Famiglia e Vita nel magistero di Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires

Introduzione al numero di “Familia et Vita” di aprile 2014

«La famiglia è una condizione necessaria perché una persona prenda coscienza e valorizzi la sua dignità: nella nostra famiglia siamo stati portati alla vita, siamo stati accettati in quanto preziosi per noi stessi; in famiglia ci vogliono bene così come siamo, si valorizza la nostra felicità e la vocazione personale, al di là di ogni interesse. Senza la famiglia, che riconosce la dignità della persona per se stessa, la società non riesce a “percepire” questo valore nelle situazioni estreme. Soltanto una mamma e un papà possono dire con gioia, con orgoglio e responsabilità: noi saremo genitori, abbiamo concepito nostro figlio»[1].

«Il matrimonio precede lo Stato, è la base della famiglia, cellula della società, anteriore a ogni legislazione e anteriore alla stessa Chiesa»[2].

All’inizio di questa nostra Presentazione ho scelto due semplici citazioni perché lasciano ben intendere l’approccio che papa Francesco – allora arcivescovo di Buenos Aires – ha seguito nel suo magistero per riflettere sul significato, l’identità e il ruolo della famiglia nella Chiesa e nel mondo e sul valore stesso del matrimonio e della Vita.

Per il vescovo argentino, la famiglia è una realtà concretissima, umana, ove s’apprende l’arte della Vita e dell’Amore. La famiglia è fatta di volti, di persone che amano, parlano, si sacrificano per gli altri e difendono la vita a ogni costo. Si diventa persona stando in famiglia, crescendo con mamma e papà, respirando il tepore della casa, vero nido e culla della vita. È nella famiglia che riceviamo il nome e, quindi, la nostra dignità. La famiglia è il luogo dell’amicizia, degli affetti, lo spazio dell’intimità, ove s’apprende l’arte del dialogo e della comunicazione interpersonale. Ci sono brevi discorsi, omelie e riflessioni di mons. Jorge Mario Bergoglio sulla famiglia e sul valore della Vita che lasciano quasi ri-ascoltare la dolce nenia di un tempo che le nonne cantavano ai propri nipoti, come altresì immaginare volti solcati dalla rughe di anziani consumati dal sacrificio, dall’amore per i figli, e ri-sentire pure il brusio che fuoriesce dal cortile ove i fanciulli di una volta scorazzavano all’aria aperta e giocavano e cantavano. Immagini concrete di una famiglia e dei suoi membri che rappresentano un anello di una lunga catena che è la Vita.

Il matrimonio, poi, è nel progetto di Dio da sempre ed è la base della famiglia perché in esso si realizza il processo di umanizzazione del mondo, di ogni persona e di ogni società. Il matrimonio è una specie di “primo sacramento” dell’umano, ove la persona scopre se stessa, si auto-comprende in relazione agli altri e all’amore che è capace di ricevere e di scambiarsi.

Senza questo dato antropologico di base non è possibile, per l’arcivescovo rio-platense, avviare alcuna riflessione teologica sul valore e il significato della famiglia e della stessa Vita. Inoltre, senza una lettura “in contesto”[3] della famiglia e un’attenta analisi delle condizioni sociali, economiche, politiche, culturali e religiose in cui la vita delle persone si esprime, ogni altra speculazione – pure filosofica e sacramentale – risulterebbe inutile e soprattutto inefficace. In qualche modo, ognuno di noi nasce – è consegnato al mondo – attraverso il vissuto della propria famiglia ed è il frutto di un amore sponsale che riceve nel matrimonio la dignità di sacramento.

1. Attraversati da due forze

La famiglia nel magistero dell’allora presule di Buenos Aires, mons. Jorge Bergoglio, appare attraversata da due forze che si compenetrano e si sostengono reciprocamente.

La prima è per sua natura centripeta. Si tratta della Vita che attira ogni cosa a sé e da cui tutto scaturisce come da una sorgente immensa e senza fine che riversa le sue acque in cascate profonde e raggiunge i rivoli più silenziosi della terra. Ognuno di noi è inserito in questo flusso della Vita che ci trasporta nel tempo di generazione in generazione: facciamo tutti parte di un unico popolo santo di Dio che è “famiglia di famiglie”, ove la memoria – premessa perché ci sia un vero futuro per i giovani e per le future generazioni – è consegnata agli anziani e custodita gelosamente nell’esperienza di gratitudine che ciascuno è in grado di compiere in quanto persona, ossia essere in relazione e comunione.

La seconda è, per essenza, centrifuga. È l’Amore come dono di sé senza misura, una fiamma che quanto più brucia tanto più si rinnova e trova vigore e alimento. È l’Amore, infatti, che ci personalizza, che ci rende persona, che ci fa esistere.

Queste “forze” sono come due facce di una stessa medaglia: hanno origine in Dio; ossia provengono dalla Trinità che si è rivelata pienamente nella morte e risurrezione di Gesù Cristo, Verbo fatto carne, che ha posto nella coppia umana (maschio e femmina) il segno indelebile e intergenerazionale della sua presenza come Volto eterno tra i popoli.

a) L’energia della Vita

Con l’espressione “forza” o “energia” della Vita, papa Francesco non intende – allora come oggi – fare un semplice riferimento ai segni che ognuno di noi lascia nel tempo e nella storia sociale in virtù della propria esistenza. È dimostrato come, nel giro di poche generazioni, all’incirca dopo un secolo, non resta più traccia di noi stessi, di quello che siamo stati e abbiamo vissuto, creato, compiuto e prodotto. La “Vita” è da interpretare non semplicemente come bìos, bensì quale zoê[4]. È una forza intergenerazionale che attraversa il tempo, la storia (fin dal seno di Abramo), le società, i mondi dell’uomo, e si rinnova lì dove le comunità e i popoli si aprono al dono dell’Amore e sanno fare tesoro della propria memoria[5]. Sarebbe, infatti, molto riduttivo – anche se possibile – rileggere il ruolo della famiglia e il significato dell’esistenza di ciascuno di noi nell’orizzonte mondano e naturale della propria sola “biografia” o “vissuto generazionale”. Quando il cardinale Bergoglio immagina la famiglia ha davanti a sé dei volti molto concreti: nonni, giovani, adulti e bambini che con il loro esserci e agire fanno la comunità e alimentano l’umanità e lo stesso popolo santo di Dio che in Abramo ha la sua radice germinale. Noi tutti siamo inseriti in questo flusso della Vita che ci porta e ci rende protagonisti del nostro essere e agire nella misura in cui amiamo la Vita e la custodiamo in ogni suo aspetto o fase.

In noi, sembra ricordare in più occasioni il cardinale Bergoglio, c’è più del personale “vissuto” e delle poche e deboli tracce lasciate dalle nostre famiglie e comunità. Noi siamo portatori di un’Origine divina che ci precede e che ci attende – e quindi ci anticipa – come Patria e Meta del nostro andare per il mondo. È la Vita divina nella quale ogni persona umana – di generazione in generazione – è inserita da sempre, già nel suo atto originalissimo del concepimento e del proprio vivere comune[6]. Siamo come degli anelli che, nella catena del tempo, trasportiamo – di generazione in generazione – i valori, gli ideali e i gesti di amore e di tenerezza che ogni popolo è in grado di compiere nell’unico e pur variegato cammino dell’umanità[7].

In questa prospettiva possiamo rileggere un’espressione che ritorna continuamente nei pronunciamenti di papa Francesco quand’era pastore della Chiesa rio-platense: “aver cura” o anche “prendersi cura” (take care) della Vita in tutte le sue età e manifestazioni (giovani, anziani, bambini), promuovendo la cultura dell’incontro[8] ed educando al significato autentico dell’Amore[9].

b) Il potere dell’Amore

Con il termine “forza” o “energia” dell’Amore, invece, papa Francesco fa riferimento direttamente al senso cristiano di Agapê, ossia all’Amore gratuito come dono di sé per l’altro. È il potere dell’Amore crocifisso, del Cristo che, innalzato da terra, donando tutto di sé, attira tutti al suo cuore. Agapê ingloba in sé la forza dell’erôs e l’energia dinamica e generosa della philìa, senza le quali l’Amore stesso – ma anche il nostro essere famiglia – apparirebbe vuoto, povero, disincarnato, privo di storicità e di concretezza, ma altresì di futuro, cioè di segni lasciati nel tempo come testimonianza della stessa Vita[10].

