{"id":23685,"date":"2017-12-23T03:08:41","date_gmt":"2017-12-23T02:08:41","guid":{"rendered":"http:\/\/www.vincenzopaglia.it\/?p=23685"},"modified":"2017-12-23T03:08:41","modified_gmt":"2017-12-23T02:08:41","slug":"africa-ed-europa","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.vincenzopaglia.it\/index.php\/africa-ed-europa.html","title":{"rendered":"Africa ed Europa"},"content":{"rendered":"<p>Potremmo affrontare in tanti modi questo nostro discorso sull\u2019Africa. Proviamo ad affrontarlo con le sfide che ha dinanzi. L\u2019Africa \u00e8 il continente pi\u00f9 giovane del mondo (sono la schiacciante maggioranza), quindi un continente demograficamente ricco e pieno di risorse umane, che sono la cosa pi\u00f9 importante.<\/p>\n<p><strong>\u00a0<\/strong><strong>Rivoluzione antropologica<\/strong><\/p>\n<p>Anche in Africa la globalizzazione provoca una rivoluzione antropologica che colpisce in\u00a0particolare i pi\u00f9 giovani. A differenza degli adulti, i giovani del continente sono pi\u00f9 indipendenti, intraprendenti, pi\u00f9 pronti all\u2019avventura. E\u2019 il portato della globalizzazione: movimento libero di merci, denari e persone. Qs \u00e8 un grande cambiamento che non ha paragoni nella storia. Vi sono stati altri momenti di globalizzazione (imperi, religioni, belle epoque\u2026) ma qs \u00e8 particolare perch\u00e9 non c\u2019\u00e8 limite, riguarda tutti, nessuno sfugge. Di conseguenza il desiderio di muoversi, di cercare occasioni e opportunit\u00e0 \u00e8 pi\u00f9 forte. Come una febbre che \u00e8 iniziata nel 90 con la finanza, ha intaccato tutti i settori economici e ora prende anche le persone. Una gran parte dei flussi migratori dipende da questo: ci si muove per muoversi, perch\u00e9 si cerca, si esplora, \u00e8 un\u2019avventura\u2026 chi parte sono i pi\u00f9 giovani e tra di loro i pi\u00f9 intraprendenti, che hanno studiato, che hanno prima esplorato internet, che sanno\u2026i volti di Lampedusa possono ingannare: c\u2019\u00e8 tanta voglia di riuscire, di cambiare la propria vita\u2026<\/p>\n<p>In qs rivoluzione antropologica c\u2019\u00e8 un risvolto negativo: si \u00e8 anche pi\u00f9 soli. Per es. le vecchie\u00a0generazioni africane (e non solo) pensavano (e pensano) che le cose si devono fare insieme, come gruppo, partito, associazione o trib\u00f9, etnia, almeno classe di et\u00e0. L\u2019indipendenza e l&#8217;unit\u00e0 africana furono i sogni di tale generazione. Le delusioni prima e la globalizzazione poi, hanno mutato tale orientamento: ora anche in Africa il primo posto \u00e8 dato al destino individuale, come dovunque. La solidariet\u00e0 naturale non c\u2019\u00e8 pi\u00f9, deve essere costruita, bisogna convincere le persone sul perch\u00e9 essere solidali. Pensate alla crisi delle grandi reti, dei partiti, della politica ecc. Se oggi gli adulti non si fidano pi\u00f9 dei politici che li hanno delusi, i giovani africani non si fidano pi\u00f9 della politica stessa, nemmeno dei sogni incompiuti dei nostri genitori. La stessa cosa con il sogno europeo. I sogni svaniti del riscatto del mondo nero, il valore di \u201c<em>ubuntu<\/em>\u201d (io sono perch\u00e9 noi siamo) o il <em>Soleil des ind\u00e9pendances<\/em>, le altre ideologie panafricane: tutto un mondo che ormai scompare. In Europa entra in crisi parallelamente il sogno dell\u2019Europa unita, costruita sul sogno della pace\u2026 Simili ai loro coetanei degli altri continenti, i giovani africani non amano pi\u00f9 n\u00e9 credono pi\u00f9 spontaneamente al destino collettivo, come facevano i loro genitori. Non pensano ad avventure comuni, se non\u00a0quelle che li vede risucchiati da qualche \u201csignore della guerra\u201d e in Europa ai sogni nazionalistic che diventano incubi.