Anziani, riforma in corso. Il vescovo Paglia: «Nuovo umanesimo»

di Chiara Ludovisi

Meno rsa, più casa, più famiglia, più servizi. Ma soprattutto, un «nuovo umanesimo», che ricomprenda al suo interno una nuova visione e un nuovo approccio agli anziani, che nel nostro Paese sono sempre di più e sempre più anziani. È il pensiero dell’arcivescovo Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la vita, chiamato dal ministro Speranza esattamente un anno fa, nel settembre 2020, a guidare la Commissione per la riforma dell’assistenza per gli anziani non autosufficienti, che all’inizio di settembre ha presentato la Carta dei diritti degli anziani.

Gli anziani e la cura di questi rappresentano temi per lei particolarmente cari e attuali, soprattutto alla luce delle drammatiche carenze evidenziate dalla pandemia. Quando e come gli anziani sono diventati – per dirla nel peggiore dei modi – “un problema”?
Se mi consente le rovescio i termini: quando l’assistenza è diventata un drammatico problema per gli anziani? Le rispondo che la pandemia ha svelato in modo impietoso quanto era già chiaro prima a chi si interessava degli anziani: viviamo in un sistema totalmente sbilanciato verso le cure residenziali, case di riposo e rsa, che peraltro riescono ad assistere poche centinaia di migliaia di disabili, mentre l’orizzonte epidemiologico di anziani con problemi di mobilità, di perdita delle capacità di svolgere attività della vita quotidiana, di barriere architettoniche, è fatto da milioni! E vivono tutti a casa. La pandemia ha rivelato che questa costruzione assistenziale, evidentemente priva di un pensiero strategico, è crollata coi primi venti, vittima certamente del coronavirus ma anche dell’intrinseca insostenibilità dell’approccio residenziale inteso come unico supporto offerto dal sistema.

Quali sono le principali criticità nell’attuale sistema di vita e di cura degli anziani non autosufficienti?
Quel che le accennavo: il monopolio “residenziale”. Che non solo non coglie le dimensioni del problema ma non contempla un insieme minimo di condizioni che aiuterebbe tanto chi è anziano a vivere e rimanere presso la propria abitazione. L’indagine Istat rivela inoltre che almeno 1, 2milioni di over 75 vivono a casa con gravi difficoltà motorie e senza aiuto alcuno e di questi 1 milione vivono soli o con il proprio coniuge anziano. Il supporto sociale per costoro è la vera “cura” che dobbiamo offrire, senza medicalizzare tutto ma con l’intelligenza di offrire una valutazione, un monitoraggio, un minimo di compagnia, di aiuto domestico nelle pulizie, nella spesa, nell’alimentazione, nell’introduzione di un digitale capace di mettere in comunicazione e di prevedere emergenze e difficoltà. Senza questo la vita di un anziano costretto in casa dalle proprie difficoltà diverrà un declino inarrestabile verso il pronto soccorso, i ricoveri, la istituzionalizzazione.

Lei ama parlare dell’urgenza di un “nuovo umanesimo”: in questo contesto, quale dovrebbe essere il posto degli anziani? E che ruolo dovrebbe avere e riconquistare la famiglia nei confronti di questi?
Com’è noto in questi ultimi decenni è sorto un vero “nuovo popolo di anziani”. Si tratta di decine di milioni di persone. In Italia gli ultrasessantacinquenni sono 14 milioni. È un frutto straordinario del progresso permettere di vivere venti, trenta anni più rispetto alle generazioni passate. Ma il problema è che non si sa bene per fare cosa e soprattutto come viverli. La vecchiaia è sentita come un naufragio. C’è bisogno di una nuova visione antropologica, appunto, di un nuovo umanesimo, che aiuti a comprendere e quindi a dare un senso a questi lunghi anni da vivere. Potremmo dire che si tratta di “inventare” la vecchiaia per questo nostro tempo.

Nel suo recente dialogo con Luigi Manconi (“Il senso della vita”, Einaudi 2021), in cui dense pagine sono dedicate al tema degli anziani, questi avverte che una maggiore presa in carico da parte della famiglia nei confronti dei suoi anziani rischia di portare a un sacrificio del ruolo sociale e professionale della donna. Come si potrebbe evitare questo?
Fa parte della nuova visione umanistica anche la scoperta dei diritti degli anziani e dei doveri della società verso di loro, dell’intera società e non solo delle singole famiglie. Il piano che abbiamo presentato al presidente Draghi prevede, ad esempio, la creazione di una rete di relazioni nel quartiere, per evitare la solitudine degli anziani, oltre che l’impiego di nuovi operatori socio-sanitari che se ne prendano cura e che siano di aiuto alle famiglie, permettendo alle donne di non rinunciare al lavoro. Si prevedono un numero adeguato di “centri diurni” per permettere la semiresidenzialità della cura.

