Diaconato Marco Crocioni e Christian Valentini

Diaconato di Marco Crocioni e Christian Valentini

“Fino a quando, Signore, implorerò e non ascolti, a te alzerò il grido: ‘Violenza!’ e non soccorri? Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione? Ho davanti rapina e violenza e ci sono liti e si muovono contese”. Sono le parole iniziali del dialogo tra il profeta Abacuc e Dio. Non sappiamo nulla di  questo profeta. Egli stesso si presenta come un freddo scettico che, nel suo abituale dialogo con Dio nel tempio, ha l’ardire di chiedergli certi conti, di interrogarlo sul Suo comportamento quando castiga un malvagio con uno peggiore di lui (il malvagio per il profeta è l’impero assiro, il peggiore sarebbe l’impero neobabilonese). La situazione che sta davanti agli occhi del profeta è segnata da disgrazie, dolori, violenze, lotte, contese. E Dio sembra non rendersene conto, come se fosse impotente o distratto. Eppure, si tratta del Suo popolo che sta subendo un’amara schiavitù!


Il profeta si domanda “fino a quando” durerà questa situazione. E se Dio gli risponde che castigherà il malvagio attraverso un altro ancora peggiore di lui, il profeta insiste nel chiedere il “perché”. Non si instaurerebbe, in tal modo, una catena cruenta che pone un popolo contro un altro popolo? Abacuc sembra sfidare Dio perché gli dia una risposta ragionevole, comprensibile, logica. Egli starà come vedetta e sentinella al suo posto sino a che Dio non risponderà. E Dio che è padre e amico buono dei suoi figli non rimprovera il profeta per la sua insistenza. E risponde, dicendo al profeta: “Scrivi la visione e incidila bene sulle tavolette perché la si legga speditamente. E’ una visione che attesta un termine… se indugia, attendila, perché certo verrà e non tarderà”. Il Signore sembra preoccupato che le sue parole vengano dimenticate e trascurate, come spesso accadeva allora, e ancora oggi accade. Il Signore vuole che le sue parole restino incise e siano di speranza per le generazioni. “Soccomberà – continua il testo inciso sulle tavole della storia – colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la fede”, ossia salverà la sua vita mediante la fiducia in Dio. In questi interrogativi del profeta Abacuc come non vedere addensarsi i tanti interrogativi di questi tempi che segnano la situazione dei popoli della terra all’inizio di questo nuovo millennio? Pensiamo all’Irak, alla Terra Santa, a tanti paesi africani e asiatici.


Il profeta afferma con l’autorità concessagli da Dio che l’uomo dall’animo malvagio soccomberà, sarà sconfitto dalla storia, mentre il giusto vivrà per la sua fede. Di fronte a quanto accade in questo nostro mondo, di fronte alle tante terre segnate dall’ingiustizia e dalla guerra, di fronte a tanti poveri e deboli che sembrano irrimediabilmente condannati alla morte, ogni credente è chiamato a riscoprire con urgenza la forza e il potere della propria fede. E’ in gioco il senso profondo della vita e delle scelte personali; come pure sono in gioco le scelte internazionali e planetarie per un nuovo ordine mondiale. Per i credenti si tratta di considerare con grande attenzione le scelte che è necessario fare per la propria vita e per la vita associata, tenendo appunto fisso lo sguardo verso il Signore. Il dono della fede ci è dato per l’utilità comune. Essa infatti ci rende responsabili delle scelte che siamo chiamati a fare. L’Apostolo Paolo ricorda a Timoteo di “ravvivare il dono” che gli è stato dato, un dono che non è “uno spirito di timidezza, ma di forza, di amore e di saggezza”. Per questo aggiunge: “Non vergognarti dunque della testimonianza da rendere al Signore, né di me che sono in carcere per lui; ma soffri anche tu insieme con me per il Vangelo, aiutato dalla forza di Dio”. Paolo delinea il dover essere dell’uomo di fede e, potremmo dire, il dover essere del diacono.