<\/p>\n<p>In maggioranza oggi si cerca il benessere individuale. L\u2019alternativa dell\u2019emigrazione, valutata dalla parte della societ\u00e0 africana, \u00e8 cosa diversa dall\u2019allarme che provoca in Europa. E\u2019 una ricerca di futuro, buttandosi in terribili traversate senza ritorno a prezzo della vita. Ma \u00e8 anche un\u2019impresa pionieristica, un\u2019avventura. Tra questi giovani \u00e8 diminuito, o si \u00e8 laicizzato, l\u2019amore per la propria terra: sanno che nella globalit\u00e0 devono cavarsela da soli e per arrivare a tale risultato, una terra vale l\u2019altra.<\/p>\n<p><strong>\u00a0<\/strong><strong>Per le donne \u00e8 ancora diverso<\/strong><\/p>\n<p>Il controllo degli adulti, una volta asfissiante, vacilla, la famiglia non \u00e8 pi\u00f9 quella di una volta,\u00a0l\u2019autorit\u00e0 degli adulti anche, ma meno per le ragazze la cui esistenza \u00e8 ancora condizionata da\u00a0pregiudizi, \u201canziani\u201d in tutte le scelte della vita, matrimoni precoci, fare figli, femminicidi ecc. In\u00a0Africa all\u2019et\u00e0 di vent\u2019anni oltre la met\u00e0 delle ragazze \u00e8 gi\u00e0 madre e fare figli \u00e8 considerato anche dalle famiglie una forma di investimento. Poi si scopre che il 40% delle famiglie africane \u00e8 retto da una donna sola ma anche in Francia c\u2019\u00e8 una maggioranza di donne con figli non sposate.<\/p>\n<p><strong>La vita urbana<\/strong><\/p>\n<p>Globalmente la vita oggi \u00e8 pi\u00f9 urbanizzata del passato. Viviamo al 60% in citt\u00e0, non sempre grandi. In citt\u00e0 ci sono pi\u00f9 opportunit\u00e0, servizi, occasioni. Ma si creano delle enormi bidonvilles. Un\u2019altra<\/p>\n<p>caratteristica della globalizzazione \u00e8 la citt\u00e0 tentacolare. Si cerca di stare no0n lontano dal mare:\u00a0oltre il 60&amp;% della popolazione mondiale vive a meno di 100 km dal mare: perch\u00e9 il mare\u00a0rappresenta gli scambi, il 95% degli scambi avviene via mare. I porti sono importantissimi e ogni\u00a0paese vuole avere il suo. Ql che per le persone \u00e8 l\u2019aeroporto, per le merci \u00e8 il mare. Il giovane\u00a0africano urbanizzato di oggi ha una vita diversa da quella di ieri: fragilit\u00e0 della famiglia, dei legami\u00a0sociali, fine dei sistemi tradizionali di protezione, dalla ricerca e mancanza di lavoro, dal rischio di\u00a0ammalarsi, dal desiderio di emigrare e dal dispotismo delle istituzioni. La stragrande maggioranza\u00a0della popolazione \u00e8 convinta che emigrare per assicurasi un futuro migliore sia un diritto\u00a0inalienabile. Fino a vent\u2019anni fa era una dechirure, un\u2019eccezione, uno strappo. Due terzi dei giovani\u00a0dicono che lo faranno certamente appena organizzati; uno su sette dichiara che per raggiungere un\u00a0paese pi\u00f9 ricco metterebbe volentieri a rischio la propria vita.