Papa Francesco e il Concilio

Non un padre conciliare, ma un figlio del Concilio

Ho scelto di declinare la mia riflessione sul Concilio rapportando questo evento con la figura dio Papa Francesco, un Papa che non ha preso parte all’assise conciliare, ma che fa del Concilio il fondamento della sua azione pastorale. Andrea Riccardi,nel suo recente volume su Papa Francesco, scrive:  “papa Bergoglio non cita molto i testi del Concilio, come talvolta avviene nell’oratoria ecclesiastica dell’ultimo mezzo secolo. Eppure il suo messaggio e il suo stile sono impregnati del Vaticano II”[1] e “la sua figura e la sua pastorale sembrano imbevute dello spirito del Concilio” [2]. Anche nella lunga intervista a p. Antonio Spadaro ha dedicato solo poche parole al Vaticano II[3]. Ma pochi giorni dopo, nell’intervista a Eugenio Scalfari, Francesco ha espresso un giudizio illuminante: su temi cruciali come l’ecumenismo e il dialogo interreligioso, dopo il Vaticano II è stato “fatto molto poco […] Io ho l’umiltà e l’ambizione di volerlo fare”[4]. Non basta, dunque, richiamare i testi conciliari, occorre soprattutto realizzare il Concilio. E dire “io ho l’umiltà e l’ambizione di voler[…] fare” ciò che ancora non è stato fatto suona  come un impegno a fare dell’attuazione del Concilio una priorità del pontificato.

Per cercare di capire meglio l’atteggiamento di Francesco verso il Vaticano II, oltre ad approfondire il suo pensiero, possono essere utili alcune osservazioni di tipo storico. Per la prima volta dalla chiusura del Vaticano II, infatti, è stato eletto un papa che non ha avuto un’esperienza diretta della vicenda conciliare. Karol Wojtyla ha partecipato alle sue ultime sessioni e Joseph Ratzinger lo ha seguito da vicino come perito del card. Frings. Nato nel 1936, Bergoglio si è certamente interessato di quanto accadeva a Roma tra il 1962 e il 1965: nel 1958, infatti, ha iniziato la sua formazione nella Compagnia di Gesù e nel 1969 è stato ordinato sacerdote. L’assenza di un’esperienza diretta del Concilio, però, non si è tradotta in lontananza dal rinnovamento conciliare: anche se non è stato tra i padri conciliari, Bergoglio ha vissuto un legame non meno coinvolgente, quello di “figlio” del Concilio. Si tratta di una “figliolanza”, che si è realizzata attraverso un contesto, quello in cui Jorge Bergoglio è vissuto dai primi anni sessanta in poi, che ha favorito un rapporto più ricco pastoralmente e meno tormentato teologicamente di quello vissuto da molti vescovi europei della sua generazione.

Il gesuita post-conciliare

Si tratta anzitutto del contesto della Compagnia di Gesù: il suo approccio al Vaticano II è stato anzitutto l’approccio di un gesuita. Alcuni gesuiti sono stati precursori importanti del Vaticano II, da Theilard de Chardin a Jean Danielou, oltre a de Lubac un autore che Bergoglio cita spesso. Ma una parte della Compagnia non ha partecipato alle correnti innovatrici che hanno preceduto il Vaticano II. Con quello spirito di obbedienza che permea profondamente la Compagnia, i gesuiti hanno vissuto in profondità il rinnovamento conciliare, pagando anche prezzi elevati in termini di crisi personali e  divisioni interne. Ma proprio dalle loro file sono usciti alcuni interpreti tra i più importanti del rinnovamento conciliare, tra cui padre Arrupe[5] e il card. Martini. Bergoglio parla con rispetto di entrambi, ma il suo stile sembra diverso; non appare in primo piano quel legame con il tema dell’inculturazione, tanto importante per Arrupe, e non ha il rapporto con la Scrittura tipico del biblista Martini. Il suo approccio al Vaticano II appare piuttosto segnato in primo luogo da una forte impronta spirituale, da quella “struttura spirituale” tipica dei gesuiti che in lui appare molto marcata.

L’intervista alla Civiltà Cattolica è in questo senso eloquente. Qui Bergoglio confessa l’attrazione esercitata su di lui dalla Compagnia  perché “è un’istituzione in tensione, sempre radicalmente in tensione”.  E spiega che tale tensione è alla base anche della vita personale di ciascun gesuita, compresa la sua. “Questa  tensione ci porta continuamente fuori da noi stessi”. Francesco lo esprime attraverso la definizione del gesuita come di un “decentrato” il cui “centro è Cristo e la sua Chiesa”: questi due punti fondamentali di riferimento sono alla base dell’ “equilibrio per vivere in periferia”. E’ dunque evidente la radice profondamente ignaziana della sua spiritualità, il senso di perenne militanza al servizio della Chiesa che la pervade e l’intrinseca proiezione missionaria, insieme però ad un riferimento cristocentrico e ad un amore per i poveri delle periferie che riflettono l’influenza del Vaticano II.

Bergoglio dichiara che tre cose gli sono piaciute particolarmente dello spirito gesuita: “la missionarietà, la comunità e la disciplina”. Insiste in particolare sul senso della comunità di cui egli sente un profondo bisogno, come si vede anche dalle scelte da lui compiute dopo l’elezione tra cui la residenza a Santa Marta invece che nell’appartamento papale[6].  Ma non si deve dimenticare che nella formazione dei gesuiti c’ è anche una forte dimensione individuale: il gesuita è “attrezzato” per affrontare da solo le diverse circostanze in cui si trova spinto dallo zelo missionario. Non a caso un altro pilastro della spiritualità ignaziana sui cui Bergoglio insiste molto è “il discernimento”, “una delle cose che più ha lavorato interiormente sant’Ignazio. Per lui è uno strumento di lotta… per sentire le cose di Dio a partire dal suo  ‘punto di vista’. Per sant’Ignazio i grandi princìpi devono essere incarnati nelle circostanze di luogo, di tempo e di persone”. Si realizza guardando i segni, ascoltando le cose che accadono, il sentire della gente, specialmente i poveri”. Lo strumento spirituale del discernimento è la chiave per vivere nella storia e per cambiare la realtà[7]. In papa Francesco, insomma, emerge un solido equilibrio tra senso comunitario e responsabilità individuale radicato nella formazione ricevuta.

