{"id":25433,"date":"2019-11-08T08:02:38","date_gmt":"2019-11-08T07:02:38","guid":{"rendered":"http:\/\/www.vincenzopaglia.it\/?p=25433"},"modified":"2019-11-08T08:10:10","modified_gmt":"2019-11-08T07:10:10","slug":"stare-accanto-alla-vita-sempre","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.vincenzopaglia.it\/index.php\/stare-accanto-alla-vita-sempre.html","title":{"rendered":"Stare accanto alla vita (sempre)"},"content":{"rendered":"<p>Desidero anzitutto ringraziare la Fondazione don Gnocchi, in particolare il presidente Don Enzo Barbante e tutti voi che siete impegnati a stare accanto alla vita, soprattutto quando le persone malate si trovano in condizione di estrema fragilit\u00e0 e la loro salute \u00e8 gravemente compromessa. \u00c8 un servizio che richiede grande generosit\u00e0 e grande umanit\u00e0, per cui occorre prepararsi non solo sul piano delle conoscenze e delle competenze, ma anche sul piano della formazione personale. Infatti, davanti al dolore e alla sofferenza cos\u00ec profonda, sia delle persone malate sia delle loro famiglie, come quelle che voi incontrate nel vostro lavoro professionale, vengono messi in questione gli aspetti pi\u00f9 delicati e profondi della nostra esperienza esistenziale, anche come credenti. Apprezzo molto quindi l\u2019iniziativa di formazione che avete svolto in questi mesi, anche nello spirito del vostro fondatore, il beato don Carlo Gnocchi, per rispondere a queste esigenze.<\/p>\n<p>Il titolo che avete scelto: \u201cstare accanto alla vita (sempre)\u201d, mi ha richiamato alla memoria quanto papa Francesco ci ha detto in occasione del convegno che come Pontificia Accademia per la Vita abbiamo tenuto nel novembre 2017,insieme alla Associazione Medica Mondiale, sulle decisioni che si pongono circa i trattamenti da somministrare o da sospendere quando si avvicina il momento della morte. Egli ha insistito sulla \u201cprossimit\u00e0 responsabile\u201d, come un imperativo imprescindibile. Questo \u00e8 un compito da assumere e da svolgere sempre, qualunque sia la scelta per cui si opta: il paziente non va mai abbandonato e sempre dobbiamo prendercene cura. Anche quando non si pu\u00f2 guarire, si deve sempre curare.<\/p>\n<p>Ed \u00e8 proprio sulla questione della cura che vorrei offrire qualche riflessione. E\u2019 un tema di particolare importanza e interesse, anche se ai nostri giorni non \u00e8 popolare. C\u2019\u00e8 come una contraddizione che traversa la societ\u00e0: per un verso la cura \u00e8 la parola pi\u00f9 richiesta dagli uomini e dalle donne di oggi, per l\u2019altro \u00e8 la parola pi\u00f9 dimenticata. Infatti, non la cura, ma la solitudine sembra essere di fatto la compagna pi\u00f9 diffusa nella vita dei nostri contemporanei. La cura, nel suo significato pi\u00f9 immediato chiede un atteggiamento contrario a quello ben pi\u00f9 di moda che \u00e8 mettere al centro il proprio interesse a scapito di quello degli altri. Lo chiamiamo, infatti, noncuranza. Sembra una parola lieve, ma pesa come un macigno: in una societ\u00e0 della noncuranza, pi\u00f9 sei debole pi\u00f9 sei trasparente. E se diventi ingombrante, vieni scavalcato, superato, scartato.<\/p>\n<p>Di fronte a questa contraddizione abbiamo un solo correttivo: contrapporre alla cultura dello scarto la cultura della cura. Una cultura che si estende a tutta la vita, sia nella sua dimensione temporale che di senso. Va quindi oltre la dimensione della salute o il comparto della sanit\u00e0. La cura riguarda sia il livello delle relazioni interpersonali, sia quello del loro strutturarsi sul piano sociale. La stessa etimologia della parola \u201c<em>cura<\/em>\u201d evoca le dimensioni fondamentali dell\u2019esistenza. Il termine \u201ccura\u201d rinvia a \u201c<em>cor<\/em>\u201d, al cuore, che alcuni studiosi collegano all\u2019espressione \u201c<em>quia cor