«L’Incontro delle famiglie per il riscatto dell’Irlanda»

di Luciano Moia

Si pregherà nelle cattedrali ma anche nelle case. In alcuni luoghi pubblici ma anche all’aperto. In orari diversi, con semplicità e con spirito ecumenico. Chi pensa a solenni cerimonie di apertura, a eventi fantasmagorici, a spettacoli e giochi di luce, dovrà rassegnarsi. Nulla come la liturgia per l’inaugurazione del IX Incontro mondiale delle famiglie sarà all’insegna dell’essenzialità. Sorprendente innanzi tutto la scelta di ‘delocalizzare’ l’inaugurazione nelle 26 diocesi del Paese. Ogni comunità ha scelto modalità e orari (solitamente tra le 18 e le 20) per salutare l’inizio dell’evento. E gli organizzatori tengono a sottolineare come il cuore delle celebrazioni non sarà Dublino – come sarebbe scontato pensare – ma idealmente l’intera Chiesa cattolica in Irlanda. Una sorta di inaugurazione plurima che sarà segnata da un denominatore comune, la preghiera. È stata scelta un’orazione intitolata «Insieme con Cristo», che, come si legge sul sito dell’evento, «radunerà la Chiesa come una famiglia di famiglie e ci metterà sul cammino della celebrazione per l’intero Incontro mondiale delle famiglie». Poi, da domani al via il grande Congresso pastorale, una serie di oltre 200 focus tematici con centinaia di relatori, nel tentativo di declinare il titolo delle giornate irlandesi: «Il Vangelo della famiglia gioia per il mondo».

L’Irlanda ricomincia dall’Incontro mondiale delle famiglie. Un grande evento ecclesiale per offrire a quella Chiesa la possibilità di un riscatto dopo gli anni difficili dello scandalo abusi. Ma anche una preziosa occasione per comprendere in modo più approfondito la nuova prospettiva con cui Amoris laetitia legge il rapporto tra Chiesa e famiglia. Lo spiega l’arcivescovo Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia accademia per la vita ma che tre anni fa, quando venne annunciata da papa Francesco la scelta di Dublino, al termine del World Meeting di Filadelfia, era presidente del Pontificio consiglio per la famiglia.

Come prese corpo la proposta dell’Irlanda?

Nella logica dell’alternanza fra i diversi continenti, la scelta cadde su Dublino per due motivi: da un lato l’Irlanda non riceveva una visita di un Papa dal 1979, dall’altro la Chiesa irlandese stava vivendo in questi anni una situazione estremamente complessa e faticosa, per cui un evento internazionale che ponesse al centro la famiglia, che è il soggetto che tiene in vita sia la Chiesa che la società, fu visto subito da Papa Francesco come particolarmente utile.

L’Incontro di Dublino sarà il primo di quella che potremmo definire ‘era di Amoris laetitia’. Quali sono gli elementi di novità introdotti dall’Esortazione postsinodale?

La prospettiva che Amoris Laetitia propone non è quella dell’innovazione della dottrina sulla famiglia e il matrimonio; piuttosto il Papa, in questo documento, chiede alla Chiesa di essere essa stessa una famiglia, per poter comprendere le famiglie. Non si tratta di una nuova dottrina, tutt’altro. Il vero problema è che la Chiesa deve riscoprirsi come una realtà che è tesa ad accompagnare i suoi figli, che non li condanna ma li ama, che li aiuta e li sostiene nei passaggi problematici della vita. Una Chiesa che scopre di essere per tutte le famiglie, per tutti gli uomini e le donne sole e in difficoltà, la vera Madre. Predica il legame indissolubile tra gli sposi, ma dice a se stessa che il suo legame con i suoi figli è ancor più indissolubile.

Come gran cancelliere del Pontificio Istituto teologico ‘Giovanni Paolo II’ – oltre che presidente della Pontificia accademia per la vita – come valuta l’impegno della teologia cattolica contemporanea per offrire proposte capaci di armonizzare il Vangelo del matrimonio e della famiglia con le diverse realtà familiari dei nostri giorni sempre più spesso segnate da varie fragilità?

Certamente Amoris Laetitia chiede un approfondimento teologico sia del matrimonio che della famiglia. È indispensabile tornare a riflettere sui primi capitoli della Genesi – Gesù lo suggerì ai farisei: ‘All’inizio però non fu così’ (Mt 19,6) – per comprendere meglio la vocazione e la missione della famiglia oggi. Va riproposta l’alleanza tra l’uomo e la donna a cui il Signore affidò sia la cura della creazione sia la responsabilità della generazione e del rapporto tra le generazioni. È un tema particolarmente urgente in un mondo che rischia da una parte l’inverno demografico e dall’altra una solitudine anche intergenerazionale.

I vescovi irlandesi hanno sottolineato che l’Incontro mondiale delle famiglie non potrà essere autentica espressione della vocazione cristiana all’accoglienza se anche chi ha un’idea di famiglia diversa dalla nostra non si sentirà accolto ed ascoltato. Opportunità o rischio?

Certamente nella prospettiva che ho appena richiamato di una Chiesa dal volto familiare, tale scelta è una grande opportunità, perché davvero permette di riscoprire la Chiesa quale segno e strumento dell’unità della famiglia umana, come bene afferma Lumen Gentium. La Chiesa come famiglia è un fermento prezioso che invita ogni abitante di questo pianeta a rendere più familiare un mondo segnato dal ripiegamento su se stessi e nel proprio presente. La Chiesa, come famiglia, assieme a tutte le famiglie cristiane, ha la missione di rendere più famigliare il mondo. Una globalizzazione al di fuori dello spirito famigliare è pericolosa.

A Dublino saranno affrontati anche molti temi legati alla difesa e alla promozione della vita. Nei mesi scorsi, ricevendo in udienza i partecipanti all’assemblea della Pontificia Accademia per la vita, papa Francesco ha esortato a un impegno caratterizzato da ‘più serietà e rigore per disinnescare la complicità con il lavoro sporco della morte’. In quali ambiti oggi prende corpo questa ‘complicità’ e cosa possono fare le famiglie cristiane per prenderne le distanze?

L’esempio recente più forte ce lo ha dato proprio papa Francesco, che qualche settimana fa ha modificato il catechismo della Chiesa cattolica sulla pena di morte, dichiarandola sempre contraria al Vangelo. Tale rifiuto delle logiche di morte che innervano spesso i nostri giorni è, in realtà, compito di ogni cristiano. Questo significa ricomprendere in senso più ampio il termine vita: la vita non è un astratto universale, la vita è la persona umana, in tutte le età della sua esistenza, in tutte le situazioni in cui vive, in qualsiasi condizione si trovi. La ‘vita’, ossia tutte le persone vanno difese, custodite, accompagnate dall’inizio alla fine. E con amore. Questo è l’indice dei lavori della Pav dei prossimi mesi, costruito proprio a partire dall’invito di Papa Francesco.

(da Avvenire)

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