LA FAMIGLIA E L’EDUCAZIONE: NUOVI SCENARI STORICI E PEDAGOGICI

Relazione al LIV convegno di Shoé – Brescia

Grazie dell’invito a questo vostro convegno. Mentre nel mese di agosto, preparavo qualche nota per questo incontro, l’opinione pubblica italiana è stata sconvolta dalle notizie relative a quei giovani – alcuni anche giovanissimi, come quel dodicenne trovato in coma etilico – che hanno perso la vita. Alcuni l’hanno persa nelle affollate discoteche, come a Riccione, oppure, nella solitudine della spiaggia, come a Messina. C’è chi, a ragione, ha commentato che vanno considerati come caduti sul campo della crisi che sta attraversando sia la famiglia che la società: quei giovani sono lì perché non ci sono più genitori che si sono sentiti investiti di un ruolo di responsabilità e perché la società ha perso quella qualifica fondamentale di solidarietà che porta alla responsabilità gli uni degli altri.

Sappiamo bene quanto sia paradossale la situazione nella quel si trova la famiglia nel mondo contemporaneo. Per un verso sta in cima ai desideri di tutti, ma nella sfera dei desideri e comunque strettamente personale, ma per l’altro verso, quello più pubblico, è tra le istituzioni più indebolite, infragilite, dimenticate e comunque sfruttate. E’ perciò indispensabile ritornare a riflettere, a pensare a tutto tondo questa dimensione centrale della società umana, qual è la famiglia, senza la quale la stessa società viene come scossa nelle sue fondamenta.

Papa Francesco ha chiamato tutta la Chiesa Cattolica a porre al centro della sua attenzione appunto la famiglia, o meglio la realtà concreta nella quale vivono le famiglie. Non mi dilungo sul cammino che in questi ultimi due anni la Chiesa sta compiendo in tutte le sue articolazioni. E il Sinodo dei Vescovi dovrà affrontare con sapienza il nuovo orizzonte nel quale riproporre la vocazione e la missione delle famiglie all’inizio di questo nuovo secolo. E’ un evento alto che richiede l’abilità a non lasciarsi dettare l’agenda da alcune questioni singole che, seppure importanti, sono però in certo modo marginali. In verità, questo vale anche per la società civile. Insomma, per esemplificare, non possiamo fermarci a dibattere unicamente se ammettere o no ai sacramenti i divorziati risposati, oppure se allargare il matrimonio e la procreazione alle coppie omosessuali. Il tema centrale è che la famiglia vera, quella concreta, sta attraversando una crisi a tal punto grave che i suoi membri più deboli possono morire appunto per mancanza di protezione. E’ urgente ritrovare un nuovo orizzonte in cui ridisegnare la vocazione e la missione della famiglia. Si tratta insomma di ridare alla famiglia la centralità che le spetta, senza farne l’idolo della propria vita ma neppure riducendola ad un sentimento vago ove solo l’Io ha peso e valore.

La famiglia nel cuore dello sviluppo

Una prima considerazione da fare riguarda il ruolo che la famiglia ha svolto nella storia. Essa, in sintesi, ha reso possibile ciò che normalmente chiamiamo sviluppo. Nelle culture in cui la doppia dimensione costituiva della famiglia – quella sessuale e quella generazionale – non è stata sostenuta adeguatamente, lo sviluppo è stato più difficile. Ad esempio, nei paesi dove non si è strutturata la responsabilità maschile nei confronti dei figli, il processo di sviluppo sociale è stato penalizzato soprattutto nei riguardi delle donne e dei minori. Oppure, si pensi all’educazione dei figli, alla costituzione dei patrimoni familiari, alla nascita delle imprese, al ruolo di assistenza reciproca tra i membri della famiglia (specie lungo l’asse generazionale). Insomma, quella famiglia ove le due dimensioni sono state ordinate è riuscita a tenere insieme la delicata dimensione relazionale con le complesse funzioni sociali, permettendo così lo sviluppo sociale nel suo insieme. Non si deve dimenticare che queste famiglie, aprendosi le une alle altre, hanno dato origine alle città e successivamente alla cittadinanza, a partire dal riconoscimento del valore di ogni singolo individuo. Lo diceva già Cicerone: “familia est principium urbis et quasi seminarium rei pubblicae”. In sintesi, senza la capacità di auto organizzazione espressa dalla famiglia, lo sviluppo, per come lo conosciamo, molto difficilmente avrebbe potuto avere luogo.

