{"id":24522,"date":"2018-11-22T01:23:10","date_gmt":"2018-11-22T00:23:10","guid":{"rendered":"http:\/\/www.vincenzopaglia.it\/?p=24522"},"modified":"2018-11-22T02:02:09","modified_gmt":"2018-11-22T01:02:09","slug":"la-dignita-del-vivere-e-del-morire-dove-inizia-e-dove-finisce","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.vincenzopaglia.it\/index.php\/la-dignita-del-vivere-e-del-morire-dove-inizia-e-dove-finisce.html","title":{"rendered":"La dignit\u00e0 del vivere e del morire: dove inizia e dove finisce"},"content":{"rendered":"<p>Il tema \u00e8 gi\u00e0 da s\u00e9 particolarmente delicato, visto che sia la vita che la morte, hanno un\u2019eccedenza indecifrabile, vanno ben oltre la dimensione organica. E\u00a0 credo che non sia solo un caso che anche sui criteri biomedici, come del resto sul piano giuridico, non \u00e8 scontato n\u00e9 immediato giungere a un accordo universalmente condiviso su cosa sia la morte ed anche la vita. Se collochiamo il nostro tema all\u2019interno dell\u2019evoluzione della medicina ci rendiamo conto che alcuni cambiamenti importanti si sono realizzati nel modo di far fronte al morire, come l\u2019efficacia crescente che la medicina ha acquisito con lo sviluppo della ricerca scientifica e tecnologica, e gli equilibri della relazione medico-paziente. In questa mia relazione vorrei offrire alcune riflessioni relative alla dimensione medica e a quella relazionale per cogliere il senso della dignit\u00e0 di ogni persona umana nel corso della sua intera esistenza.<\/p>\n<p><em>Crescente potere scientifico-tecnologico della medicina <\/em><\/p>\n<p>Parto da una prima considerazione che riguarda il progresso della medicina che dispone di strumenti cos\u00ec incisivi ed efficaci da poter sconfiggere molte malattie e migliorare significativamente lo stato di salute. Questo sviluppo ha reso la guarigione il suo scopo principale, se non esclusivo. Ed \u00e8 facile in tal modo che si corra il rischio di affidare la vita e la morte alla \u201ctecnica\u201d, divenuta la nuova religione della salvezza. In realt\u00e0 deve essere non solo conservata ma ancor pi\u00f9 sottolineata quella che chiamiamo la cultura della \u201ccura\u201d, o meglio del \u201cprendersi cura\u201d del malato. E\u2019 una scelta decisiva per una convivenza che sia davvero umana. E\u2019 un\u2019esigenza intrinseca alla nostra stessa umanit\u00e0 e perci\u00f2 anche della medicina. Papa Francesco, in un suo messaggio alla Pontificia Accademia per la Vita, a proposito del nostro tema, ha scritto: \u201cil compito (della medicina) \u00e8 di curare sempre, anche se non sempre si pu\u00f2 guarire. Certamente l\u2019impresa medica si basa sull\u2019impegno instancabile di acquisire nuove conoscenze e di sconfiggere un numero sempre maggiore di malattie. Ma le cure palliative introducono all\u2019interno della pratica clinica la consapevolezza che il limite richiede non solo di essere combattuto e spostato, ma anche riconosciuto e accettato. E questo significa non abbandonare le persone malate, ma anzi stare loro vicino e accompagnarle nella difficile prova che si fa presente alla conclusione della vita. Quando tutte le risorse del \u201cfare\u201d sembrano esaurite, proprio allora emerge l\u2019aspetto pi\u00f9 importante nelle relazioni umane che \u00e8 quello dell\u2019\u201cessere\u201d: essere presenti, essere vicini, essere accoglienti. Questo comporta anche di condividere l\u2019impotenza di chi giunge al punto estremo della vita. Diventando solidali nel momento in cui l\u2019azione non riesce pi\u00f9 a incidere nel corso degli eventi, il limite pu\u00f2 cambiare di segno: non pi\u00f9 luogo di separazione e di solitudine, ma occasione di incontro e di comunione\u201d.