{"id":25494,"date":"2019-12-18T13:11:30","date_gmt":"2019-12-18T12:11:30","guid":{"rendered":"http:\/\/www.vincenzopaglia.it\/?p=25494"},"modified":"2019-12-18T13:12:56","modified_gmt":"2019-12-18T12:12:56","slug":"le-mappe-della-disuguaglianza","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.vincenzopaglia.it\/index.php\/le-mappe-della-disuguaglianza.html","title":{"rendered":"Le mappe della disuguaglianza"},"content":{"rendered":"<div id=\"html-content\">\n<p>di <strong>Marcello Filotei<\/strong><\/p>\n<p>Esterno giorno. Roma, 1870. L\u2019eco dei colpi di fucile dei bersaglieri, non cos\u00ec tanti, si \u00e8 spenta da poco tempo. Quintino Sella, non ancora presidente dell\u2019Accademia dei Lincei, passeggia tra i Fori. Ha l\u2019incombenza di partecipare alla riorganizzazione della citt\u00e0. \u00abSe volete amministrare Roma o avete un\u2019idea universale o sbaglierete tutto\u00bb, gli sussurra qualcuno all\u2019orecchio.<\/p>\n<p>Forse le cose non sono cambiate troppo da allora. La capitale d\u2019Italia non \u00e8 una citt\u00e0 \u201cnormale\u201d, in qualche modo \u00e8 ancora l\u2019Urbe di Cicerone, che la metteva in diretta connessione con la famiglia, definita\u00a0<em>principium urbis et quasi seminarium rei publicae<\/em>.<\/p>\n<p><img data-recalc-dims=\"1\" decoding=\"async\" title=\"Anonimo fiorentino, \u00abLa citt\u00e0 ideale\u00bb ( Walters Art Museum, Baltimora, XV secolo)\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.osservatoreromano.va\/vaticanresources\/images\/1d78f60e785016f4d2b00a533ea9318b_1.jpg\" alt=\"Anonimo fiorentino, \u00abLa citt\u00e0 ideale\u00bb ( Walters Art Museum, Baltimora, XV secolo)\" \/><\/p>\n<p>Spesso nei classici si trovano risposte, se no non sarebbero classici. Lo spiega l\u2019arcivescovo Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia accademia per la vita, che concludendo mercoled\u00ec alla Lateranense l\u2019incontro su \u00abFamiglie, disuguaglianze e sofferenza sociale nello spazio urbano. Un caso: Roma\u00bb organizzato dalla cattedra Gaudium et spes del Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia, del quale \u00e8 Gran cancelliere, sottolineava come \u00e8 proprio il nucleo familiare il primo luogo dove si apprende a vivere tra diversi, l\u2019ambito in cui si sperimentano le prime relazioni plurali, capaci di tenerci insieme solo se c\u2019\u00e8 una visione comune. Del resto perch\u00e9 i genitori risparmierebbero se non guardassero al futuro in maniera prospettica, e perch\u00e9 i figli li accudirebbero se non pensassero che anche loro un giorno staranno nella stessa condizione di bisogno.<\/p>\n<p>Certo, la situazione attuale contraddice questa visione. Ed \u00e8 stato monsignor Pierangelo Sequeri, preside del Pontificio istituto Giovanni Paolo II, a puntualizzarlo in apertura lanciando un interrogativo al quale si \u00e8 cercato di dare una risposta: \u00abLe famiglie si sono adattate molto alla citt\u00e0 da quando \u00e8 iniziata la societ\u00e0 industriale, fino al limite della rottura, fino a rinunciare a una frequentazione assidua tra i membri del nucleo. La citt\u00e0 si sta adattando con la stessa flessibilit\u00e0 ai bisogni delle famiglie?\u00bb.<\/p>\n<p>A sentire Salvatore Monni, che insegna economia dello sviluppo all\u2019Universit\u00e0 Roma Tre e che ha scritto assieme a Keti Lelo e Federico Tomassi il volume\u00a0<em>Le mappe della disuguaglianza<\/em>\u00a0(Roma, Donzelli, 2019, pagine XVIII-206, euro 22), parrebbe di no. L\u2019analisi \u00e8 impietosa: \u00abLe citt\u00e0 metropolitane escono dalla crisi pi\u00f9 profonda che l\u2019Italia abbia mai conosciuto con una larga classe di esclusi, presenti non solo nelle periferie: le disuguaglianze si sono aggravate, coinvolgendo anche quello che un tempo era il ceto medio\u00bb. L\u2019emergenza, sostiene Monni, \u00e8 la disuguaglianza in termini di opportunit\u00e0, l\u2019impossibilit\u00e0 di realizzare se stessi.<\/p>\n<p>Ai Parioli i laureati sono il 42 per cento, a Tor Cervara il 5. In centro vivono principalmente single, le famiglie si sono spostate in periferia, dove per\u00f2 non trovano i servizi, e le donne, se fanno un figlio, in assenza di asili nido devono lasciare il lavoro per un lungo periodo. Quando tornano in ufficio vengono spesso demansionate. Ecco perch\u00e9 i loro stipendi, a parit\u00e0 di titolo di studio, sono pi\u00f9 bassi di quelli dei loro colleghi. In centro ci sono le piazze, anche molto belle, ma ci vanno prevalentemente i turisti, i single forse preferiscono gli aperitivi. In periferia ci sono le famiglie, ma mancano i luoghi di aggregazione per creare comunit\u00e0. Finisce che i ragazzi si danno appuntamento nei centri commerciali, che poi plasmano la societ\u00e0 verso un\u2019attenzione al consumo molto elevata. Questioni complesse. Diffidare delle risposte semplici.