{"id":25214,"date":"2019-06-18T13:59:19","date_gmt":"2019-06-18T11:59:19","guid":{"rendered":"http:\/\/www.vincenzopaglia.it\/?p=25214"},"modified":"2019-06-18T14:14:14","modified_gmt":"2019-06-18T12:14:14","slug":"le-parole-della-cura-dalla-nascita-al-morire-contro-la-cultura-dello-scarto","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.vincenzopaglia.it\/index.php\/le-parole-della-cura-dalla-nascita-al-morire-contro-la-cultura-dello-scarto.html","title":{"rendered":"Le parole della cura dalla nascita al morire contro la cultura dello scarto"},"content":{"rendered":"<p>Desidero anzitutto ringraziare sua eccellenza l\u2019ambasciatore Pietro Sebastiani sia per l\u2019invito sia per il tema che ci ha proposto. La questione della cura \u00e8 infatti un tema di particolare importanza e interesse, ma per nulla popolare ai nostri giorni. Essa dice un atteggiamento del tutto contrario a quello che sembra oggi pi\u00f9 di moda, che mette al centro il privilegio del proprio interesse a scapito degli altri, che vengono ignorati ed esclusi. La cura riguarda non solo tutto l\u2019arco dell\u2019esistenza, che si estende dalla nascita al passaggio della morte, ma anche va oltre la dimensione della salute o il comparto della sanit\u00e0: essa dice qualcosa di decisivo nella nostra comprensione delle relazioni umane nel loro complesso. Riguarda infatti sia il livello delle relazioni interpersonali, sia quello del loro strutturarsi sul piano sociale.<\/p>\n<p><em>Etimologia del termine \u201ccura\u201d<\/em><\/p>\n<p>Come suggerisce il titolo, possiamo prendere l\u2019avvio della nostra riflessione proprio dalla provenienza della parola stessa (\u201c<em>cura<\/em>\u201d). Essa infatti \u00e8 molto suggestiva ed evoca diverse dimensioni che toccano radicalmente l\u2019esistenza. Anzitutto nella radice del termine troviamo il rinvio a \u201c<em>cor<\/em>\u201d cio\u00e8 al cuore, che alcuni studiosi di etimologia collegano all\u2019espressione \u201c<em>quia cor urat<\/em>\u201d, perch\u00e9 scalda il cuore, ossia lo sollecita e lo coinvolge. La pratica della cura rinvia quindi alla reciprocit\u00e0 di una relazione che implica l\u2019ac<em><u>cor<\/u><\/em>gersi, l\u2019ac<em><u>cor<\/u><\/em>darsi e il ri<em><u>cor<\/u><\/em>darsi. Ed \u00e8 significativo che il luogo principale in cui si svolge la cura sia l\u2019ospedale, cio\u00e8 uno spazio definito dalla pratica dell\u2019ospitalit\u00e0. E gi\u00e0 questa suggestione dell\u2019etimo ci sollecita a considerare quale contraddizione si apra in uno spazio dedicato alle pratiche umane della cura, quando esso si risolve nella mera funzionalit\u00e0 dei dispositivi.<\/p>\n<p>Potremmo anche accennare al fatto che la parola \u201c<em>curato<\/em>\u201d contiene la stessa radice: si tratta di un sacerdote a cui \u00e8 affidata la <em>cura<\/em> spirituale di una popolazione. E d\u2019altra parte da cura non viene curia, che deriva piuttosto da <em>kurios<\/em> \u2013 signore. Meglio quindi essere \u201ccurato\u201d che \u201ccuriale\u201d (nel senso di frequentare le \u201ccurie\u201d) \u2026 Del resto nel vocabolo in esame troviamo anche una risonanza che evoca l\u2019essere ac<em>cor<\/em>ti, cio\u00e8 il procedere in modo avvertito, assennato e competente, cos\u00ec da infondere si<em>cur<\/em>ezza. Dunque, nella cura, non si tratta soltanto di assistenza e di efficienza. La cura chiama in causa intelligenza e sapienza, competenza e sensibilit\u00e0, esperienza morale e qualit\u00e0 spirituale.