<\/p>\n<p>In molti paesi, l\u2019eutanasia, purtroppo, viene presentata come una scelta di civilt\u00e0, perch\u00e9 risponderebbe alla domanda di una morte degna. In realt\u00e0, la logica degli apparati incoraggia un\u2019insidiosa perversione dei significati. La richiesta di legittimazione dell\u2019eutanasia, infatti, toglie giustificazione alla cura di un malato inguaribile, per aprire la strada alla liquidazione di una vita disprezzabile. In realt\u00e0, la consegna ad una morte tecnicamente agevolata appare come un atto di compassione che assolve le vittime dalla colpa di essere irrimediabilmente malati e disabili. L\u2019accompagnamento di una vita umanamente difficile si profila come una colpa, che impone alla comunit\u00e0 i costi di affetti e legami scientificamente futili. La legalizzazione dell\u2019eutanasia, che sta guadagnando sempre pi\u00f9 terreno nell\u2019opinione pubblica, \u00e8 l\u2019effetto di una soggezione tecnica ed economica all\u2019idea della selezione eugenetica della vita degna di cura. La cura, insomma, deve essere in certo modo \u201cmeritata\u201d, da condizioni biologiche efficienti e da stili di vita adeguati. Diversamente, la vita diventa \u201cindegna\u201d di essere vissuta: e quindi, la decisione politica di legittimare la sua consegna alla morte (perch\u00e9 si discute di \u201cdiritto\u201d, appunto), appare giustificata. Ed esonerata da ogni responsabilit\u00e0, morale e civile.<\/p>\n<p>Cito ancora Papa Francesco: \u201cCogliere nella propria esperienza come la vita umana sia ricevuta dagli altri che ci hanno messo al mondo e si sia sviluppata grazie alla loro cura, conduce a comprendere pi\u00f9 profondamente il senso della dimensione passiva che la caratterizza. Appare allora ragionevole gettare un ponte tra quella cura che si \u00e8 ricevuta fin dall\u2019inizio della vita e che le ha consentito di dispiegarsi in tutto l\u2019arco del suo svolgersi, e la cura da prestare responsabilmente agli altri, nel susseguirsi delle generazioni fino ad abbracciare l\u2019intera famiglia umana. Per questa via pu\u00f2 accendersi la scintilla che collega l\u2019esperienza dell\u2019amorevole condivisione della vita umana, fino al suo misterioso congedo, con l\u2019annuncio evangelico che vede tutti come figli dello stesso Padre e riconosce in ciascuno la Sua immagine inviolabile. Il mistero santo di questo legame sta a presidio di una dignit\u00e0 che non cessa di vivere: neppure con la perdita della salute, del ruolo sociale e del controllo sul proprio corpo. Ecco allora che le cure palliative mostrano il loro valore non solo per la pratica medica \u2013 perch\u00e9 anche quando agisce con efficacia realizzando guarigioni talvolta spettacolari, non si dimentichi di questo atteggiamento di fondo che sta alla radice di ogni relazione di cura \u2013, ma anche pi\u00f9 in generale per l\u2019intera convivenza umana\u201d.