<\/p>\n<p>Nel 1990 le Nazioni Unite definirono un Indice dello sviluppo umano (Isu) che accanto al Prodotto interno lordo, il Pil, valuta la qualit\u00e0 della vita nei paesi membri. Applicando i parametri Onu ai diversi quartieri di Roma emerge che in alcune zone l\u2019Isu corrisponde a quello dei luoghi pi\u00f9 poveri del pianeta, in altre \u00e8 molto pi\u00f9 alto.<\/p>\n<p>In condizioni del genere \u00e8 facile fomentare la ricerca di un colpevole. Meglio se la crisi non dipende da noi. Gli immigrati sono un bersaglio facile, anche perch\u00e9, come ha detto ancora Paglia, \u00abnon sperimentiamo pi\u00f9 la diversit\u00e0 all\u2019interno della famiglia, per esempio con l\u2019accoglienza del secondo figlio che pone il primogenito di fronte all\u2019esigenza di condividere gli spazi e l\u2019attenzione dei genitori\u00bb.<\/p>\n<p>E allora \u00e8 colpa degli stranieri, quelli poveri perch\u00e9 i ricchi spendono nei ristoranti del centro e vanno bene. Sembra ormai dato per scontato che le periferie siano traboccanti di immigrati che minacciano la sicurezza delle famiglie italiane. Sorpresa: secondo i dati ufficiali gli stranieri (poveri) vivono perlopi\u00f9 in centro, divisi spesso per comunit\u00e0, prevalentemente vicino ai loro luoghi di lavoro, che in gran parte sono le case degli italiani single. Non risultano al momento orde di immigrati che imperversano in periferia.<\/p>\n<p>E allora se si vuole pensare a un rilancio della comunit\u00e0 metropolitana, perch\u00e9 di metropoli si tratta e non di citt\u00e0, non si pu\u00f2 partire da un racconto falsato da pregiudizi e privo di contenuti scientifici. La capitale d\u2019Italia ha bisogno di un progetto di sviluppo universale, \u00e8 questa l\u2019unica possibilit\u00e0 per renderla nuovamente \u201cesemplare\u201d. Come quando il neorealismo raccontava Roma in dialetto per parlare delle miserie di tutto il mondo. Come quando Pasolini, nel 1967, per fare i conti col dolore di tutti \u2014 anche dei napoletani, dei milanesi e degli abitanti di Nuova Delhi \u2014 sceglieva di affidare a un \u201cborgataro\u201d come Franco Citti il ruolo del protagonista nell\u2019<em>Edipo re<\/em>. Una citt\u00e0 \u00e8 esemplare quando il suo specifico diventa rappresentazione dell\u2019universale, quando \u00e8 il simbolo di qualcosa di assoluto. E con l\u2019assoluto Roma ha una certa dimestichezza.<\/p>\n<p>Ci vogliono gli artisti, i filosofi, gli storici e gli economisti, meglio se dello sviluppo. Ma non basta. Bisogna anche superare due deficit dei quali in questo momento soffre la democrazia in generale: quello della legittimit\u00e0 e quello dell\u2019autodeterminazione. Lo ha spiegato Massimo De Carolis, che insegna Filosofia politica all\u2019Universit\u00e0 di Salerno. La sovranit\u00e0 \u00e8 legittima solo se rappresenta il potere di tutti sui singoli. L\u2019autodeterminazione invece \u00e8 la possibilit\u00e0 di scrivere da s\u00e9 la propria storia, di decidere della propria vita. Due facce della stessa medaglia sulla quale si costruisce il legame sociale nella modernit\u00e0. Roma vive un deficit grave di entrambi gli elementi: non solo gli abitanti non hanno fiducia nei governanti, ma in molti casi pensano che progettare un\u2019esistenza \u201cdecente\u201d in queste condizioni sia \u201csemplicemente impossibile\u201d.<\/p>\n<p>Se si vuole avviare un percorso bisogna partire dal fatto che la capitale italiana, che nel paese \u00e8 confrontabile solo con Milano, non \u00e8 una citt\u00e0, ma una metropoli. La differenza \u00e8 sostanziale, spiega De Carolis. Una citt\u00e0 \u00e8 una struttura di potere omogenea dove l\u2019abitante \u00e8 un \u201cinsider\u201d, sa dove risiede l\u2019autorit\u00e0, si sa muovere nello spazio, conosce i significati dei simboli e delle cose. Funziona cos\u00ec dai tempi dell\u2019Atene di Pericle. Una metropoli \u00e8 invece un luogo dove c\u2019\u00e8 un tasso di pluralismo molto elevato, dove le mappe diventano mappe della disuguaglianza, dove l\u2019abitante \u00e8 un \u201coutsider\u201d rispetto a flussi che non \u00e8 capace di definire, dove si vive da soli.<\/p>\n<p>Il quadro \u00e8 questo, se si vuole modificarlo bisogna rispondere con un progetto universale, esemplare, o si correr\u00e0 il rischio \u201cdi sbagliare tutto\u201d. Forse questo incontro voleva essere un sussurro all\u2019orecchio di chi se ne occupa.<\/p>\n<p><strong><a href=\"http:\/\/www.osservatoreromano.va\/it\/news\/le-mappe-della-disuguaglianza\">L&#8217;OSSERVATORE ROMANO<\/a><\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Marcello Filotei Esterno giorno. Roma, 1870. L\u2019eco dei colpi di fucile dei bersaglieri, non cos\u00ec tanti, si \u00e8 spenta da poco tempo. 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