Ordinazione diaconale Matteo Antonelli

Ordinazione diaconale Matteo Antonelli

Care sorelle e cari fratelli, carissimo Matteo,


 


il Vangelo ci narra due apparizioni di Gesù, quella della sera di Pasqua e quella della domenica seguente, come a voler tracciare la cornice della prima settimana cristiana. Sì, i giorni feriali, la nostra stessa vita, è racchiusa tra le due domeniche, tra le due apparizioni. Abbiamo bisogno con regolarità di ascoltare le parole di Gesù e di contemplare il suo corpo risorto, ma segnato ancora dalle ferite. Se non si ascolta e non si contemplano le ferite è difficile credere. La fede, infatti, non è la conclusione di un ragionamento. Anzi, il Vangelo sembra suggerire che poco accade solo con il ragionare astratto. Tommaso, ad esempio, non credette alle parole degli altri apostoli sulla risurrezione tanto da rispondere: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò”. Non era l’affermazione di un uomo cattivo. Anzi, nei vangeli Tommaso appare come un uomo coraggioso. Quando Gesù voleva andare a trovare Lazzaro e gli altri erano timorosi per paura della morte, fu lui a dire: “Andiamo anche noi a morire con lui”.


Qui, nel cenacolo, Tommaso appare come un uomo preso da se stesso, convinto che solo quel che lui può toccare sia vero. E’ un uomo in fondo egocentrico, chiuso nelle sue ragioni, nelle sue convinzioni, nel suo modo di ragionare. Si potrebbe dire che si lascia toccare, ferire, solo da se stesso e dal suo mondo. Ha ancora bisogno di ascoltare, di essere chiamato per nome da Gesù, di aprire gli occhi e il cuore a ciò che è altro da lui, di vedere e toccare le ferite di quel corpo crocifisso. Ed in effetti, la domenica successiva Gesù appare ancora una volta, alla stessa maniera precedente della precedente, ma questa volta, dopo il saluto di pace a tutti, si rivolge direttamente a Tommaso, chiamandolo per nome, e gli chiede di mettere il dito nel costato e di mettere le mani nelle sue ferite. A questo punto Tommaso cade in ginocchio e pronuncia quella splendida professione di fede: “Signore mio e Dio mio”.


Anche noi abbiamo bisogno di sentirci chiamare per nome da Gesù. Fu così anche per Maria di Magdala, nel giardino nella mattina di Pasqua. E la chiamata per nome è l’ascolto della Parola di Dio. E’ questo il senso delle parole di Gesù: “Non essere incredulo, ma credente!”, ossia non credere solo a te stesso e alle tue ragioni, medita la Parola di Dio, ascolta la predicazione, ascolta i consigli del padre spirituale, ascolta le parole di un fratello o di una sorella autorevoli, non dire sempre “io sono fatto così”, non pensare che sei  immodificabile! Non voglio dilungarmi su questo, per riflettere invece sul senso delle ferite ancora presenti sul corpo del Risorto. Perché su quel corpo che ha vinto la morte restano ancora le ferite? Perché la risurrezione non le ha cancellate? Perché la vittoria sulla morte non è stata una vittoria anche sulle ferite?


Perché quelle ferite sono il segno dell’amore di Gesù. L’amore è sempre una ferita. Gesù ancora oggi è ferito, ossia ci ama sino alla fine. Quelle mani non sono ripiegate in se stesse neppure nel Risorto, e quel costato è ancora squarciato per amore, da quel cuore continua ad uscire ancora l’ultima goccia di sangue. Quelle ferite ci ricordano di che natura è l’amore di Dio. Chi ama non può non restare ferito, non può non avere i segni dell’amore. A noi malati di reciprocità, a noi malati di ricambio, a noi desiderosi di riavere quel che diamo, Gesù insegna che l’amore evangelico è gratuito, che non aspetta ricompensa, che non attende riconoscimenti, anzi l’amore evangelico spinge a dare tutto se stessi, porta sino allo svuotamento di sé. Quelle ferite sono il segno di Gesù che si è fatto “servo”. Sì, Gesù è il primo “servo”, il “primo diacono” a lui l’intera Chiesa e ogni credente deve guardare.