Sull’impianto spirituale del gesuita si sono innestate però influenze conciliari che lo hanno allontanato da alcuni tratti della precedente tradizione della Compagnia. Sono indicative ad esempio l’esplicita  distanza dal tomismo – cui viene preferito l’insegnamento di Sant’Agostino in particolare quello delle Confessioni e del primato della grazia – o l’insistenza sulla priorità di un approccio mistico, dopo che per tanto tempo la Compagnia ha privilegiato soprattutto l’ascesi[8]. Ha un sapore conciliare anche la rivisitazione di Ignazio in chiave mistica: “Ignazio è un mistico, non un asceta… Quella che sottolinea l’ascetismo, il silenzio e la penitenza è una corrente deformata che si è pure diffusa nella Compagnia in ambito spagnolo. Io sono vicino invece alla corrente mistica”. Andrea Riccardi ha visto  in Bergoglio l’esempio di “una Chiesa che [con il Concilio] ama di più di Dio” e, per questo, “manifesta con più profondità il suo legame simpatetico con gli uomini e le donne del nostro tempo. Si è equivocato sul Concilio. Lo si è ridotto ad una serie di riforme attuate o inattuate, ma il Concilio è qualcosa di più”[9]. Una conferma in questo senso viene anche dalla figura di un gesuita, che Bergoglio indica come suo modello: si tratta di un compagno di Ignazio, Favre, descritto da un contemporaneo del Concilio il gesuita Michel de Certeau come esempio di “prete riformato’, per il quale l’esperienza interiore, l’espressione dogmatica e la riforma strutturale sono intimamente indissociabili”[10]. Di Favre, papa Francesco apprezza in particolare «il dialogo con tutti, anche i più lontani e gli avversari; la pietà semplice, una certa ingenuità forse, la disponibilità immediata, il suo attento discernimento interiore, il fatto di essere uomo di grandi e forti decisioni e insieme capace di essere così dolce, dolce…». Bergoglio, ha scritto ancora Andrea Riccardi, è “l’ uomo non solo dei documenti conciliari, ma di questa simpatia evangelica  che rappresenta tanta parte dello spirito del Concilio” [11] e che Paolo VI ha espreso nel discorso di chiusura del Vaticano II[12]

Ha inoltre un’impronta conciliare, missionaria ed evangelizzatrice, l’idea del ruolo che il gesuita è chiamato a svolgere nella Chiesa: interrogandosi continuamente, afferma papa Francesco, il gesuita spinge la Compagnia ad “essere in ricerca, creativa, generosa” in una vicinanza profonda a tutta la Chiesa, anche a costo di incomprensioni e tensioni come – egli spiega rivisitando alcune grandi pagine della storia dei gesuiti nel mondo – i riti cinesi, i riti malabarici, le riduzioni in Paraguay. Si può parlare insomma di Bergoglio come di un gesuita post-conciliare che antepone la spiritualità alla cultura e alla teologia, che crede fermamente nella spiritualità come fonte di scelte personali e di cambiamenti collettivi, di rinnovamento della Chiesa e di profonde trasformazioni sociali. Per Bergoglio, infatti, la spiritualità – e, in primo luogo, la preghiera – cambia la storia, più che il pensiero, anche quello teologico o filosofico.

Comunione e collegialità

Il contesto in cui Bergoglio ha recepito il Vaticano II è stato inoltre un contesto argentino e, più in generale, latino-americano. Alcuni aspetti tipici della recezione del Concilio in Europa sono stati assenti in America Latina o sono stati presenti come meno forza e viceversa. Tali differenze hanno profonde radici storiche: la cristianizzazione dell’America Latina ha assunto forme diverse da quella dell’Europa. Guzman Charriquiry ha parlato del cattolicesimo latino-americano come di un cattolicesimo “stremo occidentale” e “meticcio” perché radicato nella tradizione europea, latina, occidentale e al tempo stesso profondamente influenzato dalle popolazioni del continente sudamericano. L’influenza del padroado spagnolo e portoghese ha, ad esempio, impedito molti sviluppi tipici della riforma post-tridentina in Europa. In estrema sintesi, si può dire che in AL è mancata quella fortissima strutturazione ecclesiastica tipica del cattolicesimo europeo in età moderna e contemporanea. Vescovi e sacerdoti non hanno costituito un “corpo ecclesiastico” separato ma sono stati piuttosto “immersi” nel popolo. Qui la religiosità popolare ha sempre avuto un ruolo più rilevante che in Europa[13]. Non si sono sviluppati in America Latina né fenomeni di clericalismo tipici dei paesi europei, né quella complessa e tormentata evoluzione della figura del laico che ha segnato in Europa il cattolicesimo contemporaneo. Molti paesi latino-americani hanno inoltre conosciuto forti contrasti tra Chiesa e Stato e le classi dirigenti sono state spesso anticlericali, senza però che questo esercitasse un’influenza diretta su popoli in larga misura di fede cattolica. L’ideologia laica, liberale e, spesso, anche laicista delle classi dirigenti, in altre parole, non ha costituito un problema rilevante per quanto riguarda gran parte della pastorale cattolica. E così via.

