgo San Sepolcro, venivano di tanto in tanto certi ladroni a domandare del pa­ne. Costoro stavano appiattati nelle folte selve di quella con­trada e talora ne uscivano, e si appostavano lungo le strade per derubare i passanti. Per questo motivo, alcuni frati dell’e­remo dicevano: «Non è bene dare l’elemosina a costoro, che sono dei ladroni e fanno tanto male alla gente». Altri, consi­derando che i briganti venivano a elemosinare umilmente, sospinti da grave necessità, davano loro qualche volta del pa­ne, sempre esortandoli a cambiare vita e fare penitenza. Ed ecco giungere in quel romitorio Francesco. I frati gli espose­ro il loro dilemma: dovevano oppure no donare il pane a quei malviventi? Rispose il Santo: «Se farete quello che vi sug­gerisco, ho fiducia nel Signore che riuscirete a conquistare quelle anime-o E seguitò: -Andate, acquistate del buon pane e del buon vino, portate le provviste ai briganti nella selva do­ve stanno rintanati, e gridate: – Fratelli ladroni, venite da noi! Siamo i frati, e vi portiamo del buon pane e del buon vino – ­Quelli accorreranno all’istante. Voi allora stendete una tova­glia per terra, disponete sopra i pani e il vino, e serviteli con rispetto e buon umore. Finito che abbiano di mangiare, pro­porrete loro le parole del Signore. Chiuderete l’esortazione chiedendo loro per amore di Dio, un primo piacere, e cioè che vi promettano di non percuotere o comunque maltratta­re le persone. Giacché, se esigete da loro tutto in una volta, non vi starebbero a sentire. Ma così, toccati dal rispetto e af­fetto che dimostrate, ve lo prometteranno senz’altro. E il gior­no successivo tornate da loro e, in premio della buona pro­messa fattavi, aggiungete al pane e al vino delle uova e del cacio; portate ogni cosa ai briganti e serviteli. Dopo il pasto direte: – Perché starvene qui tutto il giorno, a morire di fame e a patire stenti, a ordire tanti danni nell’intenzione e nel fat­to, a causa dei quali rischiate la perdizione dell’anima, se non vi ravvedete? Meglio è servire il Signore, e Lui in questa vita vi provvederà del necessario e alla fine salverà le vostre ani­me -. E il Signore, nella sua misericordia, ispirerà i ladroni a mutar vita, commossi dal vostro rispetto ed affetto-o Si mos­sero i frati e fecero ogni cosa come aveva suggerito France­sco. I ladroni, per la misericordia e grazia che Dio fece scen­dere su di loro, ascoltarono ed eseguirono punto per punto le richieste espresse loro dai frati. Molto più per l’affabilità e l’amicizia dimostrata loro dai frati, cominciarono a portare sulle loro spalle la legna al romitorio”9.


La pace per Francesco è un’esigenza cristiana: è cac­ciare gli spiriti malvagi e violenti. Quando a Faenza, nel 1222, il podestà ordinò a tutti i citta­dini di prendere le armi e di difendere la città, i fratelli laici di Francesco si rifiutarono in nome del Vangelo. La cosa finì davanti al Papa, perché le autorità protestarono, Ma l’esem­pio si propagò in un’Italia composta di piccoli Stati in lotta, dove circolavano tanti “lupi” affamati e dove la violenza era familiare. I frati si diffondevano come un movimento di per­sone buone e disarmate, come pecore in mezzo ai lupi. Co­minciava il disarmo. Disarmati, ma anche forti nell’afferma­re la pace.


 


L’incontro con l’Islam


 


Nella ricerca della pace, un episodio che non si può ignorare riguarda l’incontro di Francesco con il mondo mu­sulmano. Quello che era il grande nemico del cristianesimo e veniva considerato come l’impero del male, viene visto da Francesco in maniera nuova. L’islam era potente e minac­cioso. Nel 1187 Saladino aveva preso Gerusalemme e qual­che anno dopo, il 16 agosto 1205, il Papa aveva proclama­to la crociata nella piazza del Duomo di Spoleto, città vici­no ad Assisi. Per i cristiani di quel tempo la crociata era una guerra in nome della Croce per liberare Gerusalemme e i luoghi santi dai musulmani. Francesco tracciò invece una via diversa, che appare ancora oggi l’esempio di come si dovrebbe comportare un cristiano davanti al nemico del suo mondo.


