San Valentino

San Valentino

Carissimo mons.Gualdrini,


Gentili autorità,


Care sorelle e fratelli tutti,


 


ritrovarci attorno a San Valentino, patrono di questa città e della Chiesa diocesana, significa scendere nelle profondo della nostra storia come a voler cogliere la forza di quel legame che unisce San Valentino, Terni e l’amore. Lo diciamo e lo scriviamo con qualche orgoglio: Terni, città di San Valentino, città dell’amore. San Valentino è stato davvero un testimone dell’amore. Nella sua vita, tra Terni e Roma, egli non si è comportato come quel mercenario di cui parla il Vangelo al quale le pecore non interessano tanto che, appena vede il pericolo, le abbandona e fugge. Valentino ha seguito l’esempio di Gesu’: è vissuto per servire gli altri e non se stesso, testimoniando così la centralità del Vangelo dell’amore, un vangelo ben diverso da quello del mercenario. L’amore evangelico spinge a dare la propria vita per gli altri, il mercenario invece ama anzitutto se stesso e il proprio guadagno. Ma solo l’amore evangelico salva: solo questo tipo di amore libera dalla solitudine, salva le famiglie da quella spirale di violenza che ormai ha invaso i cuori anche dei piccoli: quanti minorenni compiono crimini spietati! Solo l’amore può frenare questo nostro mondo dalla corsa folle verso la guerra, dal cosiddetto conflitto di civiltà, da quel consumismo che sconvolge non solo la convivenza umana a anche l’armonia del creato. Sì, solo un amore forte salva.


Care sorelle e cari fratelli, la testimonianza di San Valentino, l’antico buon pastore di questa città, spinge tutti noi a riscoprire l’amore. Del resto spesso diciamo che Terni è la città dell’amore. E lo affermiamo con qualche orgoglio. Ed è stato bello domenica scorsa vedere quasi duecento coppie di fidanzati accorrere a San Valentino per chiedere un futuro di amore stabile, per poter edificare una famiglia che sia davvero luogo di amore tra i coniugi, casa ove i figli crescono “in sapienza, età e grazia”, come accadeva per Gesù a Nazareth, e cellula base per la edificazione di una società a misura umana. Questi fidanzati sono venuti perché volevano che l’amore fosse duraturo. E’ un esempio bello per tutti nostri giovani. E’ per questa prospettiva che dobbiamo spendere le nostre energie sia educative, come pure legislative. Dividerci su questo proprio mentre è ancor più urgente difendere la famiglia, già fortemente indebolita da un individualismo esasperato, significa intaccare il futuro stesso della società. Legislazioni inadeguate in questo campo possono provocare danni irreparabili. E’ sulla edificazione di questo futuro che dobbiamo dirigere i nostri sforzi: la famiglia resta l’archetipo della società, di quella ecclesiale, che si gloria di chiamarsi famiglia di Dio, e di quella più ampia che chiamiamo la famiglia dei popoli. Solo la via di un amore non mercenario renderà salda la convivenza tra gli uomini. Ed è anche in questo orizzonte che il Comune e la Diocesi hanno scelto di conferire quest’anno il “Premio San Valentino” alle famiglie dei quattro operai morti mentre lavoravano nello stabilimento al Clitunno. Vogliamo dire ai familiari che gli siamo vicini, che non li dimentichiamo, ma nello stesso tempo richiamiamo l’attenzione di tutti ad un impegno più robusto, più attento anche sul piano legislativo, perché non accadano più tragedie come queste.