<\/p>\n<p><em>Crisi dell\u2019umanesimo ed eutanasia <\/em><\/p>\n<p>Lo scardinamento della cultura umanistica, che metteva al centro la relazionalit\u00e0 inseparabilmente biologica e affettiva dell\u2019essere umano, ha indebolito i legami della generazione e l\u2019alleanza delle generazioni. Questi legami rendono umana la storia, del singolo e della comunit\u00e0, proprio perch\u00e9 rendono indissolubile l\u2019amore e la cura della vita, dal concepimento di un nuovo figlio al congedo della persona cara, nella buona e nella cattiva sorte. L\u2019onore della parola data e la dignit\u00e0 della vita umana ricevuta sono inviolabili: la promessa \u00e8 che noi non faremo mai il lavoro sporco della morte. La sottrazione dell\u2019individuo a questa custodia, con il pretesto di restituirlo alla sua libert\u00e0, mostra la forte tendenza a sciogliere la comunit\u00e0 \u2013 e alla fine anche i singoli \u2013 dalla promessa: la libert\u00e0 di eutanasia diventa il cavallo di battaglia di un progresso dei \u201cdiritti\u201d della libert\u00e0 che dispone di s\u00e9, un atteggiamento politicamente corretto quasi \u201cdi moda\u201d.<\/p>\n<p>Come non vedere la contraddizione di una societ\u00e0 che da una parte allunga <em>tecnicamente<\/em> la vita e dall\u2019altra ne favorisce <em>politicamente<\/em> la soppressione? Non sarebbe pi\u00f9 saggio ripensare seriamente il modo con cui sostenere l\u2019accompagnamento delle persone nelle condizioni estreme e nel momento finale della vita? E\u2019 singolare il silenzio assordante sul diritto ad essere curati e accompagnati. Nessuno reclama una legislazione in tal senso. Il timore \u2013 realistico, purtroppo \u2013 di essere abbandonati a noi stessi, come un peso insostenibile per la comunit\u00e0, non prepara il terreno all\u2019orribile senso di colpa che deve contagiare rapidamente tutti gli anziani, tutti i disabili, tutti i genitori di figli feriti? La propaganda per il <em>diritto<\/em> alla morte \u2013 un\u2019espressione che in realt\u00e0 occulta al <em>dovere<\/em> di morire \u2013 non prepara forse la strada all\u2019assoluzione dell\u2019atto di dare la morte ad una vita (ossia a una persona) giudicata indegna della vita che ha condiviso e condivide con noi?<\/p>\n<p><em>Il mistero della morte<\/em><\/p>\n<p>Fa pensare, inoltre, che la richiesta di eutanasia si affermi in una societ\u00e0 che fa del tutto per esorcizzare la morte, per allontanarla dal proprio orizzonte. In effetti, la morte \u00e8 la sconfitta pi\u00f9 radicale e amara di quella \u201chybris\u201d che spinge l\u2019uomo ad una sorta di onnipotenza delirante sulla propria vita (e inevitabilmente, a partire di qui, su quella altrui). A partire dalla seconda met\u00e0 del Novecento le societ\u00e0 occidentali sono state travolte da una nevrosi di \u201crimozione\u201d della morte dalla vita pubblica, consumando una delle principali fratture rispetto al passato: ossia la fine della morte a casa. Oggi, si muore negli ospedali o nelle cliniche. E si muore da soli: la rimozione della morte, in realt\u00e0, rimuove noi. E\u2019 un bel paradosso: gli ospedali, invenzione umana della guarigione e della cura pi\u00f9 efficace, sono divenuti anche i luoghi dove ormai si consuma tecnicamente la consegna anaffettiva alla soluzione terminale della vita. Quando essa arriva, l\u2019apparato la sequestra: tutto, attorno al defunto, deve continuare come prima, i ritmi non si fermano. In questo orizzonte di disbrigo efficiente del congedo, si consuma per lo pi\u00f9 un alleggerimento affettivo dell\u2019abbandono. In questo fantasma avvolgente della vita affettivamente deprivata si colloca la domanda di una morte tecnicamente accelerata. Di qui, possiamo anche comprendere la fatica di una riconversione della mente e delle pratiche che ci restituisca alla sensibilit\u00e0 per l\u2019amore della creatura mortale che noi tutti siamo. Didier Sicard, presidente del Comitato Nazionale di Etica della Francia, con saggezza affermava che \u201cil progresso di una societ\u00e0 di oggi, come ce lo ha insegnato il XX secolo, si misura dalla sua capacit\u00e0 di sviluppare la solidariet\u00e0, di proteggere e accompagnare i pi\u00f9 deboli, e non di facilitarne la scomparsa\u201d.