In molti erano partiti per andare a combattere, al grido di: “Gerusalemme”. E, prima dell’incontro con il Signore, an­che Francesco, per un breve periodo, sognò di essere crocia­to. Anche per lui il mondo musulmano fu, da giovane, il gran­de nemico. Ma dopo la sua conversione non sentì più né la violenza della crociata, né il suo grido: “Gerusalemme”. Nel­la valle di Spoleto, dove sperimentò cosa volesse dire la guer­ra, comprese, come in una rivelazione, che Dio amava tutti gli uomini. E’ la dimensione dell’amore universale che sgor­ga dalla passione di Cristo: “Niente – diceva Francesco – de­v’essere preferito alla salvezza delle anime. E confermava questa affermazione con quest’argomento: che l’Unigenito di Dio per le anime si era degnato di salire sulla croce”10.


Dopo la sua conversione, Francesco non ridusse la sua visione del mondo ma la allargò, pensando le cose in grande. Come non interessarsi allora a quello che veniva considerato da tutti come “l’impero del male”? Francesco compì il suo pri­mo viaggio verso la terra dell’Islam nel 1212. Ma il tentativo fallì, perché cadde malato in Spagna; nel frattempo il IV Con­cilio Lateranense decretò che le armi dovessero rappresenta­re l’unica risposta ai musulmani. E’ in questo quadro che ri­prese l’idea della sua missione presso gli infedeli, ch’egli stes­so sintetizzò, come “metodo”, nel capitolo XVI della “Regola prima” (la Regola che alla fine si convinse a scrivere, ma in modo diverso da quello degli altri ordini religiosi): “Per i fra­ti che andranno in mezzo ai musulmani. Dice il Signore: ec­co io vi mando come pecore in mezzo ai lupi, siate semplici dunque come colombe. Perciò quei frati che per divina ispi­razione vorranno andare tra i saraceni ( i musulmani ) e gli al­tri infedeli, vadano con il permesso del loro ministro e servo. Non facciano liti, non facciano dispute, siano soggetti ad ogni creatura”.


Sembrava impossibile: mentre l’Islam li considerava ne­mici, i frati dovevano parlare come amici ed essere miti. Il fra­te è come la pecora, immagine della mansuetudine di Gesù, inviato in terra musulmana. Bisognava rivoltare, secondo Francesco, la mentalità dell’ostilità con un discorso di pace, con il dialogo e la testimonianza. Diceva: “Frati miei tutti, ascoltiamo quello che dice il Signore: “Amate i vostri nemici e fate del bene a quelli che vi odiano”, infatti, anche il Signo­re Gesù, di cui dobbiamo seguire le orme chiamò amico il suo traditore, sono dunque nostri amici tutti quelli che ci in­fliggono tribolazioni” 11.


Nel 1219 Francesco varcò il mare e andò in Egitto. Lì i cristiani, i crociati, erano attestati con un grande esercito gui­dato contro i musulmani del sultano Melek-el-Kamel ed era­no guidati dal cardinal Pelagio che affermava: “Bisogna di­struggerli. L’Islam è nato con la spada e deve essere ucciso con la spada”. Francesco parlò con i crociati, li scongiurò di non dar battaglia, disse che avrebbero perso, cosa che poi av­venne. Poi varcò la linea del fronte, passò dagli amici ai ne­mici. Venne ricevuto dal sultano, quell’uomo terribile, che tutti temevano arrivasse a Roma per saccheggiarla. Scoprì che in realtà era un uomo colto, saggio. Parlarono di religione: Francesco forse propose che Gerusalemme venisse ceduta ai cristiani in cambio del ritiro dei crociati. Il colloquio, che as­sunse il carattere di un dibattito religioso islamo-cristiano, in­dicava un’altra via: non la spada, ma il dialogo di pace.


Le stigmate e la morte


 