Care sorelle e cari fratelli, questa nostra Terni sarà città dell’amore solo se ciascuno di noi si rinnova nel cuore apprendendo ad amare come il buon pastore e abbandonando ogni pensiero da mercenario. L’amore infatti ha un risvolto anche politico: non è un sentimento vuoto e tanto meno un romanticismo narcisista che spinge a ripiegarsi su se stessi. L’amore evangelico – ma è così di ogni amore che sia tale – per sua natura apre verso l’altro, spinge a cambiare se stessi e il mondo nella prospettiva di una visione solidaristica. E forte è l’amore; ed anche irresistibile. Certo, può appassire e indebolirsi. Va infatti difeso e curato. Il peccato dell’egocentrismo, che riguarda individui e gruppi, singoli stati e gruppi di nazioni, è sempre in agguato: e tutti vediamo i danni che sono provocati dalla mancanza di amore. In questi casi prevalgono sempre i mercenari, i quali non badano che a se stessi, dimenticandosi del bene comune. Il futuro sarà buio se ci comporteremo da mercenari; sarà più sereno per tutti se imiteremo il buon pastore. Ciascuno di noi è chiamato a seguirne l’esempio.


Ma permettete che oggi mi riferisca in particolare a chi ha responsabilità nella vita pubblica, nella vita associata: ai gruppi professionali, agli imprenditori, ai politici, ma anche agli insegnanti, ai dirigenti sindacali, ai giornalisti, ai manager delle nostre aziende e delle banche, e pure ai responsabili delle associazioni cattoliche, ai membri dei consigli pastorali parrocchiali, al clero. Su tutti costoro, me compreso, grava una responsabilità particolare per l’edificazione di un futuro comune della nostra città. L’intera Chiesa diocesana è impegnata a spendersi non per se stessa ma perché la vita di tutti sia migliore. Scrive il Vaticano II a tale proposito: “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo”(n.1). La sensibilità solidale espressa da questo testo del Concilio, le cui due prime parole – gaudium et spes, gioie e speranze -, ho voluto porre come motto nel mio stemma, questa sensibilità solidale deve coinvolgere chiunque ha responsabilità pubbliche.


Terni, l’ho detto anche in altre occasioni, non manca di risorse, di idee, di creatività, di intelligenze, di slanci autentici di amore e di solidarietà. Ebbene, proprio in ragione di questa ricchezza, la nostra città ha bisogno di gruppi dirigenti capaci di apertura, dediti all’esercizio del potere come servizio, in feconda e benevola competizione l’uno con l’altro. Talora invece si ha l’impressione che qualcosa non stia funzionando come dovrebbe, che i meccanismi di formazione e di ricambio siano come inceppati e che non ci sia un’idea condivisa del futuro della città. Quante volte si antepone l’interesse personale o del proprio gruppo a quello di tutti! Questo atteggiamento, purtroppo diffuso nell’intera società, diviene ancor più pericoloso quando si tratta di gruppi dirigenti. Per questo è urgente un profondo rinnovamento culturale e generazionale se vogliamo costruire un futuro nuovo. Ciascuno di noi che ha responsabilità pubbliche deve esaminare se stesso e vedere se e come si colloca in questa auspicata prospettiva di apertura, di sguardo rivolto al futuro, di necessario ricambio. Dobbiamo mettere da parte quegli ambigui segnali di un cammino a ritroso, quelle persistenti attenzioni agli interessi esclusivi di gruppo anziché a quelli più larghi dell’intera comunità. Senza gruppi dirigenti aperti, pluralisti, autonomi e in costante rinnovamento è difficile rispondere alle sfide che pone il conseguimento di un benessere per tutti.