urat<\/em>\u201d, perch\u00e9 scalda il cuore, lo sollecita, lo coinvolge. La pratica della cura rinvia alla reciprocit\u00e0 di una relazione che torna anche in parole come l\u2019ac<em><u>cor<\/u><\/em>gersi (il rendersi conto a partire da una percezione che tocca il cuore), l\u2019ac<em><u>cor<\/u><\/em>darsi (in mettersi in sintonia in un modo che coinvolge il cuore) e il ri<em><u>cor<\/u><\/em>darsi (riportare alla memoria, non solo su piano intellettuale, ma anche sul piano degli affetti). La cura, insomma, \u00e8 strettamente legata alla compassione. Ed \u00e8 significativo che il luogo principale in cui si svolge la cura sia l\u2019ospedale, cio\u00e8 uno spazio definito dalla pratica dell\u2019ospitalit\u00e0. Potrei anche accennare al fatto che la parola \u201c<em>curato<\/em>\u201d contiene la stessa radice: il <em>curato<\/em> \u00e8 un sacerdote a cui \u00e8 affidata la <em>cura<\/em> spirituale di una popolazione. Mentre \u00e8 da un\u2019altra radice che viene la parola <em>curia<\/em>, che deriva piuttosto da <em>kurios<\/em> \u2013 signore. Meglio essere \u201ccurato\u201d che \u201ccuriale\u201d (nel senso di frequentare le \u201ccurie\u201d). Del resto nel vocabolo in esame troviamo anche una risonanza che evoca l\u2019essere ac<em>cor<\/em>ti, cio\u00e8 il procedere in modo avvertito, assennato e <u>competente<\/u>, cos\u00ec da infondere <u>si<em>cur<\/em>ezza<\/u>.<\/p>\n<p><em>Curare e guarire nella tradizione cristiana<\/em><\/p>\n<p>In questa mia riflessione vorrei focalizzare il rapporto tra cura e guarigione come appare nella tradizione cristiana. Leggendo i Vangeli si resta colpito dal notevole spazio dedicato alle guarigioni dei malati da parte di Ges\u00f9. Su 53 miracoli riportati nei Vangeli, ben 30 riguardano guarigioni di malati. E\u2019 uno dei motivi della missione stessa missione: \u201cNon sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati\u201d (Lc 5,31). La loro guarigione \u00e8 una costante insopprimibile tanto che gli evangelisti ne fanno uno dei due poli che sintetizzano la missione di Ges\u00f9: \u201cegli andava attorno per tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe predicando la buona novella del Regno e curando ogni sorta di malattie e di infermit\u00e0&#8221;(Mt 4,23). Ecco i due pilastri: predicare il Regno di Dio e guarire i malati. E\u2019 bella la scena descritta da Luca: \u201cAl calar del sole, quelli che avevano infermi colpiti da mali di ogni genere li condussero a lui. Ed egli, imponendo su ciascuno le mani, li guariva\u201d (Lc 4,40). Anche Marco scrive: \u201cVenuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la citt\u00e0 era radunata davanti alla porta. Guar\u00ec molti che erano afflitti da varie malattie e scacci\u00f2 molti demoni\u201d (Mc 1, 32-34).<\/p>\n<p>Perch\u00e9 quest\u2019opera di Ges\u00f9? La ragione \u00e8 chiara nei Vangeli: la guarigione dei malati \u00e8 il segno visibile dell\u2019intervento di Dio nella storia degli uomini. Ges\u00f9, con la sua opera di guaritore, liberava il corpo e la psiche degli uomini dal potere del male e instaurava il potere di Dio che libera da ogni schiavit\u00f9. Questo stesso potere Ges\u00f9 lo affida anche ai discepoli: \u201cDiede loro forza e potere su tutti i demoni e di guarire le malattie\u201d (Lc 9,1). La guarigione dei malati perci\u00f2 non \u00e8 un\u2019azione laterale all\u2019annuncio, \u00e8 il chiaro segno che il Regno di Dio \u00e8 iniziato nella storia. E Ges\u00f9 dice ai discepoli che avrebbero fatto cose pi\u00f9 grandi lui: \u201cIn verit\u00e0, in verit\u00e0 vi dico, anche chi crede in me, compir\u00e0 le opere che io compio e ne far\u00e0 di pi\u00f9 grandi\u201d (Gv 14,12). Per Ges\u00f9 la malattia va sempre combattuta. Mai nei Vangeli si parla di rassegnazione ad essa. E mai Ges\u00f9 ha accettato le spiegazioni correnti sul legame diretto tra malattia e peccato personale. Al contrario, egli passava beneficando e sanando tutti mostrando quale fosse la volont\u00e0 del Padre: la salvezza di tutti o, se si vuole, la guarigione di tutti.