“Amare”, nella concezione di mons. Bergoglio, non vuol dire guardarsi negli occhi e sospirare, quanto, piuttosto, prendersi per mano e camminare assieme verso la stessa mèta, ripetendosi – l’uno all’altra – “tu non morirai, perché io darò la vita per te”. In tal senso, l’amore familiare e sponsale ci dice che si può amare solo per sempre, pienamente, definitivamente, senza alcuna precarietà o provvisorietà[11], e che le prove, i sacrifici e le crisi dell’Amore sono nient’altro che un passaggio obbligato per crescere nel Bene e nella Verità, senza rimpianti né ingratitudine. Chi ama si dona completamente e non se ne pente: non rinfaccia quello che ha dato, né ricorda le proprie rinunce. Chi ama impara a vivere la propria crisi davanti a Dio, all’interno della propria famiglia. L’Amore, così, si conferma come un “esodo senza ritorno”, un “avvento senza rimpianto”, perché la gratitudine prende il sopravvento sulla stessa paura di donarsi e di sacrificarsi per l’altro. Chi ama veramente – è questa l’esperienza dei genitori, dei nonni, dei giovani, dello stesso Gesù Cristo – non rinfaccia niente, non richiede indietro quello che ha perso o donato e non dice “ho lasciato” ma, come il buon discepolo, ripete “ho trovato un tesoro” (cf. Mt 13,44-46).

È a partire dal riconoscimento di queste due “energie” che la famiglia può essere considerata come il primo luogo educativo della fede e della crescita umana di ogni persona. Di fatti, come ci ricorda papa Francesco anche in alcuni suoi ultimi pronunciamenti, è nella famiglia che impariamo ad amare e riceviamo il dono della fede[12]. La famiglia diviene, in questa prospettiva, soggetto di evangelizzazione perché è uno spazio interumano che custodisce e genera la vita ed è prima cellula in cui si diffonde l’Amore e s’impara ad amare.

2. Le due costanti: “Famiglia e Vita”

“Famiglia e Vita” diventano, così, due costanti nel magistero dell’arcivescovo di Buenos Aires che vorrei richiamare considerandone alcuni punti  (o aspetti) fondamentali, consapevoli che, per papa Francesco, ogni riflessione sulla famiglia e sulla stessa vita non può non tener conto della recezione degli insegnamenti della Chiesa, soprattutto del Concilio ecumenico Vaticano II – in particolare della Gaudium et spes –, nonché di una sana e concreta riflessione biblica sulla creazione della persona umana (a immagine e somiglianza di Dio[13]), della crisi stessa che la famiglia attraversa nel nostro tempo[14] e, soprattutto, della concezione della Chiesa come popolo di Dio (“famiglia di famiglie”) incarnato nella storia e che fa la società che noi stessi viviamo. In tal senso, la famiglia può definirsi Chiesa domestica in quanto vive il Vangelo e la fede in Gesù Cristo in uno spazio urbano concreto[15], ossia in quegli androni della società per colpa dei quali diventa veramente difficile testimoniare la propria fede e diventare soggetto di evangelizzazione o agente credente.

3. L’efficacia del simbolo e delle metafore

 Il modo di procedere di papa Francesco, oggi come allora, non è volutamente sistematico: le coordinate prevalgono sulle subordinate e il linguaggio simbolico diventa molto evocativo e lascia intendere un approccio più intuitivo alla realtà dell’uomo, della famiglia, come pure al mistero di Dio e alla valutazione dei problemi che assillano la Chiesa e che toccano la sua missione nel mondo d’oggi. Questo vuol dire, in positivo, che molte delle sue riflessioni ed espressioni – a volte quasi sincopate, messe tra parentesi da un certo silenzio meditativo e da metafore allusive – seguono la logica del “non detto” che,  paradossalmente, rivelano più di quello che dicono e danno molto a pensare sul significato della famiglia, sul valore della vita[16] e sulle sfide che attendono ciascuno di noi per essere testimoni credibili di Gesù Cristo in un mondo che è completamente cambiato ma che, per grazia di Dio, non resta totalmente chiuso alla buona novella del Vangelo. Il simbolo, si sa, è per sua natura relazionale e partecipativo. Così come la metafora apre l’intelligenza a nuovi significati e a riflessioni più profonde che non sarebbero possibili se il pensiero restasse chiuso nelle maglie delle definizioni e nelle strettoie dei concetti.

Ci si rende conto che il linguaggio del cardinale Jorge Bergoglio, almeno nelle sue riflessioni sulla famiglia e sulla vita, così come sul divorzio, sull’educazione, sul lavoro, sull’eutanasia e la povertà, assume toni accorati e spesso indaga quella dimensione esistenziale della persona attraverso alcune domande di senso – “Chi siamo?”, “Dove andiamo?”, “Perché ci troviamo qui?” – che inchiodano ogni uomo, credente e non, e obbligano a una risposta ben precisa. Si tratta, in base alla risposta proferita, di essere – positivamente – a favore della vita e del processo di umanizzazione del mondo e della società o, contrariamente, di procedere – negativamente – verso la morte dell’umano e della dimensione più profonda della nostra esistenza. La fede, sembra dirci il cardinale Bergoglio, ci umanizza, così come l’Amore in quanto dono di sé ci rende persone e diventa la risposta al problema dell’uomo e al senso della vita.

Il parlare franco e diretto di papa Francesco, oggi[17] come allora, sui grandi temi della giustizia, dell’amore, della verità, della famiglia, del futuro dei popoli e della missione della Chiesa nel mondo, riflette quella sapienza del Vangelo che è propria dei cuori umili e puri, e risente di quella forza dell’annuncio – della Pasqua di Cristo – che gli fa vedere e credere a una Chiesa viva, aperta alla volontà di Dio e capace di leggere i segni dei tempi nell’oggi della nostra storia. È questa la sua preziosa eredità che tutti noi possiamo raccogliere per quanto concerne la famiglia (dono e compito) e il grande mistero della Vita, consapevoli che, da molte sue provocazioni e intuizioni, si aprono nuovi spazi di riflessione sulla vocazione e i diritti dell’uomo[18] e sul destino dei popoli[19], come altresì sulla libertà di coscienza e sul fatto che nessuno di noi può sostituirsi alle scelte dell’altro, neanche in campo etico o bio-medico.

Noi possiamo semplicemente illuminare le coscienze e orientare gli uomini e le donne del nostro tempo alla Verità e ai valori della Vita, secondo la logica esigente del Vangelo, ma non possiamo assolutamente sostituirci alle persone e alle famiglie che devono decidere cosa fare e come agire. Questo perché ogni riflessione sulla famiglia e sul grande mistero della Vita non può non avvenire che “in contesto”[20], considerando determinate condizioni culturali, sociali, storiche, politiche, economiche e spirituali di un popolo.

Sensibile a un certo metodo dei primordi della teologia dell’America Latina, il cardinale Bergoglio manifesta un’attenzione alla storia, ai processi sociali, economici e politici che attentano al primato della famiglia, ai diritti dell’infanzia e della libertà fondamentale di ogni persona. La sua critica serrata alla povertà, allo sfruttamento, alla cultura dello scarto, al relativismo etico e all’ideologia della post-modernità, ci dicono che egli ama la vita e che la «famiglia è il centro naturale della vita umana, che non è “individuale”, ma personale-sociale» e che «risulta falsa ogni contrapposizione tra persona e società»[21].