<\/p>\n<p><strong>Cultura della competitivit\u00e0<\/strong><\/p>\n<p>Anche in Africa la globalizzazione ha cambiato il quadro di riferimento: una cultura competitiva e\u00a0materialistica si sta affermando fortemente accanto (e complice ) l\u2019urbanizzazione. La ricerca del\u00a0proprio interesse ad ogni costo \u00e8 molto forte. La spinta ad emigrare va anche letta come una\u00a0conseguenza di questa situazione e non solo perch\u00e9 \u00e8 caduta ogni speranza nel futuro del proprio\u00a0paese. Anzi: \u00e8 proprio qd un paese entra in una fase di sviluppo (middle income) che iniziano i forti\u00a0flussi. Anche perch\u00e9 migrare costa: 7000 euro per arrivare in Europa. Tutti sono presi dalla \u201cfretta\u201d\u00a0di riuscire a carpire qualche briciola dello sviluppo globale. Ci si contagia e ci si pressa a vicenda.<\/p>\n<p>E\u2019 una nuova cultura.\u00a0E\u2019 il senso pessimistico della nota lettera di Yaguine e Fod\u00e9, due adolescenti guineani morti nel\u00a0carrello di atterraggio di un aereo nel tentativo di emigrare. Sentendosi \u201callo stretto\u201d nella propria\u00a0terra ma anche attratti dal vivere non lontano dall\u2019aeroporto, dallo spirito di avventura, pi\u00f9 istruiti\u00a0dei loro genitori (la lettera), mettono in atto ogni possibile espediente per farcela. Rappresentano questa\u00a0nuova mentalit\u00e0.<\/p>\n<p><strong>Violenza<\/strong><\/p>\n<p>Questo \u00e8 il portato del materialismo vigente: la vita competitiva, frettolosa, dove si \u00e8 pi\u00f9 soli, porta\u00a0alla violenza. Ogni cosa va conquistata con la forza, i modelli proposti sono di successo con la\u00a0forza, si strappa il successo. Se l\u2019insicurezza del futuro rende tutto molto competitivo, anche i\u00a0giovani imparano ad essere aggressivi, meno inclini a pazientare, ad obbedire. Tale competitivit\u00e0\u00a0supera i legami familiari e di amicizia e pu\u00f2 far calare il livello etico generale: tutto \u00e8 messo in\u00a0vendita, niente \u00e8 gratuito. Se niente \u00e8 gratuito allora quasi tutto \u00e8 lecito. La violenza diffusa, di cui\u00a0spesso parla A, diviene generale e prende il posto della conflitto. E\u2019 quello che accade in America\u00a0latina: le guerre finiscono ma la violenza diffusa cresce. Qs succede anche in Africa.<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 una penetrazione traumatica dei nuovi valori della concorrenza globale, che nelle grandi citt\u00e0\u00a0assume spesso i contorni della lotta per la sopravvivenza. Il \u201csi salvi chi pu\u00f2\u201d e il \u201cci si salva da s\u00e9\u201d\u00a0rappresentano una mentalit\u00e0 molto forte, gridata ad ogni angolo ed ogni giorno. Se non ne sai\u00a0cogliere le opportunit\u00e0, sei definito un perdente o un pazzo.<\/p>\n<p><strong>Le sette<\/strong><\/p>\n<p>Proliferano per tali ragioni anche sette e chiese del risveglio che predicano la teologia della\u00a0prosperit\u00e0: per portare ordine nell\u2019universo morale e materiale caotico dell&#8217;Africa, viene proposta\u00a0una nuova forma di autostima e nuovi modi di condotta davanti al fallimento di quelli tradizionali.<\/p>\n<p>Si cerca di reinventare il passato, superando una storia africana fatta anche di solidariet\u00e0. La\u00a0questione della salvezza individuale \u00e8 legata alla demonizzazione del passato e del diverso, ma\u00a0soprattutto alla riuscita sociale, al successo e alla prosperit\u00e0 individuale. All&#8217;interno della nuova\u00a0classe media africana molti sono gli adepti a tale versione del cristianesimo pentecostale. E\u2019 una\u00a0risposta in particolare per gli ultimi, i i giovani delle bidonville e degli slum, senza alternative,\u00a0senza diritti, senza famiglia, senza clan o etnia, allontanati dalla societ\u00e0 che conta. Possono essere\u00a0preda per ogni avventura e per ogni setta.