<\/p>\n<p>Il cristianesimo non predica l&#8217;amore della morte, n\u00e9 l\u2019indifferenza al morire. Incoraggia per\u00f2 a circondarla da ogni lato con l\u2019amore, per impedirle di trionfare sulla speranza della vita, per impedirle di nuocere. Il lato nichilistico della morte trionfa, invece, quando induce disperazione nei confronti dell&#8217;amore cos\u00ec da farlo apparire uno sforzo vano e senza senso. E trionfa altres\u00ec quando diventa l\u2019estremo gesto della prevaricazione, che afferma se stesso a costo della vita dell\u2019altro. In tal caso, la morte ci persuade a venderle persino l&#8217;anima. Invece di rifiutarle il potere di svuotare l&#8217;amore versato nella vita, le accordiamo il presunto potere di ridurre l&#8217;amore della vita a niente. E cos\u00ec il suo nichilismo vince la partita: soprattutto perch\u00e9, da quel momento, incomincia a svuotare la vita della passione e della tenacia che gli umani sono in realt\u00e0 disposti a concederle, anche in condizioni estreme, se soltanto la libert\u00e0 della loro dedizione fosse onorata come virt\u00f9 suprema e non come debolezza sentimentale.<\/p>\n<p>La visione cristiana della morte, sfidando il paradosso, ci incoraggia a tenere insieme i due poli della tensione. Da un lato, la fede cristiana insegna che la morte \u00e8 realmente un\u2019esperienza ostile, che avvilisce la vita consegnata da Dio alla creatura umana. Dall\u2019altro, per\u00f2, invita a riconoscere la morte come il segno pi\u00f9 evidente della vulnerabilit\u00e0 della vita che tuttavia chiede un compimento. Per questo non va rimossa \u2013 sarebbe comunque impossibile -, ma incontrata, sino a chiamarla \u201csorella\u201d, come fece Francesco d\u2019Assisi quando, poco prima di morire, era l\u2019autunno del 1226, disse: \u201cSorella morte, sii benvenuta!\u201d. Certo, una \u201csorella\u201d strana, eppure sorella: la morte l\u2019avvicinava a Cristo sulla croce e a tutte le creature, deboli, e proprio nella loro debolezza amate da Dio.<\/p>\n<p>Nella sua tragicit\u00e0, la morte aiuta l\u2019uomo \u2013 lo costringe \u2013 a confrontarsi con la fragilit\u00e0 umana, una consapevolezza che possiamo rimandare, mai annullare. Alla luce della morte, le nostre arroganze \u2013 nei molteplici modi con cui le manifestiamo \u2013 appaiono del tutto ridicole. Ed \u00e8 l\u2019umilt\u00e0 ad essere sollecitata dalla consapevolezza della debolezza umana. La morte tuttavia non \u00e8 l\u2019ultima parola, afferma la fede cristiana. Quella \u201cpolvere\u201d (debolezza) che noi siamo, non \u00e8 abbandonata. Al contrario, \u00e8 amata da Dio. A tal punto amata da spingere Dio stesso a divenire anche lui \u201cpolvere\u201d e condurci verso la pienezza della comunione con Lui. In tal senso ci libera dal cadere nel nulla. L\u2019amore di Dio \u2013 Signore dei vivi e dei morti \u2013 \u00e8 pi\u00f9 forte della morte. E\u2019 quell\u2019\u201cistinto del cuore&#8221; (cos\u00ec lo chiama il Catechismo cattolico) che spinge a ritenere il passaggio sulla terra non all&#8217;altezza della vita dello spirito che ci illumina: la morte rimane in attesa di riscatto e la vita di un compimento.