4. Il centro naturale della vita umana

 Se è vero che amare ed essere amati è la risposta al problema dell’uomo e al senso della vita (E. Fromm), allora la famiglia, nella visione del cardinale rio-platense, è il luogo dove si impara ad amare, nonché il centro naturale della vita umana. Non esistendo alcuna contrapposizione tra persona e società, il presule argentino indaga in lungo e in largo, nelle sue omelie, conferenze, come anche nei suoi discorsi, le due dimensioni costitutive della persona: quella individuale e quella sociale. In conflitto non sono queste due dimensioni, ma possono esserci, invece, gli interessi individuali e quelli sociali. Così, scrive il cardinale Bergoglio, «la Chiesa medita sulla famiglia – fondamento della vita personale e sociale –, la promuove nei suoi valori più profondi e la difende quando viene attaccata o svalutata»[22].

a) Due valori essenziali: stabilità e fecondità

La famiglia, fondata sul matrimonio, possiede «due valori essenziali per ogni società e per ogni cultura: la stabilità e la fecondità. Molti nelle società moderne tendono a considerare e difendere i diritti dell’individuo, che è una cosa molto buona. Però, non per questo si deve dimenticare l’importanza che hanno per ogni società – cristiana o meno – i ruoli fondamentali che esistono soltanto nella famiglia fondata sul matrimonio. I ruoli della paternità, della maternità, della figliolanza e della fraternità che sono alla base di qualunque società e senza i quali ogni società gradualmente perde consistenza e diventa anarchica»[23]. Qui è ripreso il Documento di Puebla che s’ispira a GS (nn. 49-50, con riferimento all’amore coniugale e alla fecondità del matrimonio)  e rilegge queste quattro relazioni come elementi che sono alla base della vita della stessa Chiesa e si esprimono in: esperienza di Dio come Padre, esperienza di Cristo come fratello, esperienza di figli “in, con e per il Figlio”, esperienza di Cristo come Sposo della Chiesa. Quindi, «la vita in famiglia riproduce queste quattro esperienze fondamentali e ne partecipa nel suo piccolo; sono quatto volti dell’amore umano»[24]. Puebla ci parla della famiglia come centro in cui trovano il loro pieno sviluppo queste quattro relazioni fondamentali della persona. La familiarità, il nostro “essere familiare”, non può fare a meno della paternità, della figliolanza, della fraternità e della nuzialità. La ragione teologica profonda di questo essere familiare ha, per il cardinale di Buenos Aires, le sue radici nel fatto che la famiglia è l’immagine di un Dio che nel suo mistero più profondo non è solitudine, ma una famiglia. Per questo, «la legge dell’amore coniugale è comunione e partecipazione, non dominazione»[25].

La rivelazione del Dio uno e trino, che ci annuncia Gesù Cristo, «trova nelle famiglie di ogni popolo il suo miglior interlocutore. Perché? Perché la famiglia è l’ambito stabile e fecondo di gratuità e amore in cui la Parola può essere accolta e meditata poco a poco e crescere come un seme che diventa un grande albero. Perché? Poiché i ruoli che interagiscono nella famiglia e che sono essenziali per la vita personale e sociale, sono essenziali anche per Dio stesso: la vita familiare permette di ricevere la rivelazione dell’amore familiare di Dio in modo intelligibile: è la fede che assimiliamo insieme al latte materno. Non per nulla, il cammino che il Signore stesso ha scelto per rivelare se stesso e salvarci è stato di stabilire la sua dimora in mezzo alla storia degli uomini, in quel centro di comunione e partecipazione che è la prima Chiesa, che è stata la Santa Famiglia di Nazareth»[26].

Sulla scia della Conferenza di Puebla, il cardinale Bergoglio mette in evidenza il forte senso della famiglia che hanno i popoli del Sud del mondo per affermare poi che la parrocchia – “comunità di comunità e movimenti” è principalmente la “famiglia di Dio”, una fraternità animata dallo spirito di unità e non una struttura o un territorio né un edificio. La parrocchia è lo specchio delle famiglie e raccoglie le ansie, le attese, le speranze, le gioie e i dolori delle nostre famiglie. In tal senso, come non esistono famiglie in astratto, così non possono esserci parrocchie ideali o concepite solo nella mente. Se la parrocchia può essere il luogo privilegiato della comunione e della partecipazione è perché in essa si riflettono le stesse dinamiche del vissuto familiare che è animato dalla fede in Gesù Cristo.

Alla domanda “Perché questa centralità?”, l’arcivescovo rio-platense risponde così: «Perché la centralità della famiglia e della parrocchia […] è una centralità concreta, storica, situata, una centralità comune che ha dato spazio alla grazia e ha generato una cultura evangelizzata e un modo inculturato di vivere il Vangelo. Queste istituzioni assicurano ai nostri popoli un luogo di promozione e di servizio che altre istituzioni non sono in grado di gestire. La centralità produce cultura e la nostra fede è una fede che s’incultura. Inoltre, per conseguire una buona e profonda inculturazione, la fede entra in comunione con quei centri in cui la cultura è in fermento, se ne alimenta, s’inculca nei cuori, si istituzionalizza. Pertanto, per essere ciò che sono, autentici “centri” di comunione e partecipazione, la famiglia e la parrocchia devono nutrire e coltivare le grazie costitutive che costantemente ricevono dalla propria natura e dallo Spirito»[27].

b) La famiglia, luogo naturale della Parola e dell’Amore

Qui il cardinale Bergoglio sottolinea due grazie che trovano nella famiglie e nella parrocchia un luogo insostituibile. Si tratta della Verità e dell’Amore. La famiglia, come la parrocchia, è uno spazio aperto alla Parola e, quindi, alla Verità. La famiglia è il luogo naturale della Parola e delle Parole e si costituisce con le parole fondamentali dell’Amore, attraverso quel “sì, lo voglio” che stabilisce un’alleanza tra gli sposi per sempre. «Nella famiglia, il neonato si apre al senso delle parole grazie all’affetto e al sorriso materno e paterno e trova il coraggio di parlare. Nella famiglia la parola vale per la persona che la dice e tutti hanno una voce, piccoli, giovani, adulti e anziani. Nella famiglia la parola è degna di fiducia perché conserva la memoria dei gesti di affetto e si proietta in nuovi gesti quotidiani di affetto. Possiamo riassumere le nostre riflessioni dicendo che la famiglia è il luogo della parola perché è centrata sull’amore. Le parole dette e ascoltate in famiglia non passano, ma ruotano sempre intorno al cuore, illuminandolo, guidandolo, incoraggiandolo. Il consiglio paterno, la preghiera imparata leggendo le labbra materne, la confidenza fraterna, i racconti dei nonni… sono parole che costituiscono il piccolo universo concentrato in ogni cuore»[28].

Il cardinale Bergoglio sembra dirci che la fede passa per il vissuto della famiglia e si nutre di quella dimensione affettiva insostituibile della quale nessuno di noi può farne a meno. È la dimensione antropologica del nostro esistere e vivere, del nostro stesso credere in Gesù Cristo! La famiglia svolge, così, un ruolo fondamentale di mediazione storica per il dono della fede e lo stesso annuncio del Vangelo. Tale mediazione rende tutti responsabili e protagonisti della missione come autentici mediatori. Se gli intermediari cercano di fare sconti a tutte le parti, al fine di ottenere un guadagno per sé, il mediatore, invece, è colui che non trattiene nulla per sé, ma si spende generosamente, fino a consumarsi, sapendo che l’unico guadagno è il bene dell’altro.