<\/p>\n<p><strong>L\u2019educazione<\/strong><\/p>\n<p>Uno dei motivi ricorrenti in questa Africa globalizzata \u00e8 la crisi dei sistemi di educazione pubblica. C\u2019\u00e9\u00a0collera contro lo Stato e i \u201cpotenti\u201d che, mentre mandano i loro figli nelle scuole all\u2019estero, hanno\u00a0lasciato andare in rovina le strutture scolastiche ed educative, non hanno pagato bene gli insegnanti\u00a0rurali, non hanno costruito gli edifici scolastici n\u00e9 le strade per raggiungerli. La fine del sistema\u00a0scolastico-educativo in Africa &#8211; dovuto alla corruzione ma anche all&#8217;aggiustamento strutturale &#8211; \u00e8\u00a0all\u2019origine di molta rabbia e di molte delusioni. La chiesa, che gi\u00e0 ha il monopolio del sistema\u00a0sanitario (almeno quello decente) ora deve tornare ad occuparsi anche di quello educativo che aveva\u00a0all\u2019epoca delle missione ma che lo Stato aveva voluto riprendere, e aveva promesso di sviluppare.<\/p>\n<p>Ci sono state sequestrate le scuole ed ora\u2026 tocca rifarle. perch\u00e9 ci\u00f2 che dio buono c\u2019\u00e8 \u00e8 privato e\u00a0molto costoso. Non \u00e8 un caso che molte diocesi ci pensano e che la CSE abbia le scuole della\u00a0pace\u2026<\/p>\n<p>Come altrove, la crisi dell\u2019immagine dell\u2019educatore, cos\u00ec autorevole nell\u2019Africa indipendente,\u00a0rappresenta la fine di un mito e di un principio di\u00a0 autorit\u00e0. E\u2019 sufficiente leggere i romanzi della\u00a0prima generazione di scrittori africani dopo l\u2019indipendenza, per rendersi conto chi era l\u2019\u201c<em>instituteur<\/em>\u201d\u00a0o il \u201c<em>teacher<\/em>\u201d. Julius Nyerere, il padre della Tanzania, si fece chiamare <em>mwalimu <\/em>(maestro in lingua\u00a0<em>swahili<\/em>), tutta la vita.<\/p>\n<p>Internet \u00e8\u00a0un grande strumento di globalizzazione culturale, dei costumi e delle idee. I giovani in particolare,\u00a0che in genere studiato, ascoltano i programmi delle emittenti internazionali e utilizzando internet: in\u00a0Africa uno strumento totalmente in mano loro. A ci\u00f2 si devono aggiungere i cellulari, che ormai puntano sul continente nero come nuovo mercato. La giovent\u00f9 africana nel suo complesso \u00e8 molto\u00a0collegata con la cultura e i modi di vita globalizzati attraverso i mezzi di comunicazione gratuita.<\/p>\n<p>Internet oggi permette l\u2019interattivit\u00e0: file di giovani si ammassano agli internet point per chattare\u00a0con sconosciuti nel mondo ricco. Le ragazze africane mandano foto sperando di trovare il principe\u00a0azzurro. Ci sono paesi pi\u00f9 evoluti, come la Nigeria, dove al posto della radio \u00e8 sempre accesa la TV\u00a0satellitare. Tutta questa comunicazione globale non \u00e8 estranea al crescere della rabbia e al formarsi\u00a0dei progetti migratori.<\/p>\n<p><strong>Traffici<\/strong><\/p>\n<p>L&#8217;aspetto pi\u00f9 doloroso che riguarda i giovani africani \u00e8 quello del fenomeno del traffico di esseri\u00a0umani e del lavoro minorile. Le vittime minori sono numerosissime, in specie ragazze e bambine.