«Anziani dimenticati, si riparta dal lavoro del precedente governo»

di Luciano Moia

L’assistenza alle persone anziane ha bisogno di un rovesciamento di paradigma. Occorre costruire percorsi e servizi di assistenza domiciliare, centri diurni e multi servizi come alternative efficaci – quando è possibile – alla ospedalizzazione o alla istituzionalizzazione.

Va in questa direzione la riforma della legge delega elaborata dal precedente governo che dovrebbe però essere recuperata anche dall’attuale esecutivo con modalità da definire.

È l’auspicio dell’arcivescovo Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la vita, che due anni fa ha accettato l’incarico di presiedere la Commissione per la riforma dell’assistenza socio-sanitaria della popolazione anziana.

Eccellenza, si può parlare di anziani in modo nuovo? O sono sempre e solo un problema di salute, una spesa, uno “scarto”, come dice papa Francesco?

Direi proprio di si e le riferisco di una felice consonanza: mentre a Palazzo Chigi si discute di come portare in Parlamento la legge delega elaborata negli anni dal precedente governo, legge che riforma radicalmente l’assistenza, le catechesi del Papa sul tema della vecchiaia ci aiutano a scoprire l’enorme tesoro custodito in seno alla Chiesa. Parlo di quel vastissimo popolo di anziani credenti, fonte inesausta di energie spirituali di cui il nostro tempo ha tanto bisogno. Sono parte integrante dei 14 milioni di over 65 che rappresentano un quarto della popolazione italiana e una fetta importante del nostro Pil, sia dal punto di vista dei consumi (oltre 200 miliardi si calcola) che da quello della loro attività – gratuita e volontaria ma non per questo immateriale – di assistenza ai figli e nipoti.

Si potrebbe dire che si è venuta formando via via una nuova generazione, appunto, quella degli anziani?

Esattamente: in questi ultimi due secoli è emerso un vero e proprio nuovo popolo: l’anziano, da figura residuale, diventa protagonista, e non solo nei numeri, del nostro tempo. Ma questo popolo va liberato e vanno liberate le sue incredibili risorse sia per la Chiesa che per la società civile.

Liberazione da cosa?

In primis vorrei dire dai pregiudizi. Il primo nemico degli anziani è l’idea stessa che noi ne abbiamo: l’idea di una stagione fatta solo di declino, emarginazione, malattia, tristezza, non autosufficienza. Essere anziani non è affatto solo questo: è aver ricevuto e vissuto quella “iniziazione alla vita” di cui parla papa Francesco: «Siamo apprendisti della vita – che, tra mille difficoltà – imparano ad apprezzare il dono di Dio». Ma non per rimpiangerne la fine vicina, semmai per aprirsi a quello spazio infinito di vita che Dio ci prepara! E poi gli anziani possono molto! Hanno energie, esperienze, capacità da spendere per gli altri, in quella che mi sembra essere sempre più definibile come la stagione della gratuità. Dopo aver tanto lottato, lavorato, guadagnato, da vecchi ci si può dedicare agli altri. E quanto gli anziani lo fanno, ma quanto ancor più potranno farlo se li aiutiamo!

Proviamo a chiarire meglio questo concetto di liberazione. Da cos’altro dovrebbero liberarsi gli anziani?

Certamente dalla solitudine. Questo è un grande male che attraversa tutta la società ma ferisce in modo particolare gli anziani nella loro fragilità. Non è giusto rimanere soli da vecchi, non è umano, non è salutare! Per questo mi sono tanto speso, con le due Commissioni, quella al ministero della Salute e quella di Palazzo Chigi perché la riforma spostasse e integrasse servizi sociali e sanitari dagli ospedali e dalle Rsa ai territori ed alle abitazioni degli anziani. Una sanità che attende arcigna dentro le proprie istituzioni l’arrivo dei “pazienti” è anacronistica, ottocentesca, vecchia nel senso deteriore del termine. Abbiamo bisogno di una svolta, di un rovesciamento del paradigma, di un sistema sanitario capace di essere proattivo, di andare nelle case e nelle strade, di raggiungere le persone prima che divengano appunto “pazienti” e perché restino persone. Per questo la riforma disegna un continuum assistenziale attorno alle persone che parte da un sistema a rete, dedicato agli over 80, in cui nessuno resta solo. E a partire da questa rete si costruiscono percorsi e servizi di assistenza domiciliare, centri diurni e multiservizi, tutte alternative efficaci alla ospedalizzazione o alla istituzionalizzazione. Efficaci e mi consenta di dire, anche convenienti dal punto di vista economico e della qualità della vita che garantiscono. Ma occorre pone fine all’assurdo divorzio fra sociale e sanitario. La cura non può e non deve conoscere questo confine insensato.