La grazia dell’Amore ci permette, in famiglia come in parrocchia, di accettare l’altro in modo gratuito, di creare e di imparare a perdonare. Famiglia e parrocchia sono spazi aperti dell’Amore e costituiscono una vera palestra della Vita per imparare ad accogliere tutti, senza esclusione di alcuno. «La famiglia e la parrocchia sono il luogo dell’accoglienza, della comunione nell’amore profondo, più che in certi costumi che cambiano continuamente […]. La centralità della famiglia, la protezione della porta che dà accesso all’intimità, la gioia semplice della mensa familiare, il luogo in cui ci si cura dalle malattie e ci si riposa, dove ci si può mostrare ed essere accettati così come siamo, questi valori rimangono validi e vitali per ogni cuore umano»[29].

 c) Le sfide attuali della famiglia

Nelle sue riflessioni sulla famiglia, il vescovo di Buenos Aires parla della crisi dei valori sociali e morali che investono le comunità di oggi in termini di sfide che ci coinvolgono e innanzi alle quali la Chiesa non può restare inerme, né apparire sprovveduta o senza proposte concrete per la loro risoluzione. In tal senso, la crisi che investe le famiglie a vasto raggio d’azione diventa una sfida attuale per l’evangelizzazione della cultura e l’inculturazione del Vangelo[30].

La prima sfida consiste, in quanto famiglia, nel ricentrarci su Cristo. In ambito familiare si tratta di ricentrarsi sulla persona battezzata che dovrà generare la cultura cristiana, ossia dovrà essere evangelizzatrice e agire a beneficio dei propri fratelli, specialmente di quelli più emarginati. È una nuova prospettiva sulla linea dell’educazione alla fede. Bisogna porre al centro dell’annuncio tutta la persona nella sua dimensione comunitaria. Di fronte alla crisi culturale di proporzioni inaspettate in cui viviamo, scrive il vescovo Bergoglio – riprendendo il n. 52 della Redemptoris missio) –, è necessario uno sforzo speciale per inculturare il messaggio di Gesù, in modo che i valori cristiani possano trasformare i diversi nuclei culturali, purificandoli, se necessario, e consentendo il consolidamento di una cultura cristiana che rinnovi, estenda e unifichi i valori storici passati e presenti, al fine di rispondere in misura adeguata alle sfide del nostro tempo. «Il fatto è che il centro è un elemento costitutivo profondo della nostra cultura latino-americana, e che è fortemente “circolare”. Aiuta tenere questo in mente, per poter pensare bene molte cose che non si comprendono partendo da una concezione razionalista lineare, che considera il progresso come abbandono del centro, come l’emergere di cose nuove che non hanno nulla a che vedere con quelle vecchie […]. La cultura e la fede latinoamericane sono state generate e sono profondamente centrate su centri concreti di “comunione e partecipazione”: centri spaziali, come i santuari, e centri temporali, come le grandi feste, in cui la comunione e la partecipazione raggiungono il loro massimo splendore»[31]. Occorre valorizzare questi centri che sono necessari perché una cultura nasca e viva, in quanto da ciò dipendono la sua stabilità e la sua fecondità.

La seconda sfida si esprime, essenzialmente, nella lotta alla cultura dell’esclusione e dell’emarginazione[32]. Ampi strati della popolazione mondiale sono esclusi ed emarginati dallo stesso fenomeno della globalizzazione e delle nuove tecnologie. Non si tratta soltanto del fenomeno della povertà e dello sfruttamento o dell’oppressione, bensì di qualcosa di nuovo: gli esclusi non sono solo sfruttati, ma soprattutto “avanzano” e rappresentano “lo scarto”, il rifiuto della società più ricca e tecnologicamente avanzata. Si è così generata una cultura dualistica ove ciò che sembra più moderno e progressista convive con ciò che è più antico e disprezzabile. «Questa cultura ha come orizzonte una visione individualistica e un’ossessione consumistica in cui predomina la preoccupazione economica […]. La globalizzazione ha significato un rapido deterioramento delle radici culturali con l’invasione delle tendenze appartenenti ad altre forme di ethos culturale che si manifestano in generi musicali, commerci alimentari, centri commerciali, mezzi di comunicazione, ecc.»[33]. Tutto ciò è a deterioramento della tradizione cristiana.

La terza sfida che il vescovo di Buenos Aires intravede è quella della secolarizzazione che intende ridurre la fede e la Chiesa all’ambito della sfera privata e dell’intimità. Per ovviare a questo fenomeno mondiale occorre riscoprire il carattere pubblico e comunitario della fede, puntando molto sulla formazione dei laici e l’evangelizzazione di gruppi professionali e di ampio impegno culturale. Formare alla testimonianza e al senso ecclesiale della fede è un processo complesso e duraturo che tocca anche il mondo dei giovani attraverso una pastorale giovanile che deve fare i conti con i cambiamenti sociali che i giovani stessi subiscono.

Per rispondere a queste tre grandi sfide, il cardinale Bergoglio intravede nella pastorale della catechesi e sociale un mezzo privilegiato per trasmettere e rafforzare la fede della comunità, soprattutto la fede dei giovani. La catechesi è uno dei pilastri dell’azione pastorale ed è un momento essenziale del processo stesso di evangelizzazione. La pastorale sociale, invece, permette di ricongiungere fede e vita, culto e testimonianza dei valori evangelici nella vita personale, familiare e sociale.

La quarta sfida, che segna con i suoi mutamenti l’azione evangelizzatrice della Chiesa, è quella economica. La perdurante crisi economica nella quale ci troviamo segnala il problema di utilizzo di forze materiali, che fatica a trovare le regole di un mercato globale capace di tutelare una convivenza più giusta, a servizio degli ultimi. In questa sfida rientra, per il vescovo Bergoglio, la coscienza del debito sociale che abbiamo nei confronti della società della quale facciamo parte. Il debito sociale è costituito da privazioni che mettono in grave rischio il sostentamento della vita, la dignità delle persone e le opportunità di realizzazione umana[34]. Il debito sociale è anche un debito esistenziale di crisi del senso della vita. Per superare il debito sociale è necessario ricostruire il tessuto sociale e i legami sociali. Si tratta di una questione antropologica perché tocca la dignità di una persona e del suo far parte di un popolo. L’aumento della povertà determina anche l’esclusione sociale degli ultimi e fomenta la cultura dello scarto.

La denuncia è forte: «La cultura attuale tende a proporre stili di vita contrari alla natura e alla dignità dell’essere umano. L’impatto dominante degli idoli del potere, la ricchezza e il piacere effimero si sono trasformati, al di là del valore della persona, nella massima norma di funzionamento, e nel criterio decisivo dell’organizzazione sociale. La crisi economico-sociale e il conseguente aumento della povertà sono causate dalle politiche ispirate da forme di neoliberalismo che considerano il profitto e le leggi di mercato come parametri assoluti a danno della dignità della persona e dei popoli […]. La perdita del senso della giustizia e la mancanza di rispetto verso gli altri si sono aggravate, portandoci a una situazione di iniquità. La conseguenza di questa situazione è la concentrazione delle ricchezze fisiche, monetarie e dell’informazione in mano a poche persone, con il conseguente aumento della disuguaglianza e dell’esclusione»[35].

La povertà non risulta essere una tappa casuale del progresso, bensì il risultato di situazioni e strutture economiche, sociali e politiche[36]. Il debito sociale esige la realizzazione della giustizia sociale e chiama in causa tutti gli attori sociali, in particolare lo Stato, i dirigenti politici, il capitale finanziario, gli imprenditori, gli agricoltori, gli allevatori, gli industriali, i sindacati, le Chiese e tutte le altre organizzazioni sociali. Al debito sociale occorre dare una risposta etica che s’ispira ai valori del Vangelo e che fa dell’economia del dono e della condivisione la medicina che guarisce da ogni forma d’ingiustizia e di povertà.