<\/p>\n<p>Le mafie coinvolte nella tratta fanno profitti di decine di miliardi di dollari l\u2019anno, non lontani da\u00a0quelli dei narcotrafficanti. C&#8217;\u00e8 il dramma del lavoro: altri milioni di minori rischiano la vita nelle\u00a0miniere, come nella regione del Sahel, o nelle piantagioni come in Africa occidentale. Infine c&#8217;\u00e8 il\u00a0fenomeno dei servi: minori domestici asserviti, in Kenya, Benin ma anche Haiti, Brasile, Pakistan,\u00a0ecc.<\/p>\n<p><strong>Lo Stato<\/strong><\/p>\n<p>Una parola ora per le conseguenze della globalizzazione a livello geopolitico: Stati fragili, frontiere\u00a0artificiali, corruzione, mancanza di sviluppo e presenza di materie prime sembrano giustificare un\u00a0endemico stato di guerra permanente o a bassa intensit\u00e0, diseguaglianze. La cosa pi\u00f9 grave \u00e8 che il\u00a0conflitto inizia ad essere considerato \u201caccettabile\u201d, a meno che non metta in discussione la stabilit\u00e0\u00a0globale. Guerre come quella che funest\u00f2 il Congo, con 5 milioni di morti, o quelle degli anni\u00a0Novanta in Liberia, Sierra Leone, Somalia e Rwanda, o le pi\u00f9 recenti in Sud Sudan, tra Eritrea e\u00a0Etiopia, sono considerate un prezzo che si pu\u00f2 pagare. Diventano pericolose solo se attraggono\u00a0nella loro orbita tormentata fenomeni terroristici di vari tipo.<\/p>\n<p><strong>La guerra e la pace<\/strong><\/p>\n<p>Alcuni giungono a sostenere che le guerre d&#8217;Africa sono la continuazione logica del periodo delle\u00a0indipendenze, in cui non fu possibile cambiare le frontiere stabilite dal colonizzatore. Gli Stati che\u00a0la decolonizzazione ha disegnato non sarebbero sostenibili e quindi \u201cvanno lasciati fallire\u201d. Jeffrey\u00a0Herbts sostiene che gli Stati che falliscono (soprattutto in Africa) vanno \u201cdecertificati\u201d e lasciati\u00a0morire, mentre andrebbero riconosciute nuove entit\u00e0 pi\u00f9 viabili. Questo \u00e8 molto grave: si gioca con la\u00a0vita delle persone, con il loro futuro.<\/p>\n<p>Per giustificare tale discorso c\u2019\u00e8 il motivo che la guerra non finisce mai. Ci sono dei conflitti (in cui\u00a0siamo coinvolti per la ricerca della pace) che si perennizzano, anche se a intensit\u00e0 mutevole. Le\u00a0guerre che non finiscono mai (Casamance, grandi laghi, ora turbolenze in Mozambico, Repubblica democratica del Congo, Eritrea\u00a0ed Etiopia\u2026) sono quelle che pi\u00f9 fanno allontanare dalla simpatia per l\u2019Africa: l\u2019impressione \u00e8 che sia\u00a0tutto cos\u00ec complicato e che la guerra sia \u201cnaturale\u201d. Ma \u00e8 un fatto globale: medio oriente ecc.<\/p>\n<p>Queste guerre a bassa intensit\u00e0, che ogni tanto si infiammano per poi ritornare a bassa intensit\u00e0, sono\u00a0devastanti perch\u00e9 corrodono il tessuto umano e sociale.\u00a0Ci sono nuove guerre? Qualcuna ma soprattutto tali zone grigie. E poi l\u2019islam e il terrorismo: sono 20\u00a0anni e pi\u00f9 che se ne parla e non termina mai\u2026quasi ci porta a credere che sia inguaribile\u2026<\/p>\n<p>Come un cataclisma naturale che ogni tanto avviene, come il terremoto. L\u2019uomo e la sua volont\u00e0\u00a0possono poco, si comincia a pensare. Eppure \u2013 come dimostrato dai vescovi congolesi &#8211; si pu\u00f2\u00a0sempre fare qualcosa.