Una moderna lezione francescana

L’incontro di Assisi di marzo si presenta carico di significati. L’accostamento del nome del Santo e dei suoi luoghi cosi evocativi per la fede e per l’immaginario umanista che dall’incredibile storia di Francesco si è sviluppata, con il nome dell’attuale Papa che a quel santo si è ispirato, non ci può lasciare indifferenti. E colpisce che, tra le tante piste che conducono da Papa Francesco al Santo d’Assisi, sia proprio l’economia, intesa come pratica ma anche come scienza sociale, quella scelta dagli organizzatori.

Colpisce ma non deve stupire, dal momento che l’economia è ormai diventata, piaccia o no, la nuova grammatica della società. E l’annuncio urbi et orbi che la Chiesa è chiamata a fare oggi non può che passare anche dalle nuove parole dell’economia. E la Chiesa non ha che da attingere dal suo insuperato bagaglio di santità, sedimentata in una cultura millenaria, per rinnovare l’annuncio nella fedeltà alle proprio radici. Tra queste radici, quelle francescane sembrano particolarmente indicate per far riaffiorare nuove parole che nutrano l’economia e la scienza economica.

Ma se l’economia è ormai la chiave di lettura della realtà, che parole nuove rimangono da dire in proposito? Non ci può sfuggire che questi anni vedano proprio l’economia come vittima del proprio successo. La crescita economica tumultuosa di tutto il Novecento sembra oggi aver raggiunto un plateau con una crescente divaricazione tra i molti che vivono uno stato di crisi cronica caratterizzata da livelli di benessere piatti o declinanti ed i pochi per cui l’accumulazione sembra non avere mai fine. La stessa crescita economica è poi la causa della crisi ambientale di cui il riscaldamento climatico è solo l’aspetto più evidente e preoccupante. Ed allora il ritorno a Francesco – il Santo di Assisi e il Papa di oggi – può essere l’occasione per un arricchimento fecondo.

C’è una parola in particolare del linguaggio di Francesco – la parola povertà -che scandalizza l’economista moderno. La povertà che Francesco chiama “sorella” e che abbraccia come stile di vita per sé e per i suoi confratelli è incompatibile con il dogma dell’utilitarismo – il vero spirito del nostro tempo – nel cui contesto vige l’idea che più ricchezza equivalga a più benessere. In realtà, come ci insegna tra gli altri Jeffrey Sachs, uno dei keynote speakers del convegno di Assisi, questo dogma è in crisi da tempo perché tutta l’evidenza empirica scaturita dalle ricerche sulla felicità ci dimostra che ricchezza materiale e felicità non procedono più di pari passo nei paesi sviluppati. Anzi, nonostante la ricchezza materiale, che comunemente misuriamo con il PIL, continui ad aumentare, i livelli di felicità sono sostanzialmente stabili se non in diminuzione. Quella di Francesco di Assisi però è una vera e propria provocazione perché suggerisce non solo che non sia la ricchezza la strada per la felicità, ma che al contrario sia la povertà abbracciata e scelta come stile di vita che dischiude il percorso verso una vita lieta. E’ utile rileggere una delle più singolari operette della prima letteratura francescana, il “Sacrum commercium sancti Francisci cum domina Paupertate”. Si narra che il santo, con il suo primo drappello di amici, si mise alla ricerca di Madonna Povertà ma non  riusciva a trovarla perché nessuno la conosceva e quelli che avrebbero dovuto conoscerla non ne volevano neppure sentir parlare. Francesco non smise di cercarla. Ma solo dopo lunga ricerca la trovò: se ne stava appartata, sola e abbandonata. E lui la sposò. Tornando ai nostri giorni: forse a far compagnia a Madonna Povertà, abbandonata, c’è anche Madonna Felicità. Le due si riscoprono parallelamente. E’ questo anche il senso di uno stile di vita parco e frugale suggerito per il bene dell’uomo e dell’ambiente anche dalla Laudato Sii di Papa Francesco.

Gli studi sulla felicità ci hanno rivelato un altro paradosso dell’economia moderna: ovvero che mentre ci siamo arricchiti di beni materiali, siamo diventati estremamente più poveri di beni relazionali. E cosi non sorprende l’epidemia di solitudine che è la vera spiegazione del declino degli indici di felicità nei paesi sviluppati. Questa povertà relazionale è perfettamente coerente con l’altro dogma dell’economia moderna: l’individualismo. Ed è qui che il contributo del pensiero cristiano può essere decisivo per fare uscire l’economia dalla trappola della solitudine. Ed ecco che il concetto di persona, con tutta la sua dimensione relazionale e soprattutto la riscoperta della dimensione della famiglia come struttura costitutiva della società e vero soggetto economico, può dare un contributo decisivo ad una scienza economica che sappia pronunciare parole nuove ed insieme molto antiche. E’ ben noto infatti che l’origine greca della parola economia – da oikos e nomos – richiama proprio la famiglia, la sua dimensione relazionale e l’insieme di regole che la governano. Ci auguriamo che l’evento di Assisi contribuisca a maturare finalmente il superamento di quell’individualismo metodologico che è dogma economico e che spinga la valorizzazione della dimensione relazionale e familiare della persona umana anche nei contesti economici.