Sempre nel suo dialogo con Manconi, questi afferma che, per garantire agli anziani adeguata assistenza ed evitare che si ripetano gli errori commessi, bisognerebbe tra l’altro aumentare i posti in rsa. Lei cosa ne pensa?
Penso che occorre, al contrario, bilanciare, aumentando sostanzialmente l’assistenza domiciliare. Regioni e cittadini spendono annualmente 12 miliardi per le sole rsa. Per la Adi, necessaria a milioni di anziani, si stima non si arrivi ai 2 miliardi. Non mi sembra ci sia altro da aggiungere.

Le badanti, altro pilastro dell’attuale sistema di assistenza agli anziani, tuttavia lavorano spesso in condizioni di sfruttamento e sofferenza. Cosa suggerisce per loro?
Gli assistenti familiari vanno formati, certamente, per la lingua, gli usi e la cultura del nostro Paese, vanno monitorati ma anche garantiti, resi visibili in un processo di emersione non solo fiscale, ma anche umano e civile.

L’assistenza domiciliare professionale, quella che dovrebbe essere garantita dal sistema socio-sanitario, ha svelato tutte le sue debolezze e insufficienze. Come crede che dovrebbe, questa, essere rinforzata e potenziata?
Certamente esiste un imbuto formativo di dimensioni drammatiche che riguarda medici, infermieri ma anche e soprattutto i cosiddetti operatori socio sanitari (oss). Stimiamo che la nostra riforma richiederebbe almeno 100mila posti di lavoro solo per questa figura professionale. Esiste anche però un altro problema, quello di rovesciare una prospettiva: la carriera di chi va a casa delle persone implica disagi e responsabilità di gran lunga maggiori di chi risiede in una struttura e come tale va promossa e incentivata economicamente e previdenzialmente, in un contesto assistenziale di alto livello e con possibilità di carriera autonome.

Lei è tra quelli che pensano che, dopo la pandemia, “nulla sarà più come prima” e che da questa deriverà anche una spinta creativa. Quali nuovi modelli immagina, in particolare, per l’accompagnamento e l’assistenza degli anziani?
Certamente la pandemia è stata una lezione che non possiamo dimenticare. La Commissione propone la realizzazione di un continuum assistenziale che prevede un equilibrio fra diversi approcci: quello territoriale diffuso, l’assistenza domiciliare, i centri diurni e le rsa con funzioni nuove dentro il sistema, soprattutto per quel che riguarda le cure intermedie, il post acuzie, di cui si avverte un gran bisogno. Accanto a questo, l’assistenza agli anziani certamente rappresenta una grande occasione per ripensare il nostro tessuto urbano e sociale, ad esempio con incentivi importanti al co-housing e alle riqualificazioni per la eliminazione delle barriere architettoniche e la creazione di centri diurni su beni già esistenti. Sogniamo periferie ravvivate da queste strutture, paesi in cui siano presenti questi servizi, vero argine contro lo spopolamento.

Recentemente è stata presentata la Carta dei diritti degli anziani: quale pensa che possa essere la sua efficacia?
Di fronte al nuovo “popolo di anziani” – l’Italia è il secondo Paese, dopo il Giappone, più longevo – è necessario ridefinire i contorni della società e le rispettive responsabilità, dando senso alla nuova generazione. Prima veniva chiamata “terza età”. Oggi per la prima volta nella storia convivono assieme quattro generazioni. C’è bisogno di ridisegnare i diritti che gli anziani hanno come anche i doveri che le generazioni hanno verso di loro. È una Carta che pensiamo il presidente Draghi voglia presentare al prossimo G20 come contributo dell’Italia.

Il rapporto “tattile” e l’accompagnamento alla morte sono due aspetti, che lei ritiene preziosi, ma a cui con la pandemia abbiamo dovuto rinunciare. Pensa che sia possibile e doveroso riprendere a coltivare queste dimensioni?
Mi permetta un’immagine. Volendo paragonare ogni generazione a un piano di un palazzo, possiamo dire che oggi viviamo in un palazzo a quattro piani, spesso senza né scale né ascensori (è il tema della crisi tra le generazioni). Ebbene, le prime tre hanno un nuovo piano da raggiungere. Ma quelli del quarto piano? La chiusura della “trascendenza” appare come una lastra di cemento armato che fa scomparire il terrazzo. Cosa c’è oltre? Di qui il tema della morte come passaggio, non come fine. E quindi l’accompagnamento come un’abitudine da reimpostare. La pandemia ci ha mostrato la tragedia dell’abbandono. È urgente riprendere e intensificare l’incontro, l’abbraccio, il tenersi per mano, soprattutto quando la fragilità e la debolezza sono più evidenti. Nessuno deve essere lasciato solo. È una grande sfida. E non possiamo non vincerla!

(Romasette)