5. Accogliere e curare ogni età della vita: bambini, giovani e anziani

 C’è un’omelia molto bella dell’arcivescovo Jorge Mario Bergoglio tenuta in occasione della celebrazione della Messa per la vita il 25 marzo 2011 nella Cattedrale di Buenos Aires. Rileggendo l’esperienza di Maria, che accoglie la Parola dell’angelo Gabriele e accompagna la vita di Gesù giorno per giorno – passando per l’esilio, ritornando poi a Nazareth, e salendo verso Gerusalemme, fino al Calvario –, il nostro vescovo lascia intendere che ognuno di noi, sull’esempio della Vergine Maria, è chiamato ad accompagnare con tenerezza le tappe della vita fino alla fine[37].

Il 2011 fu, per espresso desiderio di Benedetto XVI, l’anno della vita. Durante la celebrazione, il vescovo Bergoglio si chiese come noi oggi accogliamo la vita di una persona dal suo concepimento fino alla sua morte. La domanda è così resa: «Sappiamo accompagnare la vita? La vita dei nostri ragazzi, dei nostri figli e di coloro che non lo sono… sappiamo dare ai ragazzi degli incentivi durante la loro crescita? Sappiamo porre dei limiti nella loro educazione? E i ragazzi che non sono nostri, quelli che – perdonatemi l’espressione – sembrano i “figli di nessuno” preoccupano anche me? Sono vita! È alito di Dio! O mi preoccupa di più prendermi cura del mio animale domestico […]? Mi prendo cura della vita dei bambini quando crescono? Mi preoccupo per le compagnie che frequentano? Mi preoccupo affinché crescano maturi e liberi? So educare i figli nella libertà? Mi preoccupo dei loro svaghi […]? E la vita continua a crescere e Maria continua ad accompagnarla… e io, come Maria, la accompagno? E i tuoi genitori? E i tuoi nonni? E i tuoi suoceri? Li accompagni? Ti preoccupi per loro? Vai a fargli visita? A volte è molto doloroso, ma non c’è altra soluzione se non che stiano in una casa di riposo a causa di problemi di salute o della famiglia stessa… però, quando si trovano lì, perdo un sabato o una domenica per stare con loro? Ti prendi cura di questa vita che si sta spegnendo e che ti ha dato la vita?»[38].

Nel considerare tutto il percorso della vita – di quella di Gesù come di quella di ciascuno di noi e dei nostri genitori, della stessa Chiesa –, il vescovo Bergoglio dà un nome e un volto ai componenti della famiglia per dire che occorre prendersi cura di ogni età della vita. Il suo modo di procedere è tipicamente sapienziale e rispecchia la visione biblica del tempo e della famiglia. È come dire: c’è un’età – un tempo – per ogni cosa (cf. Qo 3,1-15). Quella che Qohelet ci offre in questo brano è una stupenda meditazione poetica sul tempo dell’uomo, su questo mistero che accompagna l’esistenza umana dal suo primo apparire nel mondo fino alla morte. In questa rassegna, sfilano i tempi dell’uomo con un ritmo implacabile e inarrestabile, ma anche monotono e apparentemente predeterminato; eppure su di essi si leva la domanda radicale di senso da parte del nostro saggio, portavoce di un’umanità inquieta e in cerca di senso. Una pagina, dunque, di straordinaria potenza, quanto mai moderna, che ci interroga e interpella sul senso della vita. Per il vescovo Bergoglio la risposta è semplice: per scoprire il senso della vita occorre prendersi cura di ogni età della vita, di tutti i tempi dell’uomo, dal suo concepimento fino all’uscita dalla vita.

Prendersi cura delle età della vita significa riconoscere una visione integrale della persona nella sua dimensione individuale e sociale. Oggi, come allora, papa Francesco pone molta attenzione allo stretto legame che c’è tra i giovani e gli anziani e che invece è, spesso, misconosciuto dalla nostra società e dalla cultura edonistica in cui crescono i nostri ragazzi. Prendersi cura della vita in tutte le fasce d’età della persona umana significa seminare speranza e dare futuro alla stessa umanità. «Un popolo che non si cura dei suoi bambini e dei suoi anziani ha cominciato a essere un popolo in decadenza; prendersi cura dei bambini e degli anziani, poiché in essi sta il futuro di un popolo: i bambini, perché sono la forza che porterà avanti la patria; gli anziani, perché sono il tesoro della sapienza che si sparge su quella forza. Forza e sapienza… Prendersi cura della vita è seminare speranza»[39].

Bambini, giovani e anziani sono persone profondamente vincolate alla famiglia e alla Vita. Nella sua riflessione su La famiglia alla luce del Documento di Aparecida, il cardinale Bergoglio a un certo punto, parlando proprio delle persone, afferma: «Nella seconda parte del capitolo, il Documento affronta l’ampia tematica dei bambini, degli adolescenti e dei giovani, il bene degli anziani, la dignità e la partecipazione delle donne, la responsabilità dell’uomo e padre di famiglia, la cultura della vita e la difesa dell’ambiente (DA 438-475). Ciascuna di queste “persone” è profondamente vincolata alla famiglia».

Senza commentare ogni condizione e ogni sfida delle persone, mons. Bergoglio si sofferma in particolare su due tappe della vita che considera fondamentali per la crescita nella pace delle diverse generazioni: l’infanzia e la vecchiaia. Sono i due estremi della vita e i più vulnerabili e i più dimenticati. «Una società che abbandona i bambini e che sopprime gli anziani sta ipotecando il proprio futuro»[40]. I bambini sono dono della benedizione di Dio e segno della sua presenza nel mondo!

Sul modello di Aparecida, mons. Bergoglio denuncia lo stato di povertà, di sofferenza e di violenza vissuto da molti bambini e dai giovani, facendo esplicito riferimento al lavoro minorile, ai bambini di strada e violentati, a quelli portatori di Hiv, agli orfani, ai bambini soldato, ai bambini illusi e disillusi ed esposti alla pornografia e alla prostituzione forzata, tanto virtuale quanto reale. «Questa realtà ci parla di un degrado morale sempre più esteso e profondo, che ci porta a domandarci come recuperare il rispetto per la vita e per la dignità dei nostri bambini. A molti di loro stiamo rubando l’infanzia e stiamo ipotecando il loro futuro e il nostro: una responsabilità che, come società, condividiamo e che pesa di più su coloro che hanno maggior potere, educazione e ricchezza. Dobbiamo prendere coscienza del fatto che ogni bambino emarginato, abbandonato o che vive per la strada, con limitato accesso ai benefici dell’educazione e della salute, è espressione completa non solo di un’ingiustizia ma anche di un fallimento istituzionale che comprende la famiglia ma anche chi la circonda, le istituzioni del quartiere, la parrocchia e i diversi dipartimenti dello Stato, nelle varie espressioni»[41]. A tal proposito, il monito del Vangelo è chiaro e forte: «Chi accoglie anche uno solo di questi bambini in nome mio, accoglie me» (Mt 18,5); «Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli» (Mt 18,10).

All’altra estremità, mons. Bergoglio, ritrova gli anziani che sono la memoria della nostra famiglia, della stessa società. Gli anziani sono definiti come «i depositari della memoria collettiva di una nazione e di una famiglia»[42]. Sul modello di Aparecida e di quello biblico, la vecchiaia è descritta come un bene e non come una disgrazia. «Essere anziani, nel contesto culturale della post-modernità, vuol dire fare riferimento a qualcosa che è passato di moda, che è invecchiato, che non ha più voce. Molti di loro, nello schema neoliberale, sono considerati un peso economico […]. Gli ospizi e gli istituti geriatrici sono diventati dei veri “depositi di vecchi” […]. Aparecida incoraggia il dialogo inter-generazionale, il rispetto e la gratitudine per gli anziani, il riconoscimento delle loro fatiche e l’attenzione umana e spirituale nei loro confronti (DA 447-450)». Per mons. Bergoglio, la famiglia «è l’ambito in cui gli anziani si trovano accolti e compresi»[43]. Gli anziani sono un dono per la Chiesa: essi ci sostengono con la loro preghiera e con la loro saggezza, ed è attraverso di loro che ci può essere la profezia nel popolo di Dio e nel mondo.