Non si deve però mai dimenticare, però, che la  forma della famiglia non è sempre stata la stessa nel corso del tempo. Anzi, la famiglia  si è organizzata  secondo  forme storiche molto diverse, con equilibri via via differenti  rispetto alle sue due dimensioni costitutive, quella generazionale e quella sessuale. Allo stesso modo, il rapporto tra la sfera affettiva e quella materiale ha assunto, nel tempo e nello spazio, caratteristiche molto diverse. La famiglia non è un organismo statico, rigido, ma una forma vitale e perciò stesso adattabile, storicamente capace di prendere forme diverse al variare delle condizioni economiche, sociali, culturali di contesto.

In ogni caso, la famiglia appare come una forma sociale preziosa che ha avuto – in molti casi, si potrebbe dire, suo malgrado – un  ruolo  importante nell’aiutare, senza dubbio l’Occidente ma non solo, a procedere lungo il proprio cammino di libertà organizzando i rapporti sociali nella direzione della responsabilità reciproca: aver stabilizzato il rapporto tra uomo e donna, aver impegnato i genitori nell’accudimento e nella cura dei figli, aver rafforzato la pietas verso i genitori anziani, aver regolato i rapporti economici, lavorativi  e ereditari che nascono nella dinamica famigliare sono tutti contributi fondamentali.  E questo nonostante che, nel corso del tempo, la stessa famiglia si sia profondamente trasformata,  imparando a farsi più rispettosa dell’alterità che la costituisce, che è anche il segreto che la rende così dinamica.

Non si deve dimenticare un limite ricorrente di cui soffre la famiglia, ossia una cronica tendenza verso la degenerazione  particolaristica. Il ‘familismo’, ovvero l’incapacità di universalismo e la tendenza a favorire un ogni modo, anche fuori dal contesto familiare, i membri del nucleo è stato causa di molteplici derive ‘amorali’: la contrapposizione tra il bene interno al gruppo familiare e il bene della comunità più allargata non sempre ha trovato una soluzione accettabile. Riuscire a conservare il calore e l’affetto intrafamiliare senza compromettere la sfera pubblica e le condizioni dell’universalismo necessario alla società avanzata è stata, ed è ancora oggi, una sfida difficile. Mentre, infatti, in alcune società permangono problemi derivanti da forme di familismo regressivo, in altre a prevalere è un individualismo radicale che, arrivando a distruggere la famiglia, stravolge il percorso di umanizzazione senza avere idea delle conseguenze di lungo periodo.

Rimane il fatto che, nel corso di una storia secolare,  la famiglia  ha mostrato la capacità di sapersi adattare e di saper assorbire gli stimoli positivi che le provenivano dall’ambiente circostante. Si potrebbe perciò dire, senza nostalgici rimpianti di una presunta ‘età dell’oro’, che la famiglia migliore – in grado di ospitare e rispettare pienamente tutti i suoi componenti, al di al dell’identità di genere e della generazione di appartenenza, e di trovare un equilibrio sensato tra il vincolo famigliare e il bene comune –   è quella che ancora deve venire. Più volte ho riflettuto su questa prospettiva con Mauro Magatti e Chiara Giaccardi, nella convinzione che questo tempo è senza dubbio un “tempo di crisi” ma che può divenire una straordinaria occasione di crescita. E proprio a partire dalla “imperfezione” della famiglia.

La famiglia “imperfetta”

Nel corso degli ultimi decenni, via via che si è affermato l’individualismo radicale, vediamo tutti quanto la famiglia sia diventata problematica. Attaccata (non senza buone ragioni), per alcune sue deformazioni storiche – come il paternalismo o il familismo -, la famiglia viene spesso difesa per le ragioni sbagliate. Per questo, quando si parla di famiglia occorre chiarire  bene ciò che si dice, cercare qual è il suo nucleo incandescente e veramente qualificante, che è la doppia e irriducibile trascendenza: quella sessuale (maschio-femmina) e quella generazionale (genitore-figlio). L’aspetto che la caratterizza è la struttura asimmetrica delle relazioni che comporta nello stesso tempo tensioni e dinamismo.  Questa peculiare struttura la rende unica: la famiglia resta un plesso di relazioni che educa l’individuo a rivolgersi all’altro in quanto altro, ossia ad un altro che è irriducibile all’Io.