Francesco sul monte della Verna cominciò a sentire una tristezza, la tristezza di Gesù in mezzo ai suoi discepoli du­rante la Passione, la stessa di cui parla l’apostolo Paolo: “D’o­ra innanzi nessuno mi procuri fastidi: difatti, io porto le stim­mate di Cristo nel mio corpo” (Galati 6, 7). È come se que­st’uomo, che aveva mosso tanta gente, alla fine si trovasse in­torno una folla che non voleva muoversi e che avrebbe pre­ferito si fermasse anche lui come tutti. Le stigmate completarono quella compassione che ebbe quando baciò il lebbroso e quando sentì parlare il Crocifisso di san Damiano. Ormai Francesco aveva un cuore largo: era come un fratello universale. Non potendo più viaggiare scrisse una lettera a tutti: “Considerando che non posso visitare voi singo­li a causa della mia malattia e della mia debolezza, voglio con questo messaggio raggiungervi per dirvi le parole del Signo­re”. Le sue sono parole di misericordia, perdono, umiltà, amore per i nemici.  Scrive ai preti e raccomanda: “Custodite il corpo del Signore”.  Scrive ai popoli e dice: “Non vivete male, che tutti mo­riremo”. Scrive ai frati, ai superiori, a frate Leone, suo compagno, scrive alla sua amica  Jacopa che viveva a Roma e le dice: “Sbrigati a venirmi a trovare perché forse muoio”. Parla al mondo: è un fratello dal respiro univer­sale. Resta però un umile fraticello che crede veramente di essere tale, un umile frate dal corpo piccolo, dal tratto cortese, buono, dalla parola semplice e persuasiva, un uomo che riesce ad avere una visione grande come mai nes­suno del suo tempo ebbe.


Sentendo avvicinarsi la sua fine Francesco si fece traspor­tare alla Porziuncola. Mentre scende dalla collina, dice: “Voltatemi con la faccia verso Assisi”. I frati lo girano e Francesco vede la città che do­minava la valle, il monte Subasio, San Damiano e poi la pia­nura. Era quasi cieco, ma contempla la città e le montagne, fa un gran segno di croce: “Sii benedetta dal Signore perché il Si­gnore ti ha scelto per essere la patria e la memoria di tutti co­loro che lo riconoscono”. E’ portato alla Porziuncola e messo in una capanna die­tro la cappella. Il primo ottobre, un giovedì, Francesco chiama intorno a sé tutti i frati e racco­manda di tenere a cuore il Vangelo e di essere umili. Poi si fa spogliare di tutte le sue vesti e chiede di essere messo nudo sulla terra nuda. Riceve dal guardiano la tonaca con cui doveva morire, ma non gli sembra troppo misera e allora ne chiede una più povera, poi si addormenta. Il venerdì, due ot­tobre, si sveglia con forti dolori e i frati stanno tutti attorno a lui. Francesco pensa sia ancora giovedì, si fa portare del pa­ne, lo benedice, lo spezza e lo dà ai suoi amici: “Andatemi a prendere la Scrittura, leggete il Vangelo del giovedì santo”. Voleva ripetere anche in quel momento il Vangelo alla lettera. I frati leggono, sopra il letto di Francesco, il Vangelo del gio­vedì santo, quello di Giovanni al capitolo 13. Dopo quella let­tura i frati non si allontanano, Angelo e Leone gli cantano di nuovo il Cantico di frate sole, e continuamente sentono usci­re dalle labbra di Francesco: “Laudato sii mi Signore per sora nostra morte”. Giunge sino al sabato del tre ottobre. Francesco inizia a cantare il salmo 141 che dice: “Con tutta la mia voce grido al Signore”, e continua: “Con la mia voce io grido, con la mia vo­ce io supplico, effondo al suo cospetto il mio lamento, proclamo la mia angustia alla sua presenza, mentre il mio spirito vien meno Tu sai Signore, quali sono le mie vie, trai dal car­cere l’anima mia perché io lodi il Tuo nome, i giusti si strin­gano intorno a me perché tu mi usi pietà”.


Queste sono le sue ultime parole, poi tace: Francesco si è spento. La leggenda racconta che attorno al santo morto giungono le allodole, quasi il segno della pace che si era creata intorno a quell’uomo. I frati vegliano tutta la notte e quando spunta l’alba del 4 ottobre viene Jacopa e si fanno vi­cino tutti gli altri discepoli, il popolo, i preti di Assisi. Un im­ponente corteo prende il corpo di Francesco e lo riporta ver­so la città. Per adempiere alla promessa fatta da Francesco a Chiara, la processione si ferma innanzi a San Damiano dove le monache con Chiara danno il loro ultimo saluto. Quattro anni dopo, nel 1230, la salma di Francesco viene portata nel­la chiesa fatta costruire dal suo successore, frate Elia. Ma il santo di Assisi continua a vivere con il suo amore per i poveri, lungo tutte le generazioni cristiane. Il suo mes­saggio non invecchia, la sua passione per la pace e la vita fra­terna, arriva fino ai giorni nostri e ci invita a cambiare insie­me a lui seguendo lo stesso Vangelo e lo stesso desiderio di cambiare questo mondo.