Carissimi Marco e Cristian, il ministero che oggi vi viene conferito non è per voi ma per servire il Signore, la sua Chiesa e i poveri. Nessuno è ordinato diacono per sé, nessuno è ordinato per servire se stesso. Voi siete ordinati per essere servi degli altri. Rivolgete perciò i vostri occhi a Gesù, primo diacono. Sì, Gesù è il servo, il diacono per eccellenza, come lui stesso ha detto: “non sono venuto per essere servito ma per servire e dare la vita in riscatto per molti”(Mc 10,45). Non si è diaconi da se stessi, come per natura. In verità ciascuno di noi è per natura diacono per sé, per servire se stesso e i propri comodi, i propri interessi. Diaconi non si nasce, lo si diventa con la grazia del Signore. Ed è una grazia che deve lottare contro il nostro istinto. Ricordatevi che ciascuno di noi, anche se viene ordinato al ministero, ha dentro di sé un istinto fortissimo a servire solo se stesso, a pensare solo a se stesso, a preoccuparsi solo di se stesso. Questo egocentrismo si veste magari della preoccupazione di realizzarsi, oppure di scegliere un posto dove si pensa di rendere meglio, e così oltre. No, carissimi, Marco e Cristian. La vera felicità è stare con il Signore e servirlo non con uno spirito di timidezza o di vergogna, ma con uno spirito saldo e coraggioso.


Il brano di Luca si apre con la preghiera degli apostoli a Gesù: “Aumenta la nostra fede!” E’ la preghiera di sempre dei discepoli, ed è anche la preghiera di questa sera. La facciamo in particolare per voi due. C’è bisogno che viviate con forza la vostra fede. E’ una forza “debole”, si potrebbe dire, perché non si basa su di voi o su di noi, ma solo sul Signore. Ma è una forza reale. Gesù ripete ancora: “Se aveste fede quanto un granellino di senapa, potreste dire a questo gelso: sii sradicato e trapiantato nel mare, ed esso vi ascolterebbe”. Non c’è bisogno di una grande fede sembra dire Gesù. Basta una fede piccola, ma che sia fede, ossia fiducia in Dio più che in qualsiasi altra cosa. Di questa fede ne basta “un granellino”; essa è capace di spostare anche le montagne. Non c’è bisogno di un servizio da eroi, basta un piccolo servizio, ma che sia davvero servizio. Si, care sorelle e cari fratelli, c’è bisogno di seminare in questo nostro mondo un po’ più di amore, un po’ più di tenerezza, un po’ più di pietà. E voi siete chiamati ad essere diaconi dell’amore, della pietà, della misericordia.


Tu, caro Marco, lo sarai nel campo della vita parrocchiale: si apre per te il vasto ministero della pastorale in questa Chiesa nella quale sei nato e che ora ti appresti a servire. Inizierai il tuo ministero come diacono nella parrocchia di San Giovanni Bosco, una vigna nella quale mentre servi vieni anche aiutato nella crescita. Il Signore è stato buono con te e non ti farà mancare il suo aiuto.


E tu Cristian, invece, svolgerai il tuo ministero radicandoti nella vita del monastero di San Simeone: un luogo santo della nostra Diocesi che abbiamo voluto recuperare perché brillasse nuovamente della sua luce. I Ricostruttori nella Preghiera lo abitano da qualche anno e lo stanno restaurando.  Sii il diacono di questa ricchezza spirituale straordinaria.


Dobbiamo tutti ripartire dalla fede. E’ la fede che fa sperare l’impossibile e che spinge a sognare e a operare per quei “cieli nuovi” e per quella “terra nuova” di cui parla l’Apocalisse. Varie volte ho ripetuto queste parole pronunciate da Dietrich Bonoheffer, un teologo ucciso dai nazisti, diceva: “Cristo fa l’uomo non soltanto buono, ma forte. Questa forza non è l’arroganza, non è l’aggressività, non è la prepotenza… è la forza dell’amore. Più forte della morte, dell’odio, delle malattie, della povertà, delle dittature, del potere è l’amore”. Sono parole ancor più chiare se le uniamo alla frase finale del brano evangelico di Luca: “Quando avete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quello che dovevamo fare”. Sì, il diacono è chiamato a ricordare a tutti la verità di queste parole: siamo chiamati a servire senza risparmiarci e poi a dire: “siamo servi inutili”. Per noi abituati a rivendicare meriti e riconoscimenti, per noi malati di protagonismo, queste parole suonano davvero strane. Eppure sono la via della felicità. Il Vangelo continua a dirci che se saremo diaconi dell’amore, se saremo servi della misericordia di Dio, anche il mondo cambierà. Il Signore, carissimi Marco e Cristian sia davanti ai vostri occhi e la sua grazia vi riempia il cuore.