La famiglia è la prima  scuola di alterità. Nella famiglia – con il suo intreccio di legami di  sangue, di affetti e rancori profondi – l’altro non può mai essere annullato, come invece accade nella quasi totalità delle esperienze contemporanee, dove è sempre più forte l’abitudine a disconnettersi, a spostarci, a evitare l’alterità che interpella e a cercare solo chi si somiglia. Questo non vuol dire che famiglia è di per se buona. Essa può essere “cattiva”. Ma non per questo va cancellata. Proprio perché costituita su un doppio asse attorno a relazioni non simmetrizzabili, la famiglia eterosessuale e riproduttiva è una forma sociale unica. È attraverso di essa che noi siamo messi nel mondo. Al punto che si può arrivare dire che non è il dono che fonda la famiglia ma è la famiglia a fondare il dono, l’eccedenza, la gratuità, l’inatteso.

La famiglia non è solo una risorsa per la società, ma anche una sorgente che alimenta la  socialità: una socialità in cui la differenza non viene fagocitata e con-fusa, dissolta dentro tendenze panteistiche che si affermano nel mito di totalità e omogeneità indistinte (siano esse etniche, territoriali, religiose), o nell’equivalenza spietata derivante dall’assolutizzazione di tante individualità autoreferenziali e assolute (risvolto della logica consumistica che invade ogni ambito della vita).

In un mondo dove sembra che abbia valore solo ciò che è esalta la soggettività individuale e dove la libertà è fatta coincidere con la libertà di scelta, la famiglia resta il punto di incontro tra relazioni scelte e relazioni non scelte, nel bene e nel male (come ha mostrato in maniera inequivocabile la psicoanalisi).  E proprio per questo, comunque sia, la famiglia ha a che fare con la nostra soggettività. L’idea tutta contemporanea di “sterilizzare” questa varianza originaria in nome di un principio astratto di uguaglianza (che pura va riconosciuta e con la quale occorre fare i conti) porta dritto alla disumananità. La genitorialità stessa, come apertura alla trascendenza del figlio, implica un’alterità e un amore senza preferenza. Il figlio, per fortuna e almeno fino ad oggi, non si sceglie.

La genitorialità è anche “autorità  senza competenza”, nel senso che si tratta di un caso in cui è l’autorità che fonda la relazione, e non viceversa. Se  ciò è vero, ne consegue che l’autorità famigliare non può che essere umile, dato che il genitore è consapevole che gli è stato affidato qualcosa che va ben oltre le sue capacità. In tal senso, questa autorità umile non dovrebbe debordare nell’autoritatismo, anche perché il genitore è nello stesso tempo figlio. Non si  può essere buoni genitori  se non  si è capaci di essere buoni figli. Laddove la bontà non assume qui primariamente una connotazione morale ideale secondo norme astratte, bensì richiama quella responsabilità legata al ‘rispondere’, appunto, alla vita che, in questo specifico caso, richiede semplicemente – ma radicalmente – il riconoscimento del fatto che qualcuno e qualcosa ci precede (siamo figli, quindi sempre in debito); e, nel disporci a ospitare ciò, qualcuno e qualcosa riceverà da noi quella vita che comunque ci supera (siamo genitori, esseri umani generanti e generativi).

Si dirà che storicamente le cose sono andate diversamente e che proprio la famiglia è finita spesso per essere un luogo di oppressione dell’individuo. Cosa che non si può certo negare. E si potrà aggiungere, non senza ragione, che in una società plurale la famiglia costituisce una forma di vita tra le altre, che non può più pretendere, come in passato, il monopolio nella determinazione della sfera affettiva. Ma tutto ciò non toglie il fatto che, oggi più di ieri, nella società dei liberi, il significato più profondo della famiglia può emergere a beneficio di tutti, portando quei frutti che in passato sono andati troppo spesso perduti. A causa del groviglio che la costituisce, la famiglia può anche essere definita quella forma  sociale destinata a non funzionare. Proprio perché essa è un plesso relazionale costituito dalla e nella differenza dell’altro. Si può dire che la famiglia non ‘funziona’, che non è efficiente, che non risolve tutti i problemi proprio perché è troppo complicato l’intrico affettivo su cui nasce. Ma non è forse proprio questa caratteristica a rendere la famiglia uno straordinario punto di resistenza a tutte le derive tecnocratiche dell’ipermodernità, al tecno-nichilismo e alla sua logica funzionale imperante?