Questo retroterra aiuta anzitutto a capire la recezione bergogliana dell’ecclesiologia conciliare. E’ illuminante, in questo senso, la vicinanza tra le sue posizioni e quelle del suo predecessore Benedetto XVI che, nel discorso tenuto al clero romano il 14 febbraio 2013, ha detto:

“Ma solo dopo il Concilio è stato messo in luce un elemento che si trova un po’ nascosto, anche nel Concilio stesso, e cioè: il nesso tra Popolo di Dio e Corpo di Cristo, è proprio la comunione con Cristo nell’unione eucaristica. Qui diventiamo Corpo di Cristo; cioè la relazione tra Popolo di Dio e Corpo di Cristo crea una nuova realtà: la comunione. E dopo il Concilio è stato scoperto, direi, come il Concilio, in realtà, abbia trovato, abbia guidato a questo concetto: la comunione come concetto centrale. Direi che, filologicamente, nel Concilio esso non è ancora totalmente maturo, ma è frutto del Concilio che il concetto di comunione sia diventato sempre più l’espressione dell’essenza della Chiesa, comunione nelle diverse dimensioni: comunione con il Dio Trinitario – che è Egli stesso comunione tra Padre, Figlio e Spirito Santo -, comunione sacramentale, comunione concreta nell’episcopato e nella vita della Chiesa”.

Il tema della comunione appare particolarmente adatto anche per esprimere la concezione ecclesiologica di papa Francesco, che non insiste sulla distinzione clero/laicato – tipica della vicenda europea – ma piuttosto su una visione unitaria della Chiesa, da lui definita nell’intervista a padre Spadaro come “popolo di Dio” e “santa madre Chiesa gerarchica”.

L’influenza del contesto latino-americano nella recezione bergogliana del Concilio emerge anche intorno al tema della collegialità. A differenza di altri continenti, infatti, l’America Latina presenta tratti culturali comuni, malgrado fortissime differenze. E non è casuale che proprio in America Latina gli organismi di raccordo tra i diversi episcopati nazionali siano stati caratterizzati da maggior vitalità ed efficacia rispetto ad altri continenti. Bergoglio ha lavorato intensamente all’interno del Celam e qui ha maturato una concreta esperienza di collegialità episcopale. Nell’intervista alla Civiltà Cattolica ha spiegato che per collegialità intende “camminare insieme: la gente, i Vescovi e il Papa”[14]. In occasione del primo incontro del consiglio degli otto cardinali da lui nominati per consigliare il papa, è stato diramato un comunicato che riferisce: “La prima riunione […] si è aperta con una riflessione introduttiva del Papa sulla ecclesiologia del Concilio Vaticano II, da collocarsi in un clima di lavoro non limitato a questioni organizzative e all’efficienza dell’istituzione, ma in una visione della Chiesa teologica e spirituale, ispirata all’ecclesiologia del Vaticano II e della sua attuazione”. E prosegue: “La riflessione ha riguardato alcuni punti messi in luce dal Concilio: come ravvivare il rapporto fra la Chiesa universale e la Chiesa locale, comunione e collegialità, Chiesa dei poveri, laici nella Chiesa:.. Tutti elementi del Concilio presenti come temi di fondo. Alla luce di ciò si dibatte sulle strutture di governo”.

La collegialità non costituisce per Bergoglio un principio astratto ma si inserisce in concreto, da un lato, nel rapporto tra la Curia romana – da lui descritta come una sorta di “intendenza” – e le diverse Chiese locali, e dall’altro in quello tra Chiese antiche e Chiese nuove, un problema cruciale per il cattolicesimo contemporaneo. Al primo problema ha fatto riferimento quando ha parlato degli aspetti cortigiani che ha definito “lebbra” della Chiesa e il secondo è stato da lui richiamato nell’intervista alla Civiltà Cattolica quando ha detto:

«Le Chiese giovani sviluppano una sintesi di fede, cultura e vita in divenire, e dunque diversa da quella sviluppata dalle Chiese più antiche. Per me, il rapporto tra le Chiese di più antica istituzione e quelle più recenti è simile al rapporto tra giovani e anziani in una società: costruiscono il futuro, ma gli uni con la loro forza e gli altri con la loro saggezza. Si corrono sempre dei rischi, ovviamente; le Chiese più giovani rischiano di sentirsi autosufficienti, quelle più antiche rischiano di voler imporre alle più giovani i loro modelli culturali. Ma il futuro si costruisce insieme».

Missione ed evangelizzazione

Bergoglio non ha vissuto solo la recezione del Concilio ma anche il travaglio post-conciliare in un contesto diverso da quello europeo. In Europa, la questione del bilancio del Vaticano II si è intrecciata strettamente con quella della scristianizzazione. Anche a causa delle diverse modalità che ha avuto storicamente la cristianizzazione in AL e in Europa, l’insieme dei fenomeni che indichiamo con i termini secolarizzazione e scristianizzazione si presentano con forme diverse nei due diversi contesti e, soprattutto, sono percepiti in modi diversi.  E’ indicativo in questo senso che Bergoglio parli di “pagani” e cioè di non evangelizzati o di poco evangelizzati, piuttosto che di “scristianizzati”. “Nel caso specifico di Buenos Aires, possiamo dire che si tratta di una città pagana; non lo dico in senso peggiorativo, ma solo come constatazione. E’ una città che adora molti dei… E’ un fatto che la cultura edonistica, consumistica, narcisista sta inquinando il cattolicesimo. Ci contagia, e in qualche modo finisce per relativizzare la vita religiosa, per paganizzarla, per renderla mondana, secolare…”[15].