<\/p>\n<p>E\u2019 con questa visione utopica che i cristiani di ogni generazione si avvicinano ai malati: attraverso la loro guarigione inizia il Regno dell\u2019amore di Dio a cui tutti i popoli sono destinati. Il legame tra la cura dei malati e loro guarigione \u00e8 parte dell\u2019annuncio cristiano. Ecco perch\u00e9 nell\u2019antichit\u00e0 i cristiani non hanno esitato a chiamare Ges\u00f9 \u201cmedico dei cristiani\u201d e la Chiesa \u201cvera e propria clinica\u201d. E\u2019 nota l\u2019espressione di Ireneo: \u201cIl Signore \u00e8 venuto come medico di coloro che sono malati\u201d. E Origene insegnava: \u201cSappi vedere (nei Vangeli) che Ges\u00f9 guarisce ogni debolezza e malattia non solo in quel tempo in cui queste guarigioni avvenivano secondo la carne, ma ancora oggi guarisce; sappi vedere che non \u00e8 disceso solo tra gli uomini di allora, ma che ancora oggi discende ed \u00e8 presente. Ecco, infatti, io sono con voi tutti i giorni sino alla fine del mondo\u201d. Potrei continuare a lungo citazioni di questo genere, da quella della Liturgia di San Marco: \u201cSignore\u2026 Medico delle anime e dei corpi, visitaci e guariscici\u201d, a un\u2019antica iscrizione cristiana: \u201cTi prego, Signore, vieni in mio aiuto, tu solo medico\u201d.<\/p>\n<p>Tutto ci\u00f2 non significava fomentare disprezzo per la medicina. Semmai \u00e8 vero il contrario, tanto che \u00e8 quasi impossibile una storia della medicina senza il riferimento alla Chiesa. Indipendentemente dal carisma di fare \u201cmiracoli\u201d, il cristianesimo ha sempre sostenuto lo sviluppo del \u201cpotere\u201d di curare, con tutti i mezzi di intelligenza e di abilit\u00e0, materiale e spirituale, di cui il Signore ha reso capace la creatura, dotandola di un\u2019anima intelligente, che sa inventare tecniche appropriate. La Chiesa d\u2019altra parte non ha mai abbandonato l\u2019utopia della guarigione totale come della salvezza piena: la frontiera di questa unit\u00e0 simbolica dell\u2019essere guariti e dell\u2019essere redenti \u00e8 anche un presidio umanistico: noi dobbiamo custodire anche quello che non riusciamo a guarire, per tenere viva la nostra speranza nella liberazione dal male promessa da Dio nella risurrezione di Ges\u00f9. Dio ha destinato l\u2019umanit\u00e0 e il mondo alla pienezza della vita: la reciproca cura della nostra vulnerabilit\u00e0 \u00e8 il modo in cui ne diventiamo degni. Per i cristiani la cura delle ferite del corpo non \u00e8 mai stata disgiunta dalla fede nella risurrezione della carne. Un mistero di speranza per la totalit\u00e0 della condizione umana su cui tropo poco si riflette e che andrebbe a mio avviso recuperato e predicato con maggiore audacia. Non separare la cura del corpo da quella dello spirito \u00e8 la condizione sovrana di un umanesimo <em>totale<\/em>, che onora la dignit\u00e0 della persona <em>reale<\/em>. Ho cercato di offrire qualche riflessione su queste tematiche che purtroppo sono state accantonate anche dalla predicazione cristiana.<\/p>\n<p><em>La deriva tecnologica e i suoi paradossi<\/em><\/p>\n<p>E\u2019 facile che la medicina contemporanea si faccia coinvolgere dall\u2019obiettivo della guarigione come vittoria sulla malattia, fino al punto che se la guarigione non arriva pensa al suo fallimento quasi pi\u00f9 che alla cura del malato, che pure \u00e8 sempre un suo compito fondamentale. Il sapere tecnico progredisce cos\u00ec velocemente che l\u2019illusione di poter mirare all\u2019immortalit\u00e0 diventa \u2013 inconsciamente, ma per qualcuno apertamente \u2013 il vero obiettivo del progresso della clinica. Per meno di questo, ogni altro risultato incomincia a diventare provvisorio e parziale. Una simile forma mentale \u2013 a motivo del suo delirio di onnipotenza \u2013 \u00e8 gi\u00e0 un fallimento del senso della cura: svuota la medicina del suo stesso senso e toglie prestigio alla semplice cura del malato.