<\/p>\n<p><em>La deriva tecnologica e i suoi paradossi<\/em><\/p>\n<p>La cura trova la sua forma pi\u00f9 esplicita nelle situazioni in cui la persona si confronta con la malattia, il dolore e la sofferenza. Per far fronte a queste esperienze, la medicina ha progressivamente sviluppato \u2013 a partire dalla \u201cnascita della clinica\u201d<a href=\"#_ftn1\" name=\"_ftnref1\">[1]<\/a> moderna, con il suo sguardo medico e la sua profonda riorganizzazione del sapere \u2013 una separazione tra corpo e persona. Il corpo (umano) veniva cos\u00ec relegato in un campo di conoscenza empirica, divenendo sempre pi\u00f9 tecnologicamente (e politicamente) controllabile. Le scienze, secondo il loro metodo, utilizzano categorie che inquadrano gli organismi viventi in una logica oggettivante che, di fatto, \u00e8 portata a mettere tra parentesi l\u2019esperienza vissuta propria della corporeit\u00e0 umana. Mettere per\u00f2 tra parentesi \u2013 anche solo per motivi metodologici \u2013 tali dimensioni significa considerarle di fatto irrilevanti, sino a farle scomparire dall\u2019orizzonte della conoscenza e delle pratiche della cura. La conseguenza \u00e8 che l\u2019essere vivente viene studiato e trattato al di sotto del suo vissuto reale. E ancora di pi\u00f9, a distanza dal profilo complessivo del suo essere personale e relazionale, il cui senso \u00e8 irriducibile alla funzionalit\u00e0 dei suoi organi e all\u2019efficienza delle sue prestazioni.<\/p>\n<p>Questa deriva funzionalistica della cura, che lo sviluppo tecnico induce a sottovalutare, \u00e8 poi rinforzata da un secondo elemento di natura (almeno inizialmente) pratica. E\u2019 ovvio che non si debbono affatto sottovalutare i risultati positivi che la tecnica ha portato all\u2019umanit\u00e0 potenziando l\u2019agire dell\u2019uomo, riducendo la sua fatica e migliorando il trattamento delle malattie e pi\u00f9 in generale il suo benessere. Ma la ragione strumentale e calcolante che sta alla base della tecnica \u2013 proprio a motivo dei successi ottenuti e dell\u2019alleanza stabilitasi con i poteri economici -, si sta imponendo come paradigma tendenzialmente esclusivo, a scapito di altre dimensioni o forme della ragione in cui l\u2019umano si conosce e si riconosce, si pensa e si cerca. Insomma, rischia di imporsi una sorta di dittatura della tecnica strumentale, che vive la sensibilit\u00e0 umana come un ingombro. La Tecnica assume cos\u00ec una vera e propria funzione di indirizzo e di selezione delle pratiche della cura, di condizionamento delle scelte e dei fini umani che orientano la prassi e plasmano la mente. Diviene una potenza assoluta: fino a coltivare la malcelata ambizione di far divenire l\u2019essere umano il prodotto totale dei dispositivi tecnologici. L\u2019umano, reso totalmente disponibile a essere un prodotto dell\u2019uomo, viene determinato dalla volont\u00e0 tecnica: ossia supporto organico per prestazioni calcolabili. Corpo e vita umana rischiano di essere sottomessi e inghiottiti dalla logica dei dispositivi e del mercato: la vita, la sua lunghezza, la sua qualit\u00e0 tendono a trasformarsi in merce, all\u2019interno di una forma di scambio economico. Le qualit\u00e0 dell\u2019umano che non sono funzionali a questa trasformazione verranno scartate e \u2013 infine \u2013 soppresse.<\/p>\n<p>Il percorso seguito dalla medicina odierna conduce cos\u00ec a degli \u00a0autentici paradossi, che evidenziano una eterogenesi dei fini dei quali si onora fin dalla sua nascita. La capacit\u00e0 della biomedicina di trattare le malattie acute comporta spesso la produzione di situazioni patologiche croniche. Alcune sono decisamente sconcertanti. Per es. quelle che vengono definiti \u201cstati vegetativi\u201d (che in realt\u00e0 non sono n\u00e9 \u201cstati\u201d, perch\u00e9 sono molto dinamici e oscillanti, n\u00e9 \u201cvegetativi\u201d, perch\u00e9 gli umani non sono mai equiparabili alla condizione vegetale). Ci sono per altro situazioni patologiche che presentano evidenze meno clamorose e al limite, le quali non sono meno pervasive per il modo in cui incidono pervasivamente sulla qualit\u00e0 della vita e sulla esperienza del senso. Si pensi all\u2019AIDS, che negli anni \u201980 lasciava pochi anni di vita a chi ne era colpito, mentre oggi l\u2019infezione pu\u00f2 controllarsi fino a giungere a morire per altre cause. Sempre pi\u00f9 quindi ci troveremo in condizioni di co-morbilit\u00e0, avvalendoci di protesi e di materiali bionici che suppliscono a funzioni biologiche che i nostri organi non sono pi\u00f9 in grado di svolgere. Allungare la vita significa allungare il tempo di convivenza con le malattie.