Caro Matteo, ricevere il diaconato significa accogliere questo amore nel proprio cuore. E’ questo il senso del gesto e delle parole che Gesù rivolse ai discepoli la sera del giovedì santo: “Voi mi chiamate maestro e Signore e dite bene perché lo sono, se dunque io che sono il Signore e il Maestro ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato l’esempio perché come ho fatto io facciate anche voi”. Le ferite sul corpo risorto perpetuano questo amore gratuito. Ed è anche questom il senso della stessa eucarestia che il diacono è chiamato a servire all’altare: pane “spezzato” e sangue “versato”. Cos’è lo spezzare e il versare se non le “ferite” dell’amore che nulla trattiene per sé? Di fronte a queste ferite, noi tutti – e oggi tu, Matteo, in particolare -, come Tommaso, dobbiamo cadere in ginocchio e professare la nostra adesione filiale a Gesù.


Abbiamo bisogno di chiedere a Dio che ci doni questo suo amore. L’intera Chiesa lo invoca. Il servizio per amore è un dono da invocare, proprio perché ciascuno di noi è spinto a servire se stesso e non gli altri, a spendere la vita per se stesso e non per gli altri. Il diaconato pertanto manifesta il dono dell’amore ferito del Signore. E a te è dato, caro Matteo, perché tu possa amare come Gesù ha amato, perché tu apra il tuo cuore verso gli altri come ha fatto Gesù. Non devi mai allontanarti dalla domenica, dall’altare, per lasciarti ferire sempre da Gesù, per lasciarti commuovere dal suo amore. E’ in questo orizzonte che si comprende anche il celibato che oggi prometterai al Signore e alla Chiesa. La scelta di non legarsi ad una donna manifesta appunto che il cuore della Chiesa si lascia ferire solo da Cristo, che il suo amore è esclusivo per Gesù, che essa poggia la sua vita solo su quel Maestro, che non ha altri idoli, altri amori, altre preoccupazioni, altri affetti che Gesù. In tal modo appare con ancor maggiore chiarezza la paradossalità dell’amore cristiano. I celibi con la loro vita manifestano a tutti che l’unico amore che salva è Cristo. Anche questa scelta è una ferita, non tanto per la rinuncia che essa comporta, quanto soprattutto per la radicalità di un cuore che non risparmia per sé neppure una goccia di amore. E’ qui la forza dell’amore cristiano che è incomprensibile ai più, non certo a chi ascolta il Vangelo e a chi cerca di mettere la propria mano nel costato di Gesù.


Tutti siamo chiamati a mettere il dito nelle mani e le mani nel costato. E’ l’invito a toccare con le nostre mani i colpiti dalla miseria, dalla guerra, dall’angoscia, dalla fame, dalla malattia, dalla solitudine. Il Signore ci invita a interessarci dei tanti corpi di fratelli e di sorelle ancora feriti, vicini e lontani da noi. Hai fatto bene Matteo ha iniziare già da ora a rivolgere il tuo sguardo verso i poveri e ad impegnare il tuo tempo per venire in loro aiuto. Se non stendiamo le mani verso i poveri neppure ci metteremo in ginocchi davanti a Gesù. Tante volte lo abbiamo detto: tra l’Eucarestia e i poveri c’è un legame inscindibile, non sono due Gesù, ma l’unico corpo di Cristo che dobbiamo servire. Quanti cristiani purtroppo restano ancora increduli come il Tommaso nella prima domenica! Potremmo dire vanno a messa, ma sono increduli. E questo perché non hanno ancora né visto né toccato il corpo ferito di Cristo. C’è bisogno di tornare la domenica e sentire ancora una volta Gesù che ci parla e che ci invita ad ascoltarlo e a “toccare” le sua ferite. Sì, care sorelle e cari fratelli, dobbiamo sporcarci le mani per aiutare i poveri e i deboli.


Caro Matteo, con il diaconato, ti avvicini ancor più all’altare. Lasciati ferire il cuore da Gesù, porta anche nelle tue mani e nel tuo cuore le ferite dell’amore perché possa seguire il Signore, il primo dei diaconi, lui che è venuto per servire la Chiesa e i poveri e non per essere servito. E continuerà ancora oggi quel miracolo che è l’edificazione della comunità cristiana di cui gli Atti degli Apostoli oggi ci hanno parlato: i credenti erano un cuor solo ed un’anima sola e nessuno tra loro era bisognoso. E’ la vittoria dell’amore di Gesù sul peccato e sulla morte. Di questa vittoria dell’amore oggi il Signore ti costituisce servo.