<\/p>\n<p>L\u2019accelerazione di questo processo parte dalla rivoluzione scientifica del XVII secolo, quando lo sviluppo della tecnica &#8211; anche nel campo sanitario \u2013 ha portato verso una concezione che separa il corpo e la persona. Il corpo (umano) viene di fatto sempre pi\u00f9 relegato nel campo della conoscenza empirica e della tecnologia che utilizza categorie oggettivanti che spingono a mettere tra parentesi l\u2019esperienza vissuta che noi abbiamo del nostro corpo. Mettere per\u00f2 tra parentesi le numerose e complesse esperienze di relazioni che coinvolgono il nostro corpo, significa considerarle irrilevanti sino a farle scomparire dall\u2019orizzonte della conoscenza. Il difetto da riparare, la funzione da ripristinare, l\u2019organo da sostituire diventano l\u2019unico tema di attenzione. La conseguenza \u00e8 che l\u2019essere vivente viene studiato lasciando in disparte il suo vissuto e ancora di pi\u00f9 il senso stesso del suo esistere.<\/p>\n<p>Questa tendenza \u00e8 rinforzata da un secondo elemento di natura pratica. Non dobbiamo certo sottovalutare gli straordinari risultati positivi che la tecnica ha portato per la salute umana. Ma quel che sta accadendo \u00e8 che la ragione strumentale tende a imporsi come paradigma esclusivo. In tal modo la tecnica diviene una potenza assoluta con la pretesa di far divenire l\u2019uomo creatore di s\u00e9 stesso. Il corpo e la vita umana rischiano di essere sottomessi alla logica della tecnica e del mercato: la vita, la sua lunghezza, la sua qualit\u00e0 tendono a trasformarsi in merce, all\u2019interno di una forma di scambio economico. Ma \u00e8 un itinerario che porta a situazioni paradossali. Ne accenno due.<\/p>\n<p>La prima riguarda la capacit\u00e0 della biomedicina di trattare le malattie acute provocando situazioni patologiche croniche di cui alcune decisamente sconcertanti. Ad esempio i cosiddetti \u201cstati vegetativi\u201d (che in realt\u00e0 non sono n\u00e9 stati, perch\u00e9 sono molto dinamici e oscillanti, n\u00e9 vegetativi, perch\u00e9 gli umani non sono mai equiparabili alla condizione vegetativa). Avremo sempre pi\u00f9 realt\u00e0 di co-morbilit\u00e0, avvalendoci di trapianti, di protesi e di innesti di materiali bionici che suppliscono a funzioni biologiche che i nostri organi non sono pi\u00f9 in grado di svolgere. Allungare la vita significa allungare il tempo di convivenza con le malattie.<\/p>\n<p>La seconda situazione paradossale consiste nell\u2019occultamento della domanda di senso che la sofferenza, la malattia e la morte incessantemente pongono. Gli interrogativi che esse sollevano vengono spostati dal terreno dei significati e dei valori a quello delle soluzioni tecniche, riducendoli a problemi. L\u2019essere umano rischia di diventare egli stesso ostaggio della tecnica che, con lo scopo di superare i limiti e di aumentare le prestazioni funzionali, prende il sopravvento sulla capacit\u00e0 di orientarne il senso. Ma da questo riduzionismo scaturisce un incomprimibile disagio, che non trova soddisfazione in risposte surrogate. Come gi\u00e0 diceva Pascal: \u201cGli uomini, non avendo potuto guarire la morte, la miseria, l\u2019ignoranza, hanno creduto meglio, per essere felici, di non pensarci\u201d (Pensieri, 168,B). Ma ignorare gli interrogativi che la strutturale fragilit\u00e0 umana solleva non equivale a eliminarla. Queste domande risorgono appena si incontrano persone in situazione di grave sofferenza o si \u00e8 direttamente colpiti dalla malattia e dall\u2019angoscia che essa provoca. Voi che siete quotidianamente confrontati con persone in situazione di salute molto grave o con serie disabilit\u00e0 lo sapete bene.