\u00a0 E pertanto, rendere pi\u00f9 seria e importante la ricerca dei presidi che devono integrare l\u2019esperienza esistenziale e sociale di pratiche della cura all\u2019altezza della dignit\u00e0 e degli affetti della persona umana.<\/p>\n<p>Un secondo paradosso lo possiamo riconoscere nell\u2019occultamento della domanda di senso che la sofferenza, la malattia e la morte incessantemente pongono. Gli interrogativi che esse sollevano vengono spostati dal terreno dei significati e dei valori a quello delle soluzioni tecniche, riducendoli a problemi di funzionalit\u00e0 psichica e di efficienza organica. L\u2019essere umano rischia di diventare egli stesso ostaggio della tecnica che, con lo scopo di superare i limiti di autonomia e di aumentare le abilit\u00e0 di prestazione, prende il sopravvento sulla capacit\u00e0 di sostenere l\u2019interiorit\u00e0 e di arricchire le relazioni. Ossia, i luoghi in cui propriamente sono custoditi la dignit\u00e0 e il senso del proprio essere soggetti di un mondo accogliente e di affetti riconoscibili. Da questo riduzionismo scaturisce un incomprimibile disagio spirituale, che non trova soddisfazione in risposte surrogate. Come diceva gi\u00e0 Pascal: \u201cGli uomini, non avendo potuto guarire la morte, la miseria, l\u2019ignoranza, hanno creduto meglio, per essere felici, di non pensarci\u201d (Pensieri, 168,B). Ma ignorare gli interrogativi che la strutturale fragilit\u00e0 umana solleva non equivale a eliminarla. Essi risorgono appena si incontrano persone in situazione di grave sofferenza o si \u00e8 direttamente colpiti dalla malattia e dall\u2019angoscia che essa provoca.<\/p>\n<p>Riconoscendo questi paradossi ci si pu\u00f2 legittimamente domandare se essi non siano effetto dell\u2019in<em><u>cur<\/u><\/em>ia e della tras<em><u>cur<\/u><\/em>atezza, cio\u00e8 di un atteggiamento che ha progressivamente dimenticato ed occultato dimensioni determinanti della cura.<\/p>\n<p><em>Dall\u2019incuria alla cura: assumere responsabilmente la vulnerabilit\u00e0 <\/em><\/p>\n<p>Diventa quindi possibile chiarire che la guarigione, si pu\u00f2 sempre sperare, ma non pu\u00f2 essere sempre garantita. Quel che si deve assicurare \u00e8 l\u2019impegno ad accompagnare in modo fedele e attento senza mai abbandonare nessuno all\u2019esperienza di uno svuotamento che \u00e8 costretto a viversi come un non essere-pi\u00f9-niente. \u00c8 quanto gli antichi esprimevano con l\u2019adagio: <em>medicus curat, natura sanat<\/em>, (<em>Deus salvat<\/em>). Il successo della guarigione non \u00e8 nella disponibilit\u00e0 dell\u2019onnipotenza del medico. La prossimit\u00e0 della cura \u00e8 sempre una disponibilit\u00e0 dell\u2019umano. L\u2019impegno di chi si rende disponibile a rispondere alla domanda di salute che la persona malata gli rivolge compone il duplice movimento dei suoi sforzi: \u00e8 proprio in esso che rimaniamo umani e facciamo rimanere umani. La malattia \u00e8 un male (<em>fisicum<\/em>), certo: e come tale va riconosciuto e combattuto. Ma la vulnerabilit\u00e0 della nostra condizione mortale costitutiva dell\u2019essere umano. Noi rimaniamo vulnerabili anche in questa epoca in cui la tecnologia e la medicina hanno fatto enormi passi avanti. \u00c8 una prospettiva su cui anche chi si dedica alle professioni di cura va sensibilizzato: \u00e8 un importante compito formativo, a cui gli infermieri sono spesso pi\u00f9 preparati dei medici. Il diffondersi delle <em>medical humanities<\/em> nelle facolt\u00e0 di medicina \u00e8 da salutarsi con favore da questo punto di vista: riflettere sulle diverse dimensioni e sui diversi modelli che interpretano la malattia, riconoscere le proprie reazioni interiori davanti a persone che soffrono, aiuta a non spaventarsi e a non fuggire, ma a ospitare lo smarrimento dell\u2019altro e il suo perch\u00e9.