Pur evocando problemi molto simili a quelli che sfidano la Chiesa in Europa – come la mentalità edonistica e consumistica – Bergoglio esprime un approccio al tema dell’evangelizzazione diverso da quello segnato, in Europa, dalla convinzione di vivere in una società “post-cristiana”, almeno in parte sempre più refrattaria ai valori cristiani e in cui il “recupero” dei lontani appare molto difficile. Tale atteggiamento spinge molti cattolici verso posizioni di chiusura o di difesa nei confronti del mondo contemporaneo, non più in reazione ai pericoli rappresentati da uno Stato laico, anticlericale o antireligioso, come nel XIX e nel XX secolo, ma da una diffusa mentalità secolarizzata o ipersecolarizzata, di impianto relativista. Tutto ciò ispira spesso posizioni autoreferenziali e un ripiegamento che inibisce lo slancio missionario[16]. Si collocano in tale humus anche le spinte in senso tradizionalista, sulle cui negative implicazioni ideologiche papa Francesco ha richiamato l’attenzione[17]. Tali reazioni si spiegano, infatti, in collegamento con una “nuova” condizione di minoranza che ispira di sentimenti di nostalgia per una (presunta) situazione di cristianità in cui i cristiani erano “maggioranza”. Non è questa l’ottica di papa Francesco che recentemente ha detto esplicitamente di considerare addirittura un vantaggio la condizione di minoranza dei cristiani nella società contemporanea[18]. In questa luce, perde di importanza l’interrogativo se il Vaticano II abbia accelerato la scristianizzazione e contribuito alla crisi della Chiesa, temi molto dibattuti in Europa[19]. La diversità degli approcci ispira anche un diverso rapporto – efficacemente sintetizzato dalla vivace immagine usata papa Francesco quando ha detto che i pastori devono avere lo stesso odore delle pecore – un rapporto tra i pastori e un popolo che, malgrado la concorrenza delle sette o l’influenza di altre forme di religiosità, Bergoglio non sente complessivamente refrattario allo sforzo di evangelizzazione condotto dalla Chiesa. Ed esprime un atteggiamento non spaventato e difensivo verso i non cristiani, bensì di simpatia, nel senso conciliare del termine, e cioè di condivisione delle gioie e delle speranze, le sofferenze e i dolori degli uomini e delle donne contemporanei.

In tale contesto si colloca il rapporto forte e diretto di Bergoglio con un tema cruciale del Concilio, quello dell’evangelizzazione. Questo tema ha costituito la principale chiave interpretativa dell’evento conciliare proposta dal magistero degli ultimi pontefici. Fu Giovanni XXIII ad auspicare che il Concilio rappresentasse una nuova Pentecoste e proprio di annuncio del Vangelo al mondo parlò Paolo VI nel discorso di chiusura pronunciato l’ 8 dicembre 1965, quando sintetizzò nello spirito di carità l’approccio scaturito dal Vaticano II, indicando l’esempio del buon Samaritano quale paradigma per il tempo post-concliare. E’ noto inoltre che Giovanni Paolo II ha insistito sulla priorità di orientare tutta la Chiesa verso l’impegno per una “nuova evangelizzazione”, di cui si cominciò a parlare probabilmente proprio a partire dall’ America Latina: è in questo senso emblematico l’incontro di Peubla del 1978, dedicato, per volontà di Paolo VI, a “Il presente e il futuro dell’Evangelizzazione nell’America Latina”. Meno noto ma molto significativo è che anche Benedetto XVI ha legato strettamente Concilio e missione: quando ancora il Vaticano II era in corso, Joseph Ratzinger contrappose la conservazione di quanto resistevano al rinnovamento con conciliare non ai progressisti ma quanti vedevano nel Concilio l’inizio di un rinnovato impegno missionario di tutta la Chiesa cattolica. Per Benedetto XVI, insomma, la vera novità conciliare si è giocata sull’alternativa tra conservazione e missione.

Papa Francesco è pienamente dentro questa tradizione interpretativa del Vaticano II. Sotto questo profilo c’è continuità assoluta con i suoi predecessori, da Giovanni XXIII a Benedetto XVI. Anche alla vigilia della sua elezione ha tracciato il profilo del futuro papa anzitutto in riferimento al primato dell’evangelizzazione[20]. Bergoglio si è talvolta espresso in termini diversi, presentando il Vaticano II in termini di apertura alla modernità. Ma, a prescindere dal particolare contesto in cui lo ha fatto[21], nel suo pensiero è chiaro il legame che unisce evangelizzazione e apertura alla modernità. “Il Vaticano II è stato una rilettura del Vangelo alla luce della cultura contemporanea. Ha prodotto un movimento di rinnovamento che semplicemente viene dallo stesso Vangelo. I frutti sono enormi”[22]. Alla stessa prospettiva di fondo si collega anche la sua insistenza sull’importanza del dialogo, anche con i non credenti. Il “dialogo sulla fede: costituisce, come è noto, uno degli obiettivi principali del Concilio Vaticano II, voluto da Giovanni XXIII, e del ministero dei Papi che, ciascuno con la sua sensibilità e il suo apporto, da allora sino ad oggi hanno camminato nel solco tracciato dal Concilio”[23]. Per papa Francesco, infatti, missione ed evangelizzazione non coincidono proselitismo: «Il proselitismo è una solenne sciocchezza, non ha senso. Bisogna conoscersi, ascoltarsi e far crescere la conoscenza del mondo che ci circonda […] Questo è importante: conoscersi, ascoltarsi, ampliare la cerchia dei pensieri. Il mondo è percorso da strade che riavvicinano e allontanano, ma l’importante è che portino verso il Bene». E in questa prospettiva non è difficile capire anche l’importanza da lui attribuita ai temi conciliari dell’ecumenismo religioso e del dialogo con i non credenti[24], su cui è tornato recentemente ricevendo i partecipanti all’incontro organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio per ricordare l’incontro di Assisi convocato nel 1986 dal beato Giovanni Paolo II. Tratti diversi, ma anch’ essi con forti radici nel Vaticano II, presenta il rapporto con gli ebrei[25]