Cari amici, occorre guardare con serietà a questo importante aspetto della nostra realtà sociale per accogliere i segnali di rinnovamento che pure ci sono e allontanare quelli di conservazione che ovviamente non mancano. Molte domande dovremmo farci. Mi permetto di porne alcune alla nostra considerazione, a partire dalle scuole e dall’università: sono un luogo di educazione e di crescita della coscienza civile e umana ove si riconosce il merito e la serietà, senza dimenticare di dare a tutti eguali opportunità? E i genitori spingono i propri figli ad affrontare con coraggio e serietà gli studi e le prime esperienze di lavoro o, al contrario, cercano di assicurare loro protezione e garanzia ad ogni costo, in una sorta di neo-familismo amorale, nel quale l’orizzonte della vita sociale coincide con i confini del proprio appartamento? E i gruppi professionali sono aperti alle competenze ed alle intelligenze prima ancora di essere sensibili alle appartenenze ed alle tutele? Gli uomini della politica hanno una visione del futuro della città senza cadere nella miopia dell’interesse immediato magari rischiando di confondere le personali aspettative di carriera con gli interessi della comunità? E gli imprenditori assolvono alla loro irrinunciabile vocazione, quella dell’innovazione e del rischio, che li fa insostituibili elementi della crescita e del benessere di tutta la realtà locale o, invece, tendono a garantirsi nicchie protette certamente poco inclini alla ricerca ed alla sperimentazione? I gruppi dirigenti dei sindacati, penso ai tanti che operano con impegno e onestà nella pubblica amministrazione, interpretano in modo dinamico e attivo il ruolo di difensori dei diritti dei lavoratori o, invece, finiscono con il diventare strumento di tutela di chi il lavoro ce l’ha già a danno di chi lo vorrebbe ma non lo trova? E la comunità cristiana, nelle sue varie articolazioni, si spende con generosità perché il futuro di questa città sia giusto per tutti e perché i più deboli siano aiutati da chi ha più forza e benessere? Ed è generosa la comunità cristiana nel mettere a frutto i numerosi doni che il Signore le ha dato impiegandoli per la crescita comune?


Queste sono solo alcune delle domande che dobbiamo farci. San Valentino, che ha servito con passione questa terra, ci mostra che la forza dell’amore che rigenera i cuori, illumina la mente e rafforza le mani per costruire un futuro comune. Se ci lasciamo vincere dal fascino dell’amore ne scopriremo la forza di cambiamento. Paolo VI diceva che la politica, intesa come impegno per il bene comune, nasce dall’amore. Ed esortava tutti coloro che hanno responsabilità pubbliche ad aprirsi alla logica dell’amore, del dono, della fraternità, della solidarietà e della fiducia. Sì, care sorelle e cari fratelli, accogliere l’amore del buon pastore è l’unico modo per amare davvero la nostra città, per amare coloro che vivono quotidianamente accanto a noi, coloro con i quali sperimentiamo la fatica del camminare insieme, e diviene anche gusto per l’invenzione sociale, sfida per la sperimentazione e per guardare il futuro con speranza. E’ un modo per allenarsi, se così posso dire, alla compassione – come il samaritano della parabola evangelica – davanti all’ingiustizia, alla sfiducia, all’egoismo. Noi tutti, a partire dalla comunità cristiana, dobbiamo osare di più: uscire dal ristretto ambito dei nostri interessi, delle nostre cerchie di appartenenza, dal nostro piccolo mondo, coniugando impegno nell’amore e impegno per la giustizia, ossia impegno per un giusto ordine della politica e della città.


E’ la prospettiva che, come chiesa diocesana, cerchiamo di tenere viva soprattutto in questo tempo nel quale abbiamo avviato un cammino di riflessione sulla centralità dell’amore. E’ la prospettiva a cui ci ha richiamato Benedetto XVI nella sua enciclica Deus caritas est. L’amore è la sostanza della nostra fede e quindi della nostra vita. Nella settimana prossima, con i vescovi dell’Umbria, mi recherò da Benedetto XVI in “visita ad limina” per presentare a lui il lavoro di questi ultimi anni. E’ un momento particolare di comunione con il successore di Pietro. Sappiamo bene infatti che ogni comunità diocesana deve vivere la su fede in comunione con tutte le Diocesi del mondo attraverso il Papa. E’ quell’indispensabile respiro universale che nasce dall’amore evangelico. Sì, l’amore, mentre ci impegna a costruire un futuro comune per la nostra città ci allarga il cuore sino ai confini estremi del mondo. Oggi sappiamo ancor più di ieri che non si può vivere, neppure a Terni, senza un amore universale. Nel mese di maggio vorrei che tutti insieme ci recassimo in pellegrinaggio a Roma per vivere l’universalità dell’amore che San Valentino ci mostra. E noi, parafrasando una preghiera evangelica, chiediamo a Gesù: “Signore, insegnaci ad amare!”