<\/p>\n<p>Spesso davanti a tante guerre c\u2019\u00e8 delusione e rassegnazione, perdita di ideali, di ambizione. Non si\u00a0crede pi\u00f9 tanto che la politica possa risolvere. Si sospetta che dietro ogni guerra ci sia una regia\u00a0maligna, un complotto. Gli organismi sovranazionali, pur numerosissimi, non sembrano adeguati: si\u00a0spegne il sogno multilaterale dell\u2019ONU. Le guerre si mescolano con fenomeni criminali e attori non\u00a0facilmente identificabili: economia di rapina, terrorismo e tortura, criminalit\u00e0 organizzata. Non si capisce pi\u00f9 bene il confine e tutte le guerre sono \u201csporche\u201d (ma ce ne sono mai state di pulite?).<\/p>\n<p>Sembra che ci sia un ciclo: alcune guerre vanno avanti sempre allo stesso modo \u2026 Guerra e\u00a0diseguaglianza si mischiano perch\u00e9 la guerra produce povert\u00e0\u2026\u00e8 la madre di tutte le povert\u00e0. Esiste\u00a0il peso della violenza diffusa e non politicamente governata, frutto di odio sociale ed etnico oppure\u00a0con obiettivi prevalentemente criminali.<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 la grave diffusione di \u201cfalsi profeti\u201d, che si ammantano di discorso religiosi e comunicano\u00a0messaggi violenti o di odio, come le religioni della prosperit\u00e0 che sono subalterne a questo mondo e\u00a0alla dittatura del materialismo. Osserviamo il ruolo delle identit\u00e0 (nazionalistiche e etiche) cos\u00ec\u00a0come quello del fenomeno religioso che ha assunto caratteri globali, deterritorializzati e deculturati,\u00a0mediante la diffusione di nuovi prodotti religiosi utilizzabili ovunque (\u00e8 il problema del islam\u00a0globale che produce jihadismo). C\u2019\u00e8 il riarmo di intere zone del mondo: dopo il calo delle spese\u00a0militari dovuto alla fine della guerra fredda, molte aree mondiali si stanno riarmando e non solo\u00a0quelle in crisi. Tutti questi elementi portano verso il conflitto. Molta gente cede alle sirene degli\u00a0estremisti e invoca la guerra o la accetta.<\/p>\n<p>Ma qui voglio sottolineare il fallimento del modello conflittuale nelle crisi: oggi non \u00e8 facile per\u00a0nessuno vincere una guerra o risolvere una crisi\u00a0 mediante la guerra. Anzi una guerra tira l\u2019altra,\u00a0senza nessuna soluzione (Iraq, Afghanistan, Libia ecc.). Nessuno vince pi\u00f9. Quindi la guerra \u00e8 uno\u00a0strumento inutile per risolvere, \u00e8 obsoleta e va superata. Questo per motivi fattuali prima che morali.<\/p>\n<p>Tutto ci spinge a lavorare per la pace sempre pi\u00f9 in profondit\u00e0. Nella globalizzazione ci vogliono\u00a0pi\u00f9 cuore ma anche pi\u00f9 intelligenza e pi\u00f9 alleanze tra uomini di buona volont\u00e0. Quello a cui\u00a0veramente assistiamo \u00e8 un mondo di impotenze incrociate: impotenza delle grandi potenze a mettere ordine, impotenza degli emergenti ad affermarsi, impotenza degli estremisti a vincere, dei\u00a0terroristi a guadagnare qualcosa&#8230; l\u2019unico risultato \u00e8 pi\u00f9 sofferenza e pi\u00f9 male. Cos\u00ec vediamo\u00a0chiaramente che non sono gli uomini a \u201cgestire la guerra\u201d ma ne sono manipolati. La guerra \u00e8 il\u00a0male assoluto: essa manipola l\u2019uomo che vi si sottomette\u2026<\/p>\n<p>I poveri, la massa degli esclusi, gli unici veri esclusi, sono anche le vittime di tutto questo. Essi\u00a0hanno un potere, una forza che osserviamo in loro e in noi quando facciamo servizio. Scatenano\u00a0forze di solidariet\u00e0 impensate. Con loro applichiamo un metodo che ideale umanistico, la comunit\u00e0\u00a0stessa lo incarna. I poveri ci insegnano a vincere lo spirito del male che \u00e8 guerra. Preghiamo dunque\u00a0di avere l\u2019intelligenza e la profondit\u00e0 necessarie per\u00a0 diventare tutti pacificatori.