Teologia della liberazione e amore per i poveri

Mentre alcune questioni molto discusse sull’ermeneutica conciliare non sembrano avere per Bergoglio un’importanza decisiva[26], egli è stato certamente influenzato dai diversi sviluppi in Europa e in AL della discussione tra progressisti e conservatori (una contrapposizione che, benché improprio come si è visto, ha avuto larga circolazione). In entrambi i casi, tale contrapposizione si è fortemente ideologizzata. “La maggiore preoccupazione per i poveri, che negli anni Sessanta irruppe nel cattolicesimo, costituiva un brodo di coltura perfetto per qualunque ideologia. Il rischio era snaturare una cosa che la Chiesa ha chiesto nel Concilio Vaticano II e che da allora non ha mai smesso di ripetere: bisogna trovare il cammino giusto per rispondere alla preoccupazione per i poveri, esigenza evangelica imprescindibile e centrale…” [27]. In Europa, però, la contrapposizione tra conservatori e progressisti ha gradualmente allentato i suoi legami con le questioni economico-sociali, a seguito di profonde trasformazioni della società, come la dissoluzione della classe operaia, e di una parallela evoluzione della politica, che ha visto scomparire o ridimensionarsi le formazioni tradizionali della sinistra “classista”. E anche la contrapposizione tra conservatori e progressisti in ambito cattolico si è spostata qui verso questioni nuove, come quelle legate ai problemi etico-antropologici, alle differenze di genere, alla concezione della famiglia ecc.

In America latina, invece, il problema dei poveri – e in particolare quello della povertà urbana – ha continuato a rivestire grande importanza, anche per i cattolici. Lo conferma il dibattito sulla teologia della liberazione, che qui ha continuato a svilupparsi in modo vivace, assumendo forme anche molto radicali ma conoscendo contemporaneamente molteplici sviluppi[28]. Gianni Valente ha raccontato la vicenda dei curati delle ville miserias che, partiti da un approccio marcatamente socio-politico hanno modificato il loro atteggiamento davanti alla realtà di una religiosità popolare che chiedeva loro amministrazione dei sacramenti, celebrazione della liturgia, vicinanza sacerdotale e così via. E’ un’esperienza che Bergoglio ha seguito con grande attenzione. Egli ha infatti continuato a pensare che, malgrado errori e deviazioni, “la particolare attenzione nei confronti dei poveri è un messaggio molto forte del post-concilio”[29]. Ma ha anche contrastato le derive ideologiche legate a tale attenzione ed è possibile parlare del suo episcopato a Buenos Aires in termini di “sintesi creativa che va al di là delle fratture drammatiche del post-concilio che hanno coinvolto anche l’Argentina” [30].

Contemporaneo del Concilio

Infine, un’ultima  osservazione: in Bergoglio si avverte il senso di una forte vicinanza storica, quasi cronologica, al Concilio[31]. In Italia e in Europa è diffusa la convinzione che la situazione storica degli anni sessanta, al cui interno si è collocato l’evento conciliare, sia ormai molto lontana. Secondo questa lettura[32] sarebbe venuto meno quel contesto culturale in cui sono stati elaborati i documenti del Concilio. Si indica soprattutto il caso dell’“ottimismo” ingenuo e troppo fiducioso nel progresso in cui sarebbe stata concepita e approvata la Costituzione Gaudium et Spes sul mondo contemporaneo. Tale tendenza si lega ad una diffusa sensazione di declino dell’influenza europea nel mondo, se non di vera e propria decadenza del “vecchio continente”. Si è determinato un ripiegamento degli europei su se stessi che Benedetto XVI ha definito tentazione di un ”congedo dalla storia”. I popoli fuori dall’Europa che Dominique Mosi ha definito popoli della speranza – in contrapposizione a quelli della paura, e cioè i popoli occidentali, e quelli dell’umiliazione, e cioè i popoli del mondo arabo[33] – non condividono questa sindrome e non avvertono con altrettanta forza il senso di una discontinuità rispetto al contesto “ottimista” degli anni sessanta.

Vanno considerate in questa luce, a mio avviso, anche le posizioni critiche espresse da Jorge Bergoglio prima e da papa Francesco poi nei confronti di un’ideologia liberista e di una globalizzazione economica che penalizzano pesantemente i più deboli. Tali posizioni non sono rilevanti solo sul piano economico o sociale, ma hanno anche un interesse più complessivo per quanto riguarda la collocazione della Chiesa cattolica nel mondo contemporaneo. Lo spostamento del “baricentro” della Chiesa cattolica fuori dell’Europa simbolizzato dall’elezione di un papa argentino, in altre parole, spinge anche i cattolici europei a ripensare il loro rapporto con il Vaticano II. Con Francesco, in altre parole, è possibile cominciare, per così dire, un nuovo cammino post-conciliare, riscoprendo lo slancio e l’entusiasmo degli anni del Concilio e cercando vie meno appesantite da una cultura segnata dall’ossessione del declino europeo[34]. Non si tratta, ovviamente, per i cattolici europei di astrarsi dai problemi e dalle sfide del contesto in cui sono immersi. Al contrario, l’elezione di papa Francesco offre loro l’occasione per attingere a rinnovate energie di fede e prospetta loro nuove strade, come l’attenzione nei confronti dei poveri, che possono permettere una presenza più attiva ed efficace nel contesto europeo. Anche in Europa, ad esempio, sono i poveri ad indicarci le vie del futuro: ascoltando i drammi di tanti che bussano alle nostre porte cercando asilo c’è la chiave per un nuovo rapporto  tra l’Europa e il resto del mondo.