L’attenzione umana e spirituale agli anziani costituisce una vera sfida per le nostre comunità ecclesiali oggi. Si tratta di una sfida che papa Francesco lancia tuttora quando parla della cultura dello scarto e delle divergenze divenute sempre più grandi tra il mondo dei giovani e quello degli anziani (i due poli della vita).

A tal proposito, vale la pena riportare uno stralcio del Discorso di papa Francesco rivolto ai giovani argentini nella Cattedrale di S. Sebastián il 25 luglio 2013: «Io penso che, in questo momento, questa civiltà mondiale sia andata oltre i limiti, sia andata oltre i limiti perché ha creato un tale culto del dio denaro, che siamo in presenza di una filosofia e di una prassi di esclusione dei due poli della vita che sono le promesse dei popoli. Esclusione degli anziani, ovviamente. Uno potrebbe pensare che ci sia una specie di eutanasia nascosta, cioè non ci si prende cura degli anziani; ma c’è anche un’eutanasia culturale, perché non li si lascia parlare, non li si lascia agire. E l’esclusione dei giovani. La percentuale che abbiamo di giovani senza lavoro, senza impiego, è molto alta e abbiamo una generazione che non ha esperienza della dignità guadagnata con il lavoro. Questa civiltà, cioè, ci ha portato a escludere i due vertici che sono il nostro futuro. Allora i giovani: devono emergere, devono farsi valere; i giovani devono uscire per lottare per i valori, lottare per questi valori; e gli anziani devono aprire la bocca, gli anziani devono aprire la bocca e insegnarci! Trasmetteteci la saggezza dei popoli! Nel popolo argentino, io chiedo, di vero cuore, agli anziani: non venite meno nell’essere la riserva culturale del nostro popolo, riserva che trasmette la giustizia, che trasmette la storia, che trasmette i valori, che trasmette la memoria del popolo. E voi, per favore, non mettetevi contro gli anziani: lasciateli parlare, ascoltateli e andate avanti. Ma sappiate, sappiate che in questo momento voi, giovani, e gli anziani, siete condannati allo stesso destino: esclusione. Non vi lasciate escludere […]. Non dimenticate: fatevi sentire; abbiate cura dei due estremi della vita, i due estremi della storia dei popoli, che sono gli anziani e i giovani».

Durante l’Angelus del 26 luglio 2013, affacciandosi dal balcone dell’arcivescovado di Rio de Janeiro, papa Francesco ha citato il Documento di Aparecida lì dove dice che «I bambini e gli anziani costruiscono il futuro dei popoli; i bambini perché porteranno avanti la storia, gli anziani perché trasmettono l’esperienza e la saggezza della loro vita» (n. 447). Questo rapporto, questo dialogo tra le generazioni è un tesoro da conservare e alimentare. In questa sede, il papa aveva anche detto che «I santi Gioacchino e Anna fanno parte di una lunga catena che ha trasmesso la fede e l’amore per Dio, nel calore della famiglia, fino a Maria che ha accolto nel suo grembo il Figlio di Dio e lo ha donato al mondo, lo ha donato a noi. Il valore prezioso della famiglia come luogo privilegiato per trasmettere la fede! Guardando all’ambiante familiare vorrei sottolineare una cosa: oggi, in questa festa dei santi Gioacchino e Anna in Brasile come in altri Paesi, si celebra la festa dei nonni. Quanto sono importanti nella vita della famiglia per comunicare quel patrimonio di umanità e di fede che è essenziale per ogni società! E come è importante l’incontro e il dialogo tra le generazioni, soprattutto all’interno della famiglia».

Quando i due poli della vita non sono tenuti più assieme, si corre il rischio di disgregare non solo la famiglia ma anche la società. Compito della Chiesa, dunque, è lavorare affinché questi due poli siano ben saldi tra di loro attraverso la cultura dell’accoglienza e dell’incontro.

Dei giovani, nella Scrittura, si vanta soprattutto la bellezza e il vigore: presso di essi l’anziano può ricevere sostegno e calore. E se l’ornamento dei giovani è soprattutto la forza (cf. Pv 20,29), quello dell’anziano è la sapienza (cf. Gb 12,12). E se tipico della giovinezza sono le indecisioni della timidezza (cf. Giud. 8,20) e una repulsione davanti a determinati compiti (cf. Ger 1,6), che si basa soprattutto sulla consapevolezza della mancanza di esperienza (cf. 1Re 3,7ss; 1Sam 17,33), caratteristico degli anziani è la crescente debolezza. Nell’unica lamentazione, che sola è univocamente pregata da una persona anziana (cf. Sal 71), sono menzionate le forze sfuggenti (v. 9) e le molte e dure fatiche (v. 20). Colui che sta invecchiando teme di essere emarginato e lasciato solo. Eppure, nell’antico Israele, gli anziani sono quelli di età matura che hanno il diritto di parlare in comunità e di giudicare. L’uomo che si fa vecchio è colui che annuncia alla generazione futura la forza e la giustizia di Dio che Dio stesso fin dalla giovinezza gli ha insegnato (vv. 17-19). Senza gli anziani non abbiamo più memoria e, quindi, non potrà esserci alcun futuro, perché la memoria è sempre prospettica, ossia fa tesoro del passato per aprire un varco nel presente e spianare la strada oltre l’oggi della nostra storia. Senza i giovani siamo destinati a morire e a vivere privi di speranza, nell’insuccesso, incapaci di compiere gesti di grande rinnovamento e di profondo cambiamento.

Questi due poli della vita (giovinezza e vecchiaia) ci offrono una visione armonica del tempo che, nella Bibbia, è disposto diversamente da come noi lo immaginiamo e mai si riduce alla semplice durata di un fenomeno. Il tempo è sempre un kairós, ossia un tempo disponibile, favorevole, buono, opportuno, per incontrare Dio e fare un’esperienza autentica di salvezza. Questo tempo è così posizionato: il futuro (’aharît) è alle nostre spalle (’ahar); il passato, invece, è di fronte a noi. E noi siamo come dei giovani rematori che, per procedere in alto mare, sulla barca, devono remare all’indietro e avanzare nell’incerto futuro guardando il passato (l’esperienza degli anziani) che ci sta di fronte e che orienta il nostro andare verso il futuro, ossia in avanti, cioè dietro, di spalle. Noi siamo come un rematore il quale si sposta di spalle verso il futuro: egli è in grado di raggiungere la mèta nella misura in cui sa orientarsi sui dati che sono posti di fronte a lui.

6. L’icona della presentazione di Gesù al Tempio

 Si è soliti indicare nella Santa Famiglia di Nazareth l’icona più vera e concreta della famiglia, di come le nostre famiglie devono essere, ossia una «Chiesa domestica»[44] in cui si pratica il Vangelo vivo di Gesù Cristo. Tuttavia, accanto a questa primordiale immagine della famiglia, ce ne è un’altra che meglio pone in evidenza il fatto che ogni famiglia è agganciata alle generazioni precedenti e può avere futuro solamente se fa tesoro della memoria prospettica rappresentata, come dice papa Francesco, dall’unione dei due poli della vita: la giovinezza e la vecchiaia.