<\/p>\n<p>In tale contesto c&#8217;\u00e8 in Africa una sfida per la chiesa che \u00e8 anche un grande spazio: come non farsi\u00a0prendere dalla cultura materialistica e dai suoi effetti, come contrastare gli estremismi, come avere\u00a0un ruolo rilevante per costruire la pace e la convivenza?\u00a0Guardiamo ai fatti:\u00a0guerre endemiche (piccole e grandi) Casamance, RDC, RCA, Sud Sudan, Eritrea-Etiopia,\u00a0Somalia,\u00a0tensioni rinascenti (etniche o politiche) Guinea, RCI, Burkina, Burundi, Congo Belga,\u00a0Mozambico, Gambia\u00a0terrorismo, Mali, Niger, Nigeria nord est\u00a0in guerra in altri paesi: Ciad,\u00a0senza considerare i 6 paesi dell\u2019Africa nord, sono crisi in 17 stati su 45\u2026\u00a0alcuni conflitti sono pi\u00f9 scandalosi di altri, come il sud Sudan\u2026Dobbiamo poter fare sempre\u00a0qualcosa.<\/p>\n<p>I segni dei tempi che emergono dallo scenario tratteggiato dimostrano che la prima cosa da fare \u00e8\u00a0ricostruire la pace ove possibile sempre\u2026. il che significa utilizzare l\u2019autorevolezza della chiesa verso le parti, ma anche connettere ci\u00f2 che la globalizzazione ha frammentato per rifare un popolo.<\/p>\n<p>Ad esempio riallacciare le relazioni sociali in citt\u00e0 divenute mostruose dove tutto si sfilaccia: \u00e8\u00a0un&#8217;opera che pochi fanno. Occorre sempre trovare un&#8217;iniziativa di ricostruzione del tessuto sociale,\u00a0di connessione tra mondi che non si parlano, tra quartieri, tra centro e periferie, tra generazioni. Questo\u00a0\u00e8 gi\u00e0 fare pace. Connettere significa comprendere e poi integrare. \u201cRifare famiglia\u201d \u00e8 un metodo di\u00a0pace: significa un&#8217;opera di cultura diffusa, una rinnovata forma di \u201ccultura popolare evangelica\u201d che\u00a0richiede tempo, perch\u00e9 connettere \u00e8 un&#8217;occupazione paziente. E\u2019 la nuova via dell\u2019inculturazione.\u00a0Ipocritamente nessun leader ammette oggi di scegliere per la guerra. Sostiene invece che la guerra\u00a0\u201clo ha scelto\u201d e di essere stato costretto a rispondere all\u2019\u201cappello della storia\u201d. Ma si tratta di\u00a0\u201cpassivit\u00e0 morale\u201d e \u201cattivismo demoniaco\u201d, per utilizzare le parole di Thomas Merton: \u201cquesta\u00a0passivit\u00e0 morale \u00e8 il pi\u00f9 tremendo pericolo del nostro tempo (\u2026) bilanciata , o sbilanciata, da un\u00a0attivismo demoniaco, una frenesia nei confronti delle pi\u00f9 varie, eclettiche, complesse e anche\u00a0assolutamente brillanti improvvisazioni tecnologiche (&#8230;) [ma] noi non siamo semplicemente in\u00a0grado di compiere gli adeguati adattamenti morali, spirituali ed intellettuali alla proliferazione della\u00a0forza\u201d (MERTON 2005). La dottrina della guerra inevitabile \u00e8 divenuta contagiosa. Cosa c\u2019\u00e8 di pi\u00f9\u00a0reale e di pi\u00f9 \u201cincontournable\u201d di tale realt\u00e0 che l\u2019uomo non controlla? La guerra e il disprezzo si\u00a0fanno cultura e da cultura divengono una politica, deformando l\u2019anima di popoli interi.<\/p>\n<p>La \u201cguerra preventiva\u201d che dovrebbe difendere, si trasforma cos\u00ec in \u201cguerra diffusa\u201d e inquina il\u00a0clima sociale, anche all&#8217;interno di paesi in pace, complice il vittimismo. Occuparsi di pace significa\