La ragione profonda è che la famiglia rimane, al di là o forse sarebbe meglio dire grazie ai suoi difetti e limiti, un luogo della vita, cioè del mistero dell’essere, della prova e della storia. Come tale, essa è anche il  luogo della prima miseria e della possibile redenzione.  Ecco perché il fallimento è parte della vicenda famigliare e il perdono ne è un tratto costitutivo. Ed ecco perché la preghiera ne è un linguaggio essenziale: non tutto può essere risolto dalla ragione. La famiglia, essendo vita, è mistero. Dire questo significa affermare che oggi una famiglia capace di custodire la propria  trascendenza costitutiva e consapevole insieme del suo limite e della grazia che ospita, rappresenta una risorsa preziosa per una società che vuole sfuggire alla presa dell’individualismo consumistico e della prepotenza tecnocratica.

Nuovi scenari e nuove e questioni

Dicevo all’inizio che è davanti ai nostri occhi la difficile condizione nella quel si trova la famiglia, soprattutto in Occidente, a causa dell’indebolimento dei due pilastri che ne sorreggono l’unicità : quello generazionale e quello della differenza sessuale. Sul piano della generazione, assistiamo sempre più a famiglie nucleari che faticano a mantenere un rapporto tra le generazioni, se non sotto la forma strumentale di aiuto economico. La dimensione verticale delle differenze ha lasciato spazio a una dimensione orizzontale della ‘famiglia multipla’, dove bambini anche molto piccoli hanno ormai dimestichezza con complesse geografia relazionali; dove diversi adulti, che magari variano nel giro di tempi anche brevi, occupano il ruolo genitoriale, non tanto come scelta quanto come conseguenza di un rapporto affettivo per lo più ‘a termine’ (il compagno della mamma, la compagna del papà…). La precarietà diventa la configurazione ordinaria della vita quotidiana, con effetti imprevedibili sul senso di sicurezza ontologica, la fiducia nel futuro, la capacità di coltivare la speranza.

Talvolta, tuttavia, le configurazioni possono divenire stabili, come nel caso dei divorziati risposati. In questo caso, dove si è rotta l’indissolubilità eppure si afferma il riconoscimento della famiglia come valore insostituibile, vanno pensate vie di accompagnamento che valorizzino e facciano maturare la consapevolezza del significato della famiglia stessa. Ma anche sull’asse del ‘genere’ la specificità della famiglia si va indebolendo, con le rivendicazioni di ‘equivalenza’ delle coppie omosessuali rispetto ai diritti civili, compreso quello al figlio, attraverso l’adozione o la fecondazione artificiale. La famiglia ė allora un guscio vuoto che può essere riempito da qualsiasi contenuto? O, viceversa, è una forma impenetrabile al cambiamento, un’etichetta che si applica solo a una struttura predefinita sulla base della tradizione? Forse, né l’una né l’altra cosa.

La sfida è proprio quella di riconoscere cosa del modello tradizionale può essere abbandonato, cosa non ha funzionato, cosa forse ha persino tradito la potenziale pienezza della famiglia, grazie anche alle provocazioni del presente; ma, nello stesso tempo, non si deve cedere alla dittatura del dato di fatto, e a una violenza simbolica che in nome dell’equivalenza tende a cancellare. Insomma, come diceva H. Arendt, ‘bisogna fare delle differenze’. Senza cadere in una casistica che si perda nel particolare, impedendo di rintracciare criteri comuni per il discernimento.