Questa seconda immagine ci è consegnata nella scena lucana della presentazione di Gesù al Tempio per la purificazione (cf. Lc 2,22-38). Giotto ha dipinto questa scena in modo straordinario nel transetto destro della Basilica inferiore di Assisi: il vecchio Simeone, segno della profezia dello Spirito, tiene in braccio il bambino Gesù, e la profetessa Anna, avanzata negli anni, è ritratta nel gesto di lodare Dio e di annunciare la salvezza a chi aspettava la redenzione d’Israele. Mentre Giuseppe e Maria si recarono al tempio per soddisfare un precetto della Legge, Simeone – che rappresenta la memoria prospettica d’Israele – è mosso dallo Spirito e riconosce in quel bambino la Luce delle genti[45]; così pure la profetessa Anna, oramai intima del Signore e custode delle attese del suo popolo, porta nel suo cuore la benedizione di Dio e la certezza che ogni speranza si può realizzare in quel bambino. Questi due anziani annunciano alla generazione futura la forza e la giustizia di Dio che ci ha redenti in un infante e sono gli anelli di quella promessa che trova nel seno di Abramo la sua stessa origine. I due vegliardi sono come «il tizzone della memoria che condensa, come la brace il fuoco, i valori che ci fanno grandi»[46], e ci dicono che ogni famiglia, come quella di Nazareth, è inserita nella storia di un popolo e non può esistere senza le generazioni precedenti.

Nell’incontro tra il vegliardo Simeone e Maria, giovane madre, Antico e Nuovo Testamento (due generazioni a confronto) si congiungono in modo mirabile nel rendimento di grazie per il dono della Luce, che ha brillato nelle tenebre e ha impedito loro di prevalere. Anche la famiglia di Nazareth, piccola Chiesa domestica, alla luce della scena della presentazione di Gesù al Tempio, diviene “famiglia di famiglie”, ossia popolo santo di Dio erede di una promessa che finalmente si è compiuta: perché il Padre, in Cristo, per la potenza dello Spirito Santo, si è preso cura di tutta la stirpe di Abramo (cf. Eb 2,16).


[1] Omelia nella festa di san Gaetano (7-8-2007).

[2] Lettera sul matrimonio (5-7-2010).

[3] A tal proposito, considerando le difficili situazioni di vita che attraversano molte famiglie in America Latina, il cardinale Bergoglio segnala: la povertà e l’indigenza di numerose famiglie; l’emigrazione per situazioni lavorative difficili e a causa di violenza di molte regioni del continente latino-americano; la violenza che distrugge i legami familiari; il crescente numero di abusi sessuali all’interno delle famiglie; il divorzio che irrompe come un diritto legittimo; le campagne antivita che si fanno largo in molte popolazioni attraverso i mezzi di comunicazione e la legislazione; l’abbandono degli anziani; lo sfruttamento dei minori.

[4] Cf. almeno il contributo del cardinale Jorge Mario Bergoglio in La famiglia alla luce del Documento di Aparecida, lì dove fa riferimento alla famiglia come “patrimonio dell’umanità e ricchezza dei nostri popoli” e anche alla “cultura della vita e difesa dell’ambiente”.

[5] A tal proposito, il cardinale Jorge Mario Bergoglio, nella Conferenza tenuta presso l’Associazione Cristiana di Imprenditori (1-9-1999) – intitolata Educare alla cultura dell’incontro –, parlando della vita fa riferimento alla memoria di un popolo (come quello argentino) che non può ridursi a un semplice registro. È necessario che ogni popolo abbia, nella sua memoria storica, spirituale e culturale la consapevolezza della propria dignità. In quel contesto, il cardinale Bergoglio parlò di “tizzone della memoria” che condensa, come la brace il fuoco, i valori che ci fanno grandi, tra cui: il modo di celebrare e difendere la vita, di accettare la morte, di prenderci cura delle fragilità dei nostri fratelli più poveri, di aprire le mani alla solidarietà di fronte al dolore e alla povertà, di fare festa e di pregare, etc… L’appello al “recupero della memoria” è forte anche nell’Omelia del 25-5-2001 nel contesto della Messa per il Te Deum: «Dal profondo delle nostre risorse, dalle esperienze di fede comunitaria della nostra storia e senza che siano influenzate dalle nostre disgrazie, devono tornare alla nostra memoria tane forme culturali di religiosità e arte, di organizzazioni comunitarie e di successi individuali o di gruppo. Perché il recupero delle nostre risorse, di ciò che abbiamo ereditato, è il propulsore per il futuro […]. Recuperare la nostra memoria significa […] contemplare gli slanci di un’anima che resiste all’oppressione» (n. 6). Si tratta della memoria viva delle più profonde risorse morali di un popolo, in questo caso quello argentino.

[6] Di fatti, il cardinale Jorge Mario Bergoglio, per definire l’uomo, pur consapevole dell’esistenza di tante vie (della filosofia, della cultura, delle scienze), predilige quella della teologia o dell’incarnazione (Cristo rivela pienamente l’uomo all’uomo stesso e gli mostra la sua dignità) che ci guida verso la pedagogia divina attraverso la quale sappiamo ciò che siamo per imparare ad essere ciò che siamo realmente secondo il progetto di Dio. In tal senso, l’educazione è un vero processo di umanizzazione e si esprime così: “sapere ciò che l’uomo è” per poter “imparare a essere ciò che è”.

[7] «Coloro che credettero, fin dall’inizio sono nati e cresciuti in un popolo, in una famiglia. Dio non ha scelto uomini e donne che crescessero  da soli nella fede, li ha fatti crescere in un popolo. Dai tempi del nostro padre Abramo fino ad oggi, sempre in un popolo, in una famiglia, perché non c’è crescita se non in seno a un popolo, nel seno di una famiglia»: (Omelia del 27-4-2006).

[8] Cf. a tal proposito la conferenza Educare alla cultura dell’incontro.

[9] Belle e suggestive, su questo punto, le riflessioni del cardinale Bergoglio lì dove afferma che «si cresce soltanto dove c’è Amore»: (Omelia del 27-4-2006).

[10] Cf. Benedetto XVI, Lettera enciclica Deus caritas est (25-12-2005), nn. 3-8: EV 23,1543-1554.

[11] Questo aspetto, papa Francesco lo ha richiamato nell’incontro con i giovani ad Assisi (4-10-2013), mentre rispondeva alle domande poste da alcuni giovani nel piazzale antistante Santa Maria degli Angeli: «Pensiamo ai nostri genitori, ai nostri nonni o bisnonni: si sono sposati in condizioni molto più povere delle nostre, alcuni in tempo di guerra, o di dopoguerra; alcuni sono emigrati, come i miei genitori. Dove trovavano la forza? La trovavano nella certezza che il Signore era con loro, che la famiglia è benedetta da Dio col Sacramento del matrimonio, e che benedetta è la missione di mettere al mondo i figli e di educarli. Con queste certezze hanno superato anche le prove più dure. Erano certezze semplici, ma vere, formavano delle colonne che sostenevano il loro amore. Non è stata facile, la vita loro; c’erano problemi, tanti problemi. Ma queste certezze semplici li aiutavano ad andare avanti. E sono riusciti a fare una bella famiglia, a dare vita, a fare crescere i figli. Cari amici, ci vuole questa base morale e spirituale per costruire bene, in modo solido! Oggi, questa base non è più garantita dalle famiglie e dalla tradizione sociale. Anzi, la società in cui voi siete nati privilegia i diritti individuali piuttosto che la famiglia – questi diritti individuali –, privilegia le relazioni che durano finché non sorgono difficoltà, e per questo a volte parla di rapporto di coppia, di famiglia e di matrimonio in modo superficiale ed equivoco. Basterebbe guardare certi programmi televisivi e si vedono questi valori! Quante volte i parroci – anch’io, alcune volte l’ho sentito – sentono una coppia che viene a sposarsi: “Ma voi sapete che il matrimonio è per tutta la vita?”. “Ah, noi ci amiamo tanto, ma… rimarremo insieme finché dura l’amore. Quando finisce, uno da una parte e l’altro dall’altra”. È l’egoismo: quando io non sento, taglio il matrimonio e mi dimentico di quell’“una sola carne”, che non può dividersi. È rischioso sposarsi: è rischioso! È quell’egoismo che ci minaccia, perché dentro di noi tutti abbiamo la possibilità di una doppia personalità: quella che dice: “Io, libero, io voglio questo…”, e l’altra che dice: “Io, me, mi, con me, per me …”. L’egoismo sempre, che torna e non sa aprirsi agli altri. L’altra difficoltà è questa cultura del provvisorio: sembra che niente sia definitivo. Tutto è provvisorio. Come ho detto prima: mah, l’amore, finché dura. Una volta ho sentito un seminarista – bravo – che diceva: “Io voglio diventare prete, ma per dieci anni. Dopo ci ripenso”. È la cultura del provvisorio, e Gesù non ci ha salvato provvisoriamente: ci ha salvati definitivamente!».