<\/p>\n<p>L\u2019uomo vive una tensione interiore profonda: da una parte sente la sua caducit\u00e0 e dall\u2019altra una incoercibile esigenza di durata. L\u2019uomo \u00e8 incompiuto. E muore incompiuto. Il nostro passaggio nel mondo ha tutto l&#8217;aspetto di una iniziazione: al termine dei nostri giorni, il meglio di ci\u00f2 che \u00e8 venuto alla luce \u00e8 ancora tutto da vivere, ci fa dire la fede. Potremmo dire: il bello deve ancora venire! Certo, il disorientamento di fronte alla morte ci accomuna tutti e profondamente. Se tutti, credenti e laici, potessimo concentrarci seriamente sul legame che ci accomuna nella sfida del senso della vita e del contro-senso della morte, l\u2019intera nostra civilt\u00e0 sarebbe diversa. La nostre angosce profonde e le semplificazioni con le quali cerchiamo di risolverle, creerebbero fra di noi ben altre complicit\u00e0.<\/p>\n<p><em>Dal diritto di morire al dovere di morire <\/em><\/p>\n<p>Purtroppo, in una societ\u00e0 dove l\u2019autosufficienza \u00e8 un imperativo indiscusso, \u00e8 facile per chi resta dipendente sentirsi depresso e persino non all\u2019altezza di vivere. Tale condizione spinge ad interiorizzare l\u2019esclusione sino a giustificarla. In questo orizzonte, il passaggio dal \u201cdiritto\u201d di morire al \u201cdovere\u201d di morire diviene pi\u00f9 breve di quel che talora si crede. Hans Jonas, stupito, afferma: \u201c\u00e8 singolare che oggi si debba parlare di un diritto di <em>morire<\/em>, quando da sempre ogni discorso sui diritti si \u00e8 riferito a quello che \u00e8 il pi\u00f9 fondamentale di tutti: il diritto di vivere\u201d, che nella dichiarazione d\u2019indipendenza americana \u00e8 considerato tra i \u201cdiritti inalienabili\u201d. Purtroppo, l\u2019ingresso della tecnica nella gestione della morte pone nuovi e seri interrogativi, anche se si fa largo sempre pi\u00f9 nella sensibilit\u00e0 generale la legittimazione del suicidio, rivendicato come diritto-dovere a togliersi la vita, ritenendolo una conquista.<\/p>\n<p>Il numero crescente dei suicidi e di coloro che chiedono il suicidio assistito e l\u2019eutanasia non provoca angoscia alcuna. Ma ogni volta che qualcuno si toglie la vita, \u00e8 un dramma per lui e un\u2019amara sconfitta per tutti. Sfuggire alla domanda drammatica che sale dal gesto disperato di chi preferisce lasciare la vita piuttosto che restare con noi, \u00e8 segno di una colpevole rassegnazione e di una crudele superficialit\u00e0. Ci sono persone (familiari, amici, conoscenti\u2026) che sono segnate da abissi di dolore e di disperazione. E, poich\u00e9 non si sentono n\u00e9 capite, n\u00e9 aiutate, n\u00e9 accompagnate, preferiscono darsi la morte che per loro \u00e8 pi\u00f9 leggera della sofferenza. Ovviamente quando un amico, un familiare si toglie la vita, c\u2019\u00e8 un immenso dolore. E per chi resta, soprattutto se familiare, si apre un faticoso viaggio interiore ove non \u00e8 facile trovare risposte e consolazioni. Fanno pensare queste parole di Luciana Castellina che, seppure favorevole ad una legge sulla eutanasia, non riesce a perdonare il gesto del suo compagno che si \u00e8 dato la morte: \u201cIo ancora non riesco a perdonarlo. Provo una grandissima rabbia. Questo non significa che non gli riconosca il diritto di decidere della sua vita, per questo mi batto per la legge. Ma mi sento offesa. Il suo \u00e8 stato un gesto autoreferenziale. Vuol dire che i legami di amicizia non servono a fermarti. E che il tuo dolore conta pi\u00f9 del dolore che procuri\u201d. Sono parole piene di umanit\u00e0. E, a mio avviso, un punto di partenza per quell\u2019umanesimo che auspichiamo. Il suicidio \u00e8 sempre un\u2019amara sconfitta per tutti. Non lo chiamerei un esercizio di libert\u00e0. E\u2019 anzitutto un dramma. O meglio, una drammatica richiesta di amore rimasta inevasa. Scegliere di togliersi la vita, \u00e8 l\u2019opposto della libert\u00e0: si soccombe al peso di un\u2019angoscia insopportabile.