Il popolo è di Dio, vietare l’apertura delle Chiese non è democrazia

28 Aprile 2020   |   Articoli, Interventi, Rassegna stampa   |  

di Vincenzo Paglia

«Sine dominico non possumus» rispondevano nell’anno 304 alcuni cristiani di Abitene nell’attuale Tunisia quando, sorpresi nella celebrazione eucaristica domenicale, che era proibita, furono portati davanti al giudice e fu loro chiesto perché avevano tenuto di domenica la funzione religiosa cristiana, pur sapendo che era punita con la morte. E nell’anno 2020 dell’Era Cristiana, le esigenze sanitarie impongono il «niente messe domenicali»? Bene fa il comunicato della Conferenza Episcopale Italiana a ribadire che «la Chiesa esige di poter riprendere la sua azione pastorale». Benissimo fa a richiamare «il dovere di distinguere tra la loro responsabilità (governo e comitato tecnico) – dare indicazioni precise di carattere sanitario – e quella della Chiesa, chiamata a organizzare la vita della comunità cristiana, nel rispetto delle misure disposte, ma nella pienezza della propria autonomia»-

Vescovi italiani «non possono accettare di vedere compromesso l’esercizio della libertà di culto. Dovrebbe essere chiaro a tutti che l’impegno al servizio verso i poveri, così significativo in questa emergenza, nasce da una fede che deve potersi nutrire alle sue sorgenti, in particolare la vita sacramentale». Dunque ritorniamo a quel «senza la celebrazione domenicale non possiamo vivere» dell’anno 304. Era chiarissimo allora, tempi in cui si rischiava la vita. e infatti i 49 di Abitene sono stati uccisi e riconosciuti martiri dalla Chiesa.

E poniamoci oggi la domanda: in una democrazia, si possono sospendere le cerimonie religiose? La Messa domenicale soprattutto? I vescovi italiani – e non solo – hanno accettato una decisione imposta dai motivi sanitari a marzo. Abbiamo visto Papa Francesco accettare la limitazione imposta e i riti della Settimana Santa si sono svolti in assenza di fedeli. Motivi stringenti di ordine sanitario. Ed è andata bene in qualche modo: si è supplito con un aumento delle celebrazioni in tv, via social, on line in qualche caso, e sempre con le chiese aperte per i momenti di preghiera personale. È stata una decisione sofferta, imposta dall’alto, dettata dalla ricerca del «bene comune», perché la Chiesa non è al di fuori della convivenza civile. Anzi è impegnata a favorire la convivenza civile. E se le autorità di uno Stato democratico chiedono e motivano, occorre rispondere.

(IL RIFORMISTA)