[12] Cf. ad esempio, Papa Francesco, Omelia (24-7-2013), n. 1: «Davanti allo scoraggiamento che potrebbe esserci nella vita, in chi lavora all’evangelizzazione oppure in chi si sforza di vivere la fede come padre e madre di famiglia, vorrei dire con forza: abbiate sempre nel cuore questa certezza: Dio cammina accanto a voi, in nessun momento vi abbandona! Non perdiamo mai la speranza! Non spegniamola mai nel nostro cuore!». In quest’occasione, papa Francesco, celebrando l’Eucaristia nel Santuario di Nostra Signora di Aparecida, ha parlato della Vergine Maria che “ha amato ed educato Gesù”.

[13] Su questo aspetto, il cardinale Bergoglio riprende l’insegnamento di Giovanni Paolo II presente nell’esortazione apostolica post-sinodale Familiaris consortio (22-11-1981) e fa riferimento al Documento di Aparecida. Cf. anche la sua riflessione su Duc in altum. Il pensiero sociale di Giovanni Paolo II nella quale emerge la dimensione comunitaria della persona e quella spirituale del lavoro.

[14] Innanzi alla cultura del nichilismo occorre produrre una cultura dell’incontro. Si tratta, per l’allora presule di Buenos Aires, di seguire il realismo incarnato e di fare della persona umana il centro della nostra missione. Occorre, perciò, guardare all’uomo “in carne e ossa”, con la sua concreta appartenenza culturale e storica. Cf. Educare alla cultura dell’incontro.

[15] A tal proposito, papa Francesco, nell’Omelia del 27-7-2013, a Rio de Janeiro, incontrando i vescovi della XXVIII insieme ai sacerdoti, ai religiosi e ai seminaristi, parlando della missione e dell’essere chiamati ad annunciare il Vangelo, ha così affermato: «Dio chiede che siamo missionari. Dove siamo? Dove Lui stesso ci colloca, nella nostra patria o dove ci ponga» (n. 2).

[16] È molto efficace, ad esempio, l’espressione “la colonna vertebrale in mano ai genitori” che il cardinale Bergoglio utilizza per far comprendere il ruolo centrale e fondamentale dei genitori nell’educazione cristiana dei figli (cf. il Discorso Le parole del signor Arcivescovo durante il corso dei rettori. Alcune linee-guida sull’educazione del 9-2-2006). È un linguaggio simbolico che arriva immediatamente al cuore dell’ascoltatore e del lettore. Così come  quando parla della casa la definisce un “nido”, per dire che è la “culla” della vita. Cf. a tal proposito La famiglia alla luce del Documento di Aparecida.

[17] Il linguaggio simbolico di papa Francesco sovrabbonda nelle sue omelie e nei suoi discorsi. L’uso di metafore, di analogie e di detti popolari è quasi quotidiano. Ricordiamo alcune sue espressioni molto incisive: «il sudario non ha tasche» (Omelia [24-3-2013]); «Vedo la Chiesa come un ospedale da campo dopo una battaglia» (Omelia [19-9-2013]); «cristiani per così dire satelliti» (Omelia [20-4-2013]); «i cristiani malinconici hanno la faccia da peperoncini all’aceto» (Omelia [10-5-2013]); «la fede non può essere un frullato» (Discorso [25-7-2013]); «cristiani di pasticceria» (Discorso [4-10-2013]); «Le suore siano gioiose. No ai sorrisi hostess» (Discorso [4-10-2013]).

[18] Cf. almeno il Discorso tenuto in occasione della Presentazione del libro “Iglesia y Democracia en Argentina” (6-3-2006).

[19] Non è da sottovalutare l’analisi sociologica e la critica al modello economico tuttora vigente in America Latina che il cardinale Bergoglio fa nella Conferenza inaugurale tenuta in occasione del Seminario I debiti sociali il 30-9-2009.

[20] Molte volte, il “contesto” socio-culturale e politico-economico a cui fa riferimento il cardinale Bergoglio è quello dell’America Latina (ove sovrabbondano gli esclusi e gli sfruttati) o anche quello dell’Occidente ormai sulla via del tramonto per quanto concerne la dignità dell’uomo e il valore inalienabile della vita e della stessa libertà religiosa. Cf. ad esempio la Relazione alla V Conferenza del Celam (1-5-2007) ove si afferma, a proposito della pastorale familiare, che la famiglia «sta attraversando una crisi profonda e la risposta della pastorale familiare, coniugale e prematrimoniale risulta insufficiente. Nella società il matrimonio come sacramento ha perso molto valore».

[21] Parrocchia e famiglia. Dichiarazione nella Plenaria della Pontificia Commissione per l’America Latina (18-1-2007).

[22] Ivi.

[23] Ivi.

[24] Ivi.

[25] Ivi. Qui è ripresa un’espressione di Giovanni Paolo II che tenne l’omelia a Puebla durante la celebrazione eucaristica.

[26] Ivi.

[27] Ivi.

[28] Ivi.

[29] Ivi.

[30] Il  tema dell’inculturazione della fede è ripreso in più occasioni lì dove si parla della pietà popolare come via per la nuova evangelizzazione. Cf. almeno Cultura e religiosità popolare (19-1-2008).

[31] Parrocchia e famiglia. Dichiarazione nella Plenaria della Pontificia Commissione per l’America Latina (18-1-2007).

[32] Qui il nostro presule tiene conto soprattutto del contesto sociale in cui si trova la famiglia argentina. Cf. Relazione alla V Conferenza del Celam (1-5-2007).

[33] Ivi.

[34] Cf. I debiti sociali (20-9-2009).

[35] Ivi.

[36] Qui si riprende il magistero di Giovanni Paolo II, nonché quello di Benedetto XVI attraverso la citazione della lettera enciclica Deus caritas est (25-12-2005).

[37] «Maria, la donna che accoglie e accompagna la vita fino alla fine; con tutti i problemi che possono sorgere e anche tutte le gioie che la vita ci dà. Maria, la donna che in un giorno come oggi riceve la vita e la accompagna fino alla sua pienezza e non ha ancora terminato perché continua ad accompagnarci nella vita della Chiesa affinché vada avanti. La donna del silenzio, della pazienza, che sopporta il dolore, che affronta le difficoltà e che sa rallegrarsi profondamente delle gioie del suo figlio»: (Omelia [25-3-2011]).

[38] Ivi.

[39] Omelia (2-10-2011) in occasione del XXXVII pellegrinaggio giovanile a piedi a Luján.

[40] La famiglia alla luce del Documento di Aparecida.

[41] Ivi.

[42] Ivi.

[43] Ivi.

[44] Cf. Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica post-sinodale Familiaris consortio (22-11-1981), n. 49: EV 7,1678; Benedetto XVI, Omelia (3-6-2012).

[45] Simeone si rivolge direttamente al Dio dell’alleanza – per il quale era stato costruito il Tempio – e parla del compimento dell’attesa di tutta la sua vita, la quale non era altro che l’attesa di tutto il popolo dell’antica alleanza. Parla della Luce che “illumina le genti” (i pagani) (cf. Lc 2,32), della luce che è la gloria del popolo di Dio. La luce che è il coronamento delle aspettative e delle speranze; che è lo spalancarsi del Tempio al Dio dell’alleanza attraverso il sacrificio.

[46] Educare alla cultura dell’incontro (1-9-1999).