<\/p>\n<p><em>Morire con dignit\u00e0, non anticipare la morte<\/em><\/p>\n<p>Certo, si deve affermare il diritto a \u201cmorire con dignit\u00e0\u201d, come anche quello di \u201cvivere con dignit\u00e0\u201d. Il diritto ad una morte dignitosa non pu\u00f2 designare il diritto ad avere somministrata l\u2019eutanasia da altri: una cosa \u00e8 aiutare un paziente a morire (facendogli compagnia nella sua angoscia, dando sollievo al suo dolore, portandogli conforto), altra cosa \u00e8 farlo morire. Ovviamente, la questione sorge sul senso che si d\u00e0 alla parola \u201cdignit\u00e0\u201d. Mi permetto di riportare un\u2019affermazione di un filosofo laico francese, Luc Ferry: \u201cl\u2019idea stessa che un essere umano possa \u2018perdere la sua dignit\u00e0\u2019 perch\u00e9 \u00e8 divenuto debole, malato, vecchio e per questo in una situazione di dipendenza \u00e8 un\u2019idea intollerabile sul piano etico, e si pone accanto alle funeste teorie degli anni Trenta\u201d.<\/p>\n<p>\u201cMorire con dignit\u00e0\u201d non vuol dire \u201canticipare la morte\u201d, magari per non \u201cvedere la degradazione del proprio corpo\u201d. Il tema della dignit\u00e0 della persona umana si iscrive in tutto l\u2019arco della sua esistenza, dall\u2019inizio alla fine e in tutte le condizioni nelle quali la persona si trova a vivere. Un linguaggio equivoco diviene una trappola drammatica. Claudio Magris, \u00a0noto intellettuale italiano, avverte: \u201cProposta in nome della piet\u00e0 e della dignit\u00e0 umana, l\u2019eutanasia pu\u00f2 divenire facilmente un\u2019obbrobriosa anche se inconscia igiene sociale; l\u2019arbitrio di chi, in nome della qualit\u00e0 della vita, afferma che al di sotto di una certa qualit\u00e0 la vita non \u00e8 degna di essere vissuta e si conferisce il diritto di stabilire quale sia il livello che autorizza a eliminare chi non lo possiede. Indubbiamente, per molti dei milioni di bambini spaventosamente denutriti che ci sono al mondo \u2013 e spesso lesi, nella loro scandalosa condizione, pure nel pensiero e nell\u2019affettivit\u00e0 \u2013 la morte sarebbe una sventura minore della vita infame che li attende, ma \u00e8 dubbio che ci\u00f2 autorizzi la loro eliminazione\u201d.<\/p>\n<p>Non si deve inoltre dimenticare che la domanda di eutanasia o suicidio assistito \u00e8 nella quasi totalit\u00e0 dei casi figlia dell\u2019abbandono terapeutico (e sociale) del malato. Una volta che si sia messa in atto una valida presa in carico multidisciplinare del paziente e coinvolta positivamente la famiglia nel processo di cura \u00e8 rarissimo trovarsi di fronte ad una richiesta di morte. Un noto neurochirurgo italiano, Giulio Maira, che per tanti anni ha lavorato in questo ospedale, alla mia domanda se avesse avuto pazienti che gli hanno chiesto l\u2019eutanasia, mi ha risposto: \u201cI pazienti, mai. I famigliari varie volte\u201d. E\u2019 un\u2019affermazione che fa riflettere. Come deve far riflettere l\u2019inclinazione di tanti