Piaga antica quella della distinzione tra sanitario e sociale. Riusciremo davvero a superarla?

È indispensabile perché di fronte ad una popolazione così numerosa è deleteria. Gli anziani non hanno bisogno solo di medicine, ma di accompagnamento, di colloqui, di consolazione, anche per prevenire cadute e malattie. Nel disegno di legge delega è previsto appunto un nuovo paradigma. Tocca ora al nuovo governo darvi attuazione anche inventando – e noi abbiamo suggerito una strada – delle sinergie dal basso per integrare sociale e sanitario.

Nel concreto?

Penso ad esempio alla proposta di una Assistenza domiciliare sociale e sanitaria ed al passaggio da un intervento che è oggi puramente prestazionale, di poche ore all’anno, ad una assistenza continuativa, di un vero sostegno domestico agli anziani ed ai loro familiari. Qui debbo rivolgere un caveat a quanto sin qui disegnato dal Pnrr: l’Italia è un Paese civile, che ha fatto della sussidiarietà non solo un principio costituzionale, ma un fatto reale e vitale attraverso la vivacità del terzo settore e del volontariato diffuso che rappresentano una grandissima risorsa. Attenti a non disprezzare questa storia e a non ricadere in un’idea statalista della assistenza. Ricordiamoci che occorre sinergia in un giusto mix pubblico/privato attivando ogni possibile risorsa umana in un periodo di forte carenza di figure professionali.

Anche la famiglia fa ancora parte di queste risorse umane? Molto è cambiato nel corso degli ultimi decenni, ma qualcuno sembra che non se ne sia accorto.

Certamente anche la famiglia è una parte fondamentale dell’orizzonte umano degli anziani! Guai a dimenticare il ruolo della alleanza tra generazioni, tra nonni e nipoti, in quell’affetto reciproco che è così importante per gli uni e per gli altri. Certo la famiglia va aiutata e sostenuta, e in questo senso mi sembra di poter dire che il nuovo Governo abbia varato alcune norme utili, anche se si tratta solo di un inizio. Tuttavia, è un inizio nella giusta direzione. Ritengo al tempo stesso che, in un tempo in cui la famiglia va facendosi sempre più “stretta” per via del calo delle nascite, e più “lunga” per il maggior numero di generazioni presenti, sia necessario intenderla anche in modo più “largo”, oltre gli orizzonti dei vincoli di sangue.

Appello di 52 associazioni: anziani dimenticati dalla politica​

«Gli anziani non autosufficienti in Italia sembrano non esistere. La Legge di bilancio presentata dal Governo non vi dedica neppure una riga. Siamo sorpresi e preoccupati. Tuttavia, piuttosto che sulle proteste preferiamo puntare su un dettagliato pacchetto di proposte da inserire subito nella manovra economica».

Lo affermano le 52 organizzazioni del Patto per un Nuovo welfare sulla non autosufficienza. Le proposte, intitolate “Prime misure per gli anziani non autosufficienti – Per non sprecare il 2023”, sottolineano che il Pnrr prevede la riforma dell’assistenza agli anziani e che entro marzo 2023 il Parlamento dovrà approvare la relativa Legge Delega.

Le associazioni ribadiscono che il testo di partenza per la riforma è lo schema di disegno di Legge Delega approvato il 10 ottobre scorso dal precedente Governo che in tante parti riprende le proposte del Patto. Tutto è già ben definito. Inutile sprecare altro tempo.

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