<\/p>\n<p>Occorre quindi valorizzare stili di vita e di relazione che non fuggono dalla fragilit\u00e0, ma assumono l\u2019evidenza del progressivo declino cui siamo sottoposti e che, come abbiamo detto sopra, la medicina contemporanea paradossalmente enfatizza, aumentando il tempo di convivenza con la malattia debilitante. L\u2019elaborazione dei modi umani della nostra prossimit\u00e0 responsabile \u2013 inclusiva di tutti i presidi terapeutici a disposizione \u2013 non pu\u00f2 essere frutto di un impegno individuale, ma \u00e8 un cammino condiviso: chiede una cultura di armonizzazione del profilo scientifico e umanistico della cura di alto profilo etico e di solida cooperazione della stessa societ\u00e0. Tutto ci\u00f2 comporta la necessit\u00e0 apprendere in modo nuovo anche la dimensione passiva dell\u2019esistenza, che implica l\u2019affidamento a mani d\u2019altri, nella speranza di trovare mani affidabili e grandezza d\u2019animo, che ci sottraggano all\u2019esperienza dell\u2019abbandono totale. Del resto la passivit\u00e0 che ci introduce alla dignit\u00e0 dell\u2019amore dato e ricevuto, mostra la sua essenza umanizzante proprio con l\u2019inizio della vita, nella relazione tra madre e figlio. Fin dall\u2019epoca della gravidanza, la madre fa esperienza nel proprio corpo di un altro da s\u00e9 che cresce e si espande, con una sua dinamica non disponibile, che marca progressivamente la sua differenza proprio attraverso la dedizione che la fa crescere, quando ancora non ha forze per affermare la propria autonomia e imporre il proprio riconoscimento. \u00c8 la forma pi\u00f9 immediata della cura nei confronti di un ospite che \u00e8 intimamente familiare e al tempo stesso irrimediabilmente altro. La madre \u00e8 sollecitata ad articolare la propria identit\u00e0 con l\u2019irruzione di una alterit\u00e0 inedita: che il suo stesso organismo impara a riconoscere, non come un intruso da combattere, ma come altro da accogliere. Una dinamica che coinvolge anche le pi\u00f9 fini regolazioni biochimiche, a partire dal sistema immunitario dove risiede l\u2019identificazione biologica dell\u2019organismo, che viene parzialmente disattivato per consentire la crescita del feto.<\/p>\n<p>Il legame iniziale della madre e del figlio ha \u2013 nella dimensione biologia come in quella spirituale, indisgiungibilmente \u2013 una potenza simbolica radicalmente illuminante a riguardo della cura che fa essere l\u2019umano e lo custodisce come umano. Tutti lo riconoscono. Il limite, qui, \u00e8 luogo di reciproco riconoscimento e affidamento, che esalta la dignit\u00e0 e la bellezza della cura fin dalla soglia del nostro essere al mondo. E promette che sar\u00e0 cos\u00ec fino alla soglia del nostro congedo, per quanto esso ci renda, di nuovo, vulnerabili e affidati gli uni agli altri. Nell\u2019 accoglienza della fragilit\u00e0, anche estrema, evocata dall\u2019atto originario della cura, si costruisce il legame fondamentale che accomuna gli esseri umani: la nostra origine e la nostra destinazione sono sempre affidate alla cura della vita. E dunque, a un atto d\u2019amore che resiste alla fragilit\u00e0 della nostra condizione mortale: senza abbandonarci ad essa. L\u2019umano condiviso, nella radic<em><strong>Seminario di studio \u00abLe parole della cura\u00bb, sede dell\u2019Ambasciata italiana presso la Santa Sede,<\/strong>\u00a018 giugno 2019.<\/em>e che ci rende fratelli e sorelle in virt\u00f9 della cura che ci custodisce dall\u2019inizio alla fine, \u00e8 proprio questo. Per meno, ogni pretesa e ogni promessa di rimanere umani, \u00e8 violata irrimediabilmente.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref1\" name=\"_ftn1\">[1]<\/a> Foucault M., La naissance de la clinique. Une arch\u00e9ologie du regard m\u00e9dical, Paris 1963.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Desidero anzitutto ringraziare sua eccellenza l\u2019ambasciatore Pietro Sebastiani sia per l\u2019invito sia per il tema che ci ha proposto. La questione della cura \u00e8 infatti un tema di particolare importanza e interesse, ma per nulla popolare ai nostri giorni. 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