per una legge che ammetta l\u2019eutanasia. Purtroppo, prevale spesso la polarizzazione ideologica che incatena il tema in una prospettiva legalistica, come se la vita e il suo mistero possano essere racchiusi in norme giuridiche. Forse una legge \u00e8 necessaria, ma non sulla eutanasia. Come non vedere l\u2019azzardo di affidare ad una norma giuridica la soluzione delle grandi domande sulla vita e sulla morte? E comunque non sar\u00e0 certo una disposizione legislativa che chiarisce o determina il senso del passaggio finale dell\u2019esistenza umana. Solo una riflessione ampia, profonda &#8211; anche accesa &#8211; pu\u00f2 avviare una responsabile ricerca che comprenda anche il piano legislativo. Certo si pu\u00f2 legiferare sulle questioni relative al fine vita, ma per favorire quella alleanza terapeutica che vede il malato, il medico e i famigliari riuniti per giungere ad una decisone condivisa.<\/p>\n<p>Affidare ad una norma legislativa generale la decisone su situazioni diversissime le une dalla altre appare una chiara fuga dalla responsabilit\u00e0 della societ\u00e0 di aiutare e salvare i suoi figli. La norma rende ancor pi\u00f9 semplice il \u201clavarsi le mani\u201d di fronte alla responsabilit\u00e0 sorgiva della cura della persona, della cura particolare e unica che ogni persona richiede. Se si attenua la responsabilit\u00e0 \u00e8 pi\u00f9 facile seguire l\u2019antica via di Ponzio Pilato, appunto, \u201clavarsene le mani\u201d. E\u2019 un modo di abbandonare nell\u2019indifferenza e nella crudelt\u00e0 chi ha bisogno di sostegno e di aiuto. L\u2019imbarbarimento della societ\u00e0 a cui porta una legislazione eutanasica \u00e8 sottile ma inevitabile. L\u2019uomo malato che sta morendo ha bisogno della vicinanza dell\u2019uomo in salute per sentirsi che \u00e8 parte dei viventi. Chi \u00e8 solo, soprattutto nel momento drammatico del dolore, facilmente chiede di essere affrancato in fretta dalla vita da cui si sente, appunto, gi\u00e0 escluso. Bernanos avverte: \u201cNon sottraete un infelice al suicidio dandogli dimostrazione che il suicidio \u00e8 un atto antisociale, perch\u00e9 il poveretto sta proprio pensando di disertare con la morte una societ\u00e0 che lo disgusta\u201d. Non \u00e8 doveroso far ritrovare a chi sta morendo la sua posizione di onore nel seno della famiglia e della societ\u00e0? Mi hanno fatto riflettere queste parole di una signora novantenne che spiegava cosa fosse per lei morire dignitosamente: \u201cVorrei una morte tranquilla, nel mio letto, non all\u2019ospedale. Vorrei che ci sia qualcuno attorno a me e che mi dica parola d\u2019amore, che mi dia la forza di morire, che mi carezzi con gesti dolci e leggeri, che mi lasci scivolare nella morte senza forzarmi a mangiare, se non ne ho pi\u00f9 voglia. Voglio sentire la vita attorno a me, i bambini che corrono, la gente che parla, e se io soffro, che qualcuno mi dia ci\u00f2 che mi aiuti a non soffrire. Questo \u00e8 per me morire con dignit\u00e0\u201d.