Francesco, insomma, ci appare oggi più contemporaneo del Concilio di quanto si sentano oggi molti di noi. Lo si percepisce dalla sintonia con le prospettive di speranza lanciate dal Vaticano II (il “coraggio della speranza” è non a caso uno dei temi da lui più cari)[35]. Viene anche da qui la freschezza che si percepisce nei suoi riferimenti al Vaticano II, uno slancio conciliare più forte e immediato, la sensazione che si sia fatto poco e che ci sia ancora molto da fare. Ed è da questa freschezza che occorre ricominciare per riscoprire il Concilio insieme a papa Francesco.
[1] A. Riccardi, La sorpresa di Papa Francesco, Mondadori Milano 2013, p. 34

[2] Ivi, p. 35

[3] Il direttore della Civiltà Cattolica ne ha tratto la conclusione che per Bergoglio si tratta di un fatto talmente indiscutibile da rendere superflua l’esigenza di ribadirne l’importanza[3]. Ma tale conclusione – indubbiamente plausibile: è nell’ordine delle cose che per un gesuita l’autorità di un Concilio sia fuori discussione – non appare esaustiva.

[4]E in’omelia tenuta a Santa Marta ha detto: “Vogliamo che lo Spirito Santo si assopisca… vogliamo addomesticare lo Spirito Santo… Questa tentazione ancora è di oggi. Un solo esempio: pensiamo al Concilio. Il Concilio è stato un’opera bella dello Spirito Santo. Pensate a papa Giovanni. Sembrava un parroco buono e lui è stato obbediente allo Spirito Santo e ha fatto quello. Ma dopo cinquanta anni, abbiamo fatto tutto quello che lo Spirito santo ci ha detto nel Concilio? No. Festeggiamo questo anniversario, facciamo un monumento, ma che non dia fastidio. Non vogliamo cambiare. Di più: ci sono voci che vogliono andare indietro”, www. vatican.va. Papa Francesco, Meditazione mattutina nella cappella della Domus Sanctae Marthae, Martedì, 16 aprile 2013.

[5] “Quello che a me dava sicurezza al tempo di padre Arrupe era il fatto che lui fosse un uomo di preghiera, un uomo che passava molto tempo in preghiera. Lo ricordo quando pregava seduto per terra, come fanno i giapponesi. Per questo lui aveva l’atteggiamento giusto e prese le decisioni corrette”

[6] “Cercavo sempre una comunità. Io non mi vedevo prete solo: ho bisogno di comunità… senza gente non posso vivere. Ho bisogno di vivere la mia vita insieme agli altri”.

[7] “La sapienza del discernimento riscatta la necessaria ambiguità della vita e fa trovare i mezzi più opportuni… Questo discernimento richiede tempo. … Il gesuita deve essere una persona dal pensiero incompleto, dal pensiero aperto… La Compagnia si può dire solamente in forma narrativa. Solamente nella narrazione si può fare discernimento, non nella esplicazione della Compagnia non è quello della discussione, ma quello del discernimento, che ovviamente suppone la discussione nel processo”.

[8] CC : «Ignazio è un mistico, non un asceta… Quella che sottolinea l’ascetismo, il silenzio e la penitenza è una corrente deformata che si è pure diffusa nella Compagnia in ambito spagnolo. Io sono vicino invece alla corrente mistica, quella di Louis Lallemant e di Jean-Joseph Surin”. Bergoglio sottolinea che era anzitutto un mistico anche il beato Pietro Favre , da lui apprezzato in particolare attraverso l’interpretazione di un altro gesuita contemporaneo di grande originalità, Michel de Certeau, che – spiega Spadaro – ha descritto Favre semplicemente come “il ‘prete riformato’, per il quale l’esperienza interiore, l’espressione dogmatica e la riforma strutturale sono intimamente indissociabili”. Di Favre Bergoglio apprezza in particolare «il dialogo con tutti, anche i più lontani e gli avversari; la pietà semplice, una certa ingenuità forse, la disponibilità immediata, il suo attento discernimento interiore, il fatto di essere uomo di grandi e forti decisioni e insieme capace di essere così dolce, dolce…». Commenta il direttore della civiltà Cattolica: “mi sembra di capire che Francesco si ispiri proprio a questo genere di riforma”. A questi riferimenti positivi, Bergoglio ne contrappone invece altri i cui prevale la tendenza ascetica. «Ci sono state epoche nella Compagnia nelle quali si è vissuto un pensiero chiuso, rigido, più istruttivo-ascetico che mistico: questa deformazione ha generato l’Epitome Instituti». Comenta Spadaro “Qui il Papa si sta riferendo a una specie di riassunto pratico in uso nella Compagnia e riformulato nel XX secolo, che venne visto come un sostitutivo delle Costituzioni. La formazione dei gesuiti  sulla Compagnia per un certo tempo fu plasmata da questo testo, a tal punto che qualcuno non lesse mai le Costituzioni, che invece sono il testo fondativo. Per il Papa, durante questo periodo nella compagnia le regole hanno rischiato di soffocare lo spirito e ha vinto la tentazione di esplicitare e di dichiarare troppo il carisma”.