La questione dei figli in un certo senso è cruciale. Visto come ‘diritto’ da esercitare (specie quando è negato) più che come un dono da accogliere, e come ‘esperienza’ da non farsi mancare, più che come destinatario di una disponibilità da offrire perché un altro possa esistere, il figlio, così come le forme dell’unione, rischia di divenire un astratto oggetto di contesa. Che poi, quando abbiamo davanti nella sua concretezza, non siamo preparati ad accogliere (non lo saremo mai, se la logica è solo autoreferenziale) e ci stressa sino a diventare un problema che ci da diritto a ritagliarci degli spazi ‘per noi stessi’ (ovvero dei momenti di ritorno alla logica autoreferenziale dalla quale non siamo mai veramente usciti).

Siamo tentati sempre più di delegare la soluzione delle questioni antropologiche al diritto da un lato (come se la giurisprudenza fosse ‘neutra’) e alla tecnica dall’altro, nella quale riponiamo la nostra speranza di veder realizzare tutti i desideri, compreso quello di immortalità. In realtà la tecnica rischia di complicare le situazioni (come nell’attuale dibattito sulla fecondazione eterologa) e la giurisprudenza, in assenza di una riflessione comune sul significato dell’esistenza e della vita, rischia di operare in modo anche aberrante, o di arrivare a giustificare semplicemente lo status quo (come nei recenti casi di riconoscimento del ‘terzo sesso’).

Nessuna questione che riguardi l’umano può invece essere affrontata a prescindere da una riflessione comune, seria, su cosa vuol dire essere umani nel mondo di oggi. La famiglia, a  causa della doppia relazionalità che la costituisce, è un plesso relazionale costituito dalla e nella differenza dell’altro. La famiglia non funziona perché troppo complicato l’intrico affettivo su cui nasce. Proprio per questo rimane insostituibile nella strutturazione dei processi  di costruzione dell’identità e della struttura  psichica. E dunque della stessa libertà. Se in passato, la relazione della famiglia con lo sviluppo è stato di tipo funzionale, oggi  tale  legame appare invece avere base molto diversa.

In una società ipertecnicizzata, la  famiglia costituisce un baluardo nei confronti del  completo  assorbimento nel sistema tecnico: i suoi legami, i suoi rapporti, la sua quotidianità, costituiscono qualche cosa che ci trattiene da una omologazione  radicale nel sistema tecnico. Per questa via, la famiglia ci permette di arrivare a sostenere  il riconoscimento dell’esistenza dell’Io personale e dell’altro, che poi è anche la condizione dell’Io stesso. Da questo punto di vista, la famiglia ha un ruolo importante nel contribuire a collocarci  nella società in modo singolare e specifico, cioè personalizzato: padre, madre, figli, fratelli non sono semplici ruoli, ma volti, mattoni grazie ai quali la nostra identità più profonda e il nostro senso della realtà possono  radicarsi e rafforzarsi.

Inoltre, la famiglia è uno dei pochi luoghi in cui si può apprendere che il passo dell’umano è la pazienza, non la fretta. Nell’epoca in cui tutto diventa efficiente e potente – secondo il doppio principio della potenza e del godimento – la famiglia conserva una dimensione di “umanità” ove la debolezza e l’impotenza (il bambino piccolo, l’handicappato, l’anziano, il disoccupato) viene amata e accompagnata “a prescindere”, ossia in maniera totalmente gratuita. Solo perché è lui e perché esiste.

La sfida educativa

E’ in questo contesto che la famiglia è chiamata ad affrontare oggi. Su questo aspetto vorrei porgere qualche breve riflessione a partire da quanto papa Francesco ha proposto in una delle catechesi su questo tema. Non c’è dubbio che la famiglia sia l’ambito privilegiato nel quale i figli possano crescere nella responsabilità di sé e degli altri, anche se purtroppo non c’è  stato da parte della società un aiuto adeguato. Anzi, talora è avvenuto il contrario. Papa Francesco lo nota: “La famiglia è stata inquadrata, di volta in volta, come cinghia di trasmissione dell’autoritarismo dispotico (“il padre-padrone”), o come principio di corruzione del legame sociale (il “familismo amorale”)… E persino come prigione affettiva che soffoca la libertà, generando frustrazione, esasperazione, conflitto permanente”.