<\/p>\n<p><em>Prendersi cura, non essere complici della morte <\/em><\/p>\n<p>Il lavoro della cura \u00e8 il nostro impegno a rendere umana questa accettazione, impedendole di diventare complicit\u00e0. L\u2019atto della cura accetter\u00e0 \u2013 e aiuter\u00e0 ad accettare \u2013 il proprio limite invalicabile: con tutta la delicatezza dell\u2019amore, con tutto il rispetto per la persona, con tutta la forza della dedizione, di cui saremo capaci. Nessun atto di cura, per\u00f2, vorr\u00e0 portare il segno di quella complicit\u00e0 con la morte: nemmeno nell\u2019apparenza. Questa mi sembra la sfida \u2013 difficilissima e umanissima \u2013 che abbiamo davanti e che credo dobbiamo affrontare insieme. L\u2019accompagnamento ad accogliere la necessit\u00e0 di vivere umanamente anche la morte, senza perdere l\u2019amore che lotta contro il suo avvilimento, \u00e8 l\u2019obiettivo della \u201cprossimit\u00e0 responsabile\u201d alla quale tutti, come essere umani, siamo chiamati. L\u2019intera comunit\u00e0 deve esserne coinvolta. Non staremo a guardare la morte che fa il suo lavoro, senza fare nulla. Mai faremo il lavoro della morte \u2013 che certo pu\u00f2 (apparentemente) liberarci dal disagio &#8211; come fosse un atto d\u2019amore. L\u2019amore per la vita, nella quale abbiamo amato e ci siamo amati, non \u00e8 pi\u00f9 solo nostro: \u00e8 di tutti coloro con i quali \u00e8 stato condiviso. E cos\u00ec deve essere, sino alla fine. Nessuno deve sentirsi colpevole del peso che la sua condizione mortale impone alla comunit\u00e0 dei suoi simili. Siamo umani.<\/p>\n<p>Stringere la mano di chi sta morendo \u00e8 tra le pi\u00f9 urgenti e profonde pratiche umane da riprendere. In genere, di fronte alla morte si fugge, c\u2019\u00e8 una sorta di fuga generale, \u201cciascuno-per-s\u00e9\u201d, per non sentire e soprattutto per non vivere nell\u2019imbarazzo. Si preferisce la concentrazione su di s\u00e9 alla vicinanza a chi ha bisogno. Ma non ne guadagniamo in libert\u00e0; al contrario, ci impoveriamo ancor pi\u00f9. Nessuno vorrebbe morire da solo. Tutti desideriamo di essere accompagnati nei momenti difficili, soprattutto in quello della morte. Olivier Clement, con grande sapienza religiosa ed umana, diceva: \u201cLo sappiamo bene, quando un nostro caro \u00e8 prossimo alla morte, ogni parola, ogni gesto potrebbe essere l\u2019ultimo. Il pi\u00f9 piccolo segno di attenzione si carica allora di tutto il peso della comunione umana, quella comunione di cui abbiamo nostalgia ma che quasi quotidianamente evitiamo\u201d.<\/p>\n<p>Chi si avvicina alla morte sente venir meno non solo la vita ma anche la presenza degli altri. Gli stessi medici e gli infermieri debbono essere educati all\u2019ascolto e alla relazione con chi sta per morire. Certo, \u00e8 alta la responsabilit\u00e0 dei parenti e degli amici di stare vicino a chi muore, a partire dalla pi\u00f9 semplice delle relazioni, come appunto tenere strette le mani dell\u2019altro. Dinanzi alla vertigine della morte, quelle mani strette hanno un valore inimmaginabile: significano legame, amore, sicurezza. L\u2019amore che trasmettono quelle mani strette sino alla fine, o quelle mani che carezzano, che detergono, che aiutano, che lottano anch\u2019esse contro il dolore e l\u2019agonia, quelle mani stanno sconfiggendo la morte. La morte, in effetti, pu\u00f2 mettere fine alla vita, non alla relazione. L\u2019amore \u00e8 sempre pi\u00f9 forte della morte. Questa \u00e8 la dignit\u00e0, del vivere, come anche del morire. L\u2019amore toglie alla morte il suo pungiglione e gli apre la porta alla pienezza della vita.<\/p>\n<p><em>Lectio tenuta questo presso la Fondazione Policlinico universitario Agostino Gemelli il 20 novembre 2018<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il tema \u00e8 gi\u00e0 da s\u00e9 particolarmente delicato, visto che sia la vita che la morte, hanno un\u2019eccedenza indecifrabile, vanno ben oltre la dimensione organica. 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