[9] A. Riccardi, La sorpresa di Papa Francesco, Mondadori Milano 2013, p. 37

[10] Cosi p. Spadaro in CC

[11] A. Riccardi, La sorpresa di Papa Francesco, Mondadori Milano 2013, p. 37

[12] Ivi, p. 35

[13] Interrogandosi sull’atteggiamento dell’arcivescovo Bergoglio verso la religiosità popolare, Andrea Riccarsdi scrive_ “Nella città “pagana” vive una religione popolare che non é un residuo del passato o un compromesso con la superstizione. Il cardinale cita il pellegrinaggio di tanti giovani al santuario della Madonna di Lujàn, per molti l’unica esperienza religiosa, fatta spontaneamente e senza alcuna organizzazione alle spalle. La religiosità popolare è una realtà che, dopo il Vaticano II, è stata considerata con sufficienza, quasi fosse un’espressione di un passato quasi da cancellare. Per Bergoglio la devozione popolare ha un valore, seppure è un aspetto parziale della propria vita, talvolta in contraddizione con altri: è una “scintilla” che va aiutata a svilupparsi. Nella città secolarizzata, una Chiesa in missione incontra un popolo che non è chiuso alla fede: questa è la sua convinzione al di là di tante analisi sociologiche”,  A. Riccardi, La sorpresa di papa Francesco, Mondadori, Milano 2013, p. 145

[14] “La sinodalità va vissuta a vari livelli. Forse è il tempo di mutare la metodologia del Sinodo, perché quella attuale mi sembra statica. Questo potrà anche avere valore ecumenico, specialmente con i nostri fratelli Ortodossi. Da loro si può imparare di più sul senso della collegialità episcopale e sulla tradizione della sinodalità. Lo sforzo di rifgeledsione comune, guardando a vome si governava la Chuiesa nei primi secoli, prima della rottura tra Oriente e Occidente, darà frutti a suo tempo. Nelle relazioni ecumeniche questo è importante: non solo conoscersi meglio, ma anche riconoscere ciò che lo Spirito ha seminato negli altri come un dono anche per noi. Voglio proseguire la riflessione su come esercitare il primato petrino, già cominciata nel 2007 dalla Commissione mista , e che ha portato alla firma del documento di Ravenna. Bisogna continuare su questa strada”

[15] A. Riccardi, La sorpresa di papa Francesco, Mondadori, Milano 2013, p. 145

[16] “Inoltre, il clima di crisi europea e la perdita di rilievo mondiale delle nazioni europee, per quell’osmosi che esiste tra la Chiesa e il vecchio continente, rafforza in alcuni il senso di autoreferenzialità diffuso nelle strutture cattoliche e tra i fedeli. L’autoreferenzialità diventa una scelta indotta dalla situazione e dallo spaesamento sugli orizzonti smisurati della mondializzazione; ma appare anche una scelta protettiva rispetto al “contagio” di ambienti così diversi con cui si è a contatto. E’ un’opzione naturale, quando non si ha una visione del mondo e forse si fa fatica a capire le grandi trasformazioni contemporanee”, A. Riccardi, La sorpresa di papa Francesco, Mondadori, Milano 2013, p. 155

[17]  CC: “Poi ci sono questioni particolari come la liturgia secondo il Vetus Ordo. Penso che la scelta di Papa Benedetto sia stata prudenziale, legata all’aiuto ad alcune persone che hanno questa particolare sensibilità. Considero invece preoccupante il rischio di ideologizzazione del Vetus Ordo, la sua strumentalizzazione».

[18] A Scalfari che gli faceva osservare . “voi cristiani adesso siete una minoranza. Perfino in Italia, che viene definita il giardino del Papa, i cattolici praticanti sarebbero secondo alcuni sondaggi tra l’8 e il 15 per cento. I cattolici che dicono di esserlo ma di fatto lo sono assai poco sono un 20 per cento. Nel mondo esiste un miliardo di cattolici e anche più e con le altre Chiese cristiane superate il miliardo e mezzo, ma il pianeta è popolato da 6-7 miliardi di persone. Siete certamente molti, specie in Africa e nell’America Latina, ma minoranze, papa Framncesco ha risposto: «Lo siamo sempre stati ma il tema di oggi non è questo. Personalmente penso che essere una minoranza sia addirittura una forza. Dobbiamo essere un lievito di vita e di amore e il lievito è una quantità infinitamente più piccola della massa di frutti, di fiori e di alberi che da quel lievito nascono. Mi pare d’aver già detto prima che il nostro obiettivo non è il proselitismo ma l’ascolto dei bisogni, dei desideri, delle delusioni, della disperazione, della speranza. Dobbiamo ridare speranza ai giovani, aiutare i vecchi, aprire verso il futuro, diffondere l’amore. Poveri tra i poveri. Dobbiamo includere gli esclusi e predicare la pace. Il Vaticano II, ispirato da papa Giovanni e da Paolo VI, decise di guardare al futuro con spirito moderno e di aprire alla cultura moderna. I padri conciliari sapevano che aprire alla cultura moderna significava ecumenismo religioso e dialogo con i non credenti. Dopo di allora fu fatto molto poco in quella direzione. Io ho l’umiltà e l’ambizione di volerlo fare».

[19] “Non c’è in lui [Bergoglio] nulla che faccia pensare ad una critica del Concilio come origine della crisi della Chiesa contemporanea”. A. Riccardi, La sorpresa di papa Francesco, Mondadori, Milano 2013, p. 34

[20] Nel preconclave, il card. Bergoglio aveva tracciato l’immagine del papa di cui c’era bisogno: “Pensando al prossimo Papa, -aveva detto- c’è bisogno di un uomo che, che dalla contemplazione e dall’adorazione di Gesù Cristo  aiuti la Chiesa a uscire da se stessa  verso la periferia esistenziale dell’umanità, in modo da essere madre feconda della ‘dolce e confortante gioia di evangelizzare’”, A. Riccardi, La sorpresa di papa Francesco, Mondadori, Milano 2013, p. 155

[21] Lettera a Scalfari (o intervista?): “Lungo i secoli della modernità, si è assistito a un paradosso: la fede cristiana, la cui novità e incidenza sulla vita dell’uomo sin dall’inizio sono state espresse proprio attraverso il simbolo della luce, è stata spesso bollata come il buio della superstizione che si oppone alla luce della ragione. Così tra la Chiesa e la cultura d’ispirazione cristiana, da una parte, e la cultura moderna d’impronta illuminista, dall’altra, si è giunti all’incomunicabilità. È venuto ormai il tempo, e il Vaticano II ne ha inaugurato appunto la stagione, di un dialogo aperto e senza preconcetti che riapra le porte per un serio e fecondo incontro”.