Nella realtà dei fatti si è aperta come una frattura tra famiglia e società, minando la fiducia reciproca. E così, l’alleanza educativa della società e della famiglia, è entrata in crisi. Papa Francesco porta l’esempio della scuola minando, ad esempio, i rapporti fra i genitori e gli insegnanti, con la conseguenza che i figli sono cresciuti come in un branco sino ad essere orfani due volte. Non mi dilungo su questo. Basti però osservare che i genitori, espulsi dal loro ruolo, in favore dell’esperienza degli “esperti”, sono diventati esageratamente apprensivi e possessivi nei confronti dei loro figli, fino a non correggerli mai. Il dialoghismo auspicato tra genitori e figli porta ad evitare la responsabilità dell’incontro. I genitori debbono chiedersi: cerchiamo di capire dove i figli veramente sono, e dove nessun esperto può arrivare? Dov’è realmente la loro anima, lo sappiamo? E soprattutto: lo vogliamo sapere? E siamo convinti che essi, in realtà, non aspettano altro?

Papa Francesco non manca poi di richiamare la comunità cristiane ad offrire l’aiuto indispensabile per non lasciare sola la famiglia e i suoi membri in questo difficilissimo eppure indispensabile compito. Si richiama, papa Francesco, alle parole Paolo che parla in modo molto appassionato della reciproca disponibilità e della uguale dedizione del marito e della moglie; come anche sollecita ad armonizzare il comandamento di onorare i genitori con il dovere dei padri di non avvilire l’obbedienza dei figli (cfr Ef 6, 1-4; Col 3, 18-25). Ma è Gesù stesso che è voluto passare attraverso l’educazione famigliare per crescere “ sapienza, età e grazia”. E’ in questo modo che Gesù è cresciuto in umanità. Luca lo sottolinea per ben due volte, parlando di Gesù da piccolo (Lc 2, 40; 51-52). Quando poi il Signore dirà che “sua madre e i suoi fratelli” sono tutti coloro “che ascoltano la Parola di Dio e la mettono in pratica”, mostrerà precisamente fino a che punto la radice di questi legami può fiorire, fino a portarli oltre loro stessi. E parlava anche dei suoi!

L’amore evangelico, che porta ad andare oltre la famiglia, non cancella la reciprocità dei diritti e dei doveri. In tale orizzonte, come prima accennavo, l’autentica educazione famigliare è il contrario dell’autoritarismo e del familismo: è la colonna vertebrale dell’umanesimo. La sua irradiazione sociale, è la risorsa che consente di compensare anche la mancanza, le ferite, l’abbandono di paternità e maternità che in molti modi toccano i figli meno fortunati. Conclude papa Francesco: “Se l’educazione famigliare ritrova la fierezza del suo protagonismo, molte cose cambieranno in meglio, per i genitori incerti e i figli delusi della città moderna. I padri e le madri devono ritornare dal loro esilio, con i loro figli per mano, e rioccuparla”.

La famiglia non va lasciata sola

Cari amici, nel chiudere queste brevi riflessioni ribadisco che la famiglia non deve essere lasciata sola. Di fatto, proprio perché esiste, sulla famiglia vengono scaricati una serie di compiti socialmente indispensabili (la cura ed educazione dei bambini, l’assistenza ai malati e agli anziani, il sostegno al funzionamento della vita sociale attraverso il lavoro e la contribuzione fiscale, la protezione delle fasce deboli e l’assistenza nei momenti di vulnerabilità e precarietà economica attraverso le alleanza intrafamiliari, solo per dirne alcuni). E spesso della famiglia si fa una bandiera da sventolare (in chiave per lo più difensiva) nelle occasioni di contrapposizione e contesa, sia essa elettorale o ideologica, e anche religiosa.

E’ venuto il momento, per i soggetti sociali e istituzionali che sostengono di difenderla, di dimostrare nei fatti di avere a cuore una realtà e non un’idea: da una parte, riconoscendo le mutate condizioni in cui la famiglia di oggi vive, con le quali deve fare i conti quotidianamente, e dall’altra dimostrando concretamente di voler fare tutto ciò che è nelle proprie possibilità per sostenerla, agevolarla, valorizzarla nel suo delicato e preziosissimo ruolo sociale. Molti passi devono essere fatti, sia dalla politica, sia dalla società civile che dalla Chiesa.