<\/p>\n<p>In realt\u00e0, il malato svela la debolezza insita in ogni persona umana. \u201cLa malattia \u2013 scrive il cardinale Martini \u2013 \u00e8 parte della vita\u2026 Non \u00e8 un incidente, ma la rivelazione della condizione normale di limite insita in ogni soddisfazione umana, \u00e8 qualcosa che mi definisce nel mio essere fragile, debole, incerto, mancante. Rivela chiaramente ci\u00f2 che \u00e8 nascosto in me anche quando sto bene. E la temo, la malattia, perch\u00e9 non voglio che emerga la verit\u00e0 della mia limitatezza, della mia povert\u00e0\u201d. La malattia non \u00e8 perci\u00f2 un semplice fatto biologico: va letta anche come metafora della vita che si accompagna anche al dolore e alla sofferenza. Si tratta di un mistero che segna le nostre vite. Se per un verso dobbiamo combattere le malattie, per l\u2019altro sappiamo che eliminarle \u00e8 di fatto impossibile. Accompagnare i malati, sempre. E in maniera generosa e amorevole. Come Dio. Riprendo una bella affermazione di Calvino: possono esserci degli uomini senza-Dio, ma non potr\u00e0 mai esserci un Dio senza-gli-uomini. Dio non protegge da ogni dolore, ma ci sostiene sempre in ogni dolore. La compagnia amorevole \u00e8 la prima cura per il malato. La malattia, infatti, non \u00e8 solo un problema di medicina: \u00e8 anche una domanda di amore. La risposta radicale alla malattia \u00e8 l\u2019amore che salva.<\/p>\n<p><em>La cura: assumere responsabilmente la vulnerabilit\u00e0 <\/em><\/p>\n<p>Ho accennato alla pretesa prometeica della medicina di voler garantire la guarigione. Certo, possiamo sempre sperare la guarigione, mai per\u00f2 garantirla. Dobbiamo invece sempre garantire la cura. Gli antichi ripetevano questo sapiente adagio: <em>medicus curat, natura sanat <\/em>(<em>Deus salvat<\/em>). La guarigione non \u00e8 nella disponibilit\u00e0 assoluta del medico. Certo, l\u2019impegno a rispondere alla domanda di salute coinvolge il medico ad andare per quanto possibile verso la guarigione, sempre per\u00f2 deve mantenere la cura. La malattia \u00e8 senza dubbio un male (<em>fisicum<\/em>), e come tale va riconosciuto e combattuto, ma la vulnerabilit\u00e0 \u00e8 costitutiva dell\u2019essere umano. E\u2019 importante e urgente ridare senso alla fragilit\u00e0 umana. Essa, considerata come dannosa, va riscoperta nella sua profondit\u00e0. La fragilit\u00e0 \u2013 proprio perch\u00e9 \u00e8 un \u201cferita\u201d \u2013 spinge a chiedere ascolto, gentilezza, amore, compagnia. Al contrario, l\u2019autonomia e l\u2019autosufficienza ne sono l\u2019opposto,visto che sognano un\u2019impossibile salute piena. Le conseguenze di una societ\u00e0 di forti e autosufficienti disprezza i deboli e i vulnerabili: \u00e8 una societ\u00e0 crudele, disumana.<\/p>\n<p>Le persone consapevoli della loro fragilit\u00e0 sentono il bisogno degli altri, sanno invocare aiuto, sanno pregare, sanno suscitare una forza di solidariet\u00e0 e ritessere le lacerazioni. C\u2019\u00e8, insomma, un magistero della fragilit\u00e0 che va riscoperto e ascoltato. Coloro che si credono forti, diventano facilmente arroganti, litigiosi, sino a prevaricare sugli altri. La fragilit\u00e0 costitutiva dell\u2019essere umano \u00e8 una prospettiva a cui tutti dobbiamo essere sensibilizzati, a partire da coloro che si dedicano alle professioni di cura. Non \u00e8 un caso che Cecily Saunder, che ha dato inizio al movimento delle cure palliative, fosse un\u2019infermiera, e solo in momento successivo, per motivi soprattutto strategici, ha studiato medicina. \u00c8 perci\u00f2 un compito formativo permanente quello di riconoscere le nostre reazioni interiori davanti a persone che soffrono, perch\u00e9 ci aiuta a vincere lo spavento e l\u2019angoscia che ci provocano, e quindi non fuggire, ma a \u201cstare\u201d con loro e a ospitare il loro smarrimento dell\u2019altro e il loro perch\u00e9.<\/p>\n<p>Occorre perci\u00f2 valorizzare stili di vita e di relazione che non fuggano dalla fragilit\u00e0, ma assumano l\u2019evidenza del progressivo declino cui tutti siamo sottoposti e che, come ho detto sopra, la medicina contemporanea rende paradossalmente sempre pi\u00f9 necessari, perch\u00e9 prolunga il tempo di convivenza con la malattia. Una elaborazione di questo genere non pu\u00f2 essere frutto di un impegno individuale, \u00e8 un cammino da condividere: dobbiamo apprendere ad affidarci nelle mani di altri. Vorrei richiamare qui i momenti originari in cui la passivit\u00e0 si manifesta con maggiore evidenza all\u2019inizio della vita, alla nascita, nella relazione tra madre e figlio. Fin dall\u2019epoca della gravidanza, la madre fa esperienza nel proprio corpo di un altro da s\u00e9 che cresce e si espande dentro di lei, con una sua dinamica non disponibile e demarcando progressivamente la sua differenza. \u00c8 la forma pi\u00f9 immediata della cura nei confronti di un ospite sia familiare, sia estraneo. L\u2019ambivalenza ha il suo incanto, ma anche il suo trauma: tanto che pu\u00f2 arrivare ad essere vissuta come un\u2019esperienza drammatica: fino a far percepire la presenza della nuova vita come occupazione di un invasore ostile, che mi stravolge il corpo e la vita. La madre \u00e8 quindi sollecitata ad articolare la propria identit\u00e0 con la differenza di un essere altro da s\u00e9, che deve essere riconosciuto come ospite da accogliere e del quale prendersi cura, appunto. Una dinamica che coinvolge anche le pi\u00f9 fini regolazioni biochimiche, a partire dal sistema immunitario dove risiede l\u2019identificazione biologica dell\u2019organismo, che viene parzialmente disattivato per consentire la crescita del feto. Il legame madre figlio ha quindi un\u2019ampia portata simbolica e ci aiuta a comprendere il limite come luogo di reciproco riconoscimento e affidamento.<\/p>\n<p>L\u2019accoglienza della fragilit\u00e0 \u00e8 il luogo in cui si costruisce il legame fondamentale che accomuna gli esseri umani: ha una valenza che va ben oltre il momento della nascita e che si irradia come universale verit\u00e0 e comunanza di origine, permettendoci di accoglierci come fratelli-sorelle affidati alla cura gli uni degli altri. \u00c8 un cammino che si svolge in tutto l\u2019arco della nostra esistenza e di cui le professioni sanitarie in cui voi siete impegnati\/e sono pratiche di testimonianza qualificata.<\/p>\n<p><em>Curare \u00e8 amare<\/em><\/p>\n<p>La cura non pu\u00f2 esaurirsi nella tecnica e neppure in una pura etica del dovere. La cura richiede l\u2019orizzonte dell\u2019amore, l\u2019unico nel quale si realizza quel coinvolgimento profondo tra chi cura e chi \u00e8 curato. In questo orizzonte i malati diventano quei fratelli e quelle sorelle su cui riversare non solo le proprie capacit\u00e0 di ordine tecnico-scientifico ma anche la passione per la loro guarigione. Troppo spesso il medico, l\u2019infermiere, il sacerdote, i parenti, stanno in piedi di fronte al malato, estranei alla sua debolezza. Alla indispensabile professionalit\u00e0 scientifica si deve aggiungere l\u2019audacia dell&#8217;amore. E\u2019 purtroppo una dimensione che sembra attutirsi nella societ\u00e0 contemporanea. E spesso anche nelle comunit\u00e0 cristiane. Eppure la storia della Chiesa \u00e8 piena di santi taumaturghi. Credo urgente, anche nella Chiesa, il recupero di una spiritualit\u00e0 della guarigione. I miracoli sono possibili. Ma non avvengono nei crinali delle pratiche esoteriche, bens\u00ec solo nel vasto campo dell\u2019amore. Un antico cristiano, Cipriano di Cartagine, assegnava alla santit\u00e0 personale anche un\u2019efficacia taumaturgica: \u201cQuando saremo casti e puri, modesti nelle nostre azioni, frenati nelle nostre parole, potremo guarire anche i malati\u201d. La guarigione \u00e9 sempre un insieme di amore e di cura. Fa pensare il fatto che, malgrado l&#8217;imperante mentali\u00adt\u00e0 razionalista, ci sia un&#8217;enorme domanda di guarigione. Migliaia di persone vanno alla ricerca di pratiche magiche, occulte, miracolistiche! E\u2019 un\u2019affannosa \u2013 e spesso molto dispendiosa &#8211; ricerca di protezione, di sicurezza e di guarigione. Ma non c\u2019\u00e8 in essa una grande domanda d&#8217;amore?<\/p>\n<p>Vorrei terminare queste mie riflessioni con questa testimonianza di Ennio Flaiano, uno scrittore abruzzese, \u201claico\u201d, che aveva una figlia, Luisa, malata di un\u2019encefalopatia epilettoide. Curata amorevolmente dai suoi, Luisa, mor\u00ec nel 1992. Questo scrittore, negli anni Sessanta, aveva pensato ad un film-romanzo di cui \u00e8 rimasto solo un abbozzo. In esso egli immagina il ritorno di Ges\u00f9 sulla terra, infastidito da giornalisti e fotoreporter, ma con lui attento solo ai malati. Scrive, ad un certo punto, Flaiano: \u201cun uomo condusse a Ges\u00f9 la figlia malata e gli disse: io non voglio che tu la guarisca ma che tu la ami. Ges\u00f9 baci\u00f2 quella ragazza e disse: In verit\u00e0, quest\u2019uomo ha chiesto ci\u00f2 che veramente io posso dare. Cos\u00ec detto, spar\u00ec in una gloria di luce, lasciando la folla a commentare i suoi miracoli e i giornalisti a descriverli\u201d.<\/p>\n<p><em>Intervento al convegno della Fondazione Don Gnocchi &#8211; 30 ottobre 2019<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Desidero anzitutto ringraziare la Fondazione don Gnocchi, in particolare il presidente Don Enzo Barbante e tutti voi che siete impegnati a stare accanto alla vita, soprattutto quando le persone malate si trovano in condizione di estrema fragilit\u00e0 e la loro salute \u00e8 gravemente compromessa. \u00c8 un servizio che richiede grande generosit\u00e0 e grande umanit\u00e0, per [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":25434,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[3],"tags":[],"class_list":["post-25433","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-interventi"],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/i0.wp.com\/www.vincenzopaglia.it\/wp-content\/uploads\/2019\/11\/Don_Gnocchi_giovane.jpg?fit=180%2C225&ssl=1","jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_shortlink":"https:\/\/wp.me\/p5mkxU-6Cd","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.vincenzopaglia.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/25433","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.vincenzopaglia.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.vincenzopaglia.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.vincenzopaglia.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.vincenzopaglia.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=25433"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/www.vincenzopaglia.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/25433\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":25435,"href":"https:\/\/www.vincenzopaglia.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/25433\/revisions\/25435"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.vincenzopaglia.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/media\/25434"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.vincenzopaglia.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=25433"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.vincenzopaglia.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=25433"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.vincenzopaglia.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=25433"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}