[22] CC

[23] Lettera a Scalfari (o intervista?)

[24]  Intervista a Scalfari“ Il Vaticano II, ispirato da papa Giovanni e da Paolo VI, decise di guardare al futuro con spirito moderno e di aprire alla cultura moderna. I padri conciliari sapevano che aprire alla cultura moderna significava ecumenismo religioso e dialogo con i non credenti”[24]

[25] Lettra a Scalfari. “Lei mi chiede anche, a conclusione del suo primo articolo,che cosa dire ai fratelli ebrei circa la promessa fatta loro da Dio: è essa del tutto andata a vuoto? È questo – mi creda – un interrogativo che ci interpella radicalmente, come cristiani, perché, con l’aiuto di Dio, soprattutto a partire dal Concilio Vaticano II, abbiamo riscoperto che il popolo ebreo è tuttora, per noi, la radice santa da cui è germinato Gesù. Anch’io, nell’amicizia che ho coltivato lungo tutti questi anni con i fratelli ebrei, in Argentina, molte volte nella preghiera ho interrogato Dio, in modo particolare quando la mente andava al ricordo della terribile esperienza della Shoah. Quel che Le posso dire, con l’apostolo Paolo, è che mai è venuta meno la fedeltà di Dio all’alleanza stretta con Israele e che, attraverso le terribili prove di questi secoli, gli ebrei hanno conservato la loro fede in Dio. E di questo, a loro, non saremo mai sufficientemente grati, come Chiesa, ma anche come umanità. Essi poi, proprio perseverando nella fede nel Dio dell’alleanza, richiamano tutti, anche noi cristiani, al fatto che siamo sempre in attesa, come dei pellegrini, del ritorno del Signore e che dunque sempre dobbiamo essere aperti verso di Lui e mai arroccarci in ciò che abbiamo già raggiunto”

[26] Per quanto riguarda la discussione sull’ermeneutica della continuità e quella della discontinuità, della riforma o della rottura, molto sentita in alcuni ambienti teologici ed intellettuali europei, nell’intervista alla Civiltà Cattolica, Francesco non ha smentito il suo predecessore, Benedetto XVI che si è pronunciato chiaramente su questo punto, ma non l’ha neanche richiamata in modo prioritario, toccandola rapidamente per poi passare oltre.

[27] A. Riccardi, La sorpresa di papa Francesco, Mondadori, Milano 2013, p. 90

[28] Bergoglio ha così ricostruito questa vicenda: “Si è trattato di un effetto interpretativo del Concilio Vaticano II. E, come ogni conseguenza di un cambiamento della Chiesa, ha avuto i suoi lati positivi e negativi, il suo equilibrio e i suoi eccessi. Come si ricorderà Giovanni Paolo II affidò all’allora cardinale Ratzinger il compito di studiare la teologia della liberazione, che portò alla stesura di due successivi libricini in cui la si descrive, si segnalano i suoi limiti (tra cui il suo rifarsi all’ermeneutica marxista della realtà), ma se ne dimostrano anche i lati positivi. In altre parole, la posizione della Chiesa al riguardo è molto varia”, A. Riccardi, La sorpresa di papa Francesco, Mondadori, Milano 2013, p. 89

[29] Ivi, p. 90

[30] Ivi, p. 37

[31] Si tratta di un contesto che è rimasto relativamente ai margini di alcune vicende che hanno segnato il post-concilio in Europa e in particolare quelle cesure che in Europa fanno sentire ornai molto lontano il tempo in cui si è svolto il Concilio se lo si guarda con gli occhi di oggi, soprattutto dopo quella svolta che iniziata alla fine degli anni settanta ha raggiunto il suo culmine tra il 1989 e il 1991, con la caduta del muro di Berlino e la dissoluzione dell’Urss e l’affermazione di un nuovo corso anzitutto economico ma anche politico e culturale di impronta liberista. Naturalmente, il tracollo del blocco sovietico ha avuto grande importanza per tutto il mondo, compresa l’America Latina. E’ probabile però che la cesura sia stata avvertita in alcune aree del mondo in modo diverso da quanto sia accaduto in Europa e che altrove la sensazione di vivere in un’epoca radicalmente diversa rispetto a quella del Concilio sia meno forte.

[32] condivisa in Italia da personalità con sensibilità molto diverse, come il card. Camillo Ruini e lo storico Paolo Prodi

[33] D. Moisi, Geopolitica delle emozioni. Le culture della paura, dell’umiliazione e della speranza stanno cambiando il mondo, Milano, Garzanti 2009

[34] La questione dei valori non negoziabili, che papa Francesco non  ha certo intenzione di rinnegare ma solo di subordinare al primato dell’annuncio del Vangelo, è in questo senso emblematica: anche se con l’intento di contrastare una cultura europea sempre più secolarizzata, la priorità assegnata a tali tematiche tradisce una sorta di “rincorsa” e una involontaria subalternità nei confronti di quella mentalità che si vuole contrastare.

[35]  In contrasto emerge anche tra le parole di padre Spadaro e quelle di Francesco nell’intervista alla CC: “Gli chiedo dunque: «dobbiamo essere ottimisti? Quali sono i segni di speranza nel mondo d’oggi? Come si fa ad essere ottimisti in un mondo in crisi?». «A me non piace usare la parola “ottimismo”, perché dice un atteggiamento psicologico. Mi piace invece usare la parola “speranza” secondo ciò che si legge nel capitolo 11 della Lettera agli Ebrei che

citavo prima. I Padri hanno continuato a camminare, attraversando grandi difficoltà. E la speranza non delude come dice la Lettera ai Romani”. Come si vede manca nella risposta del papa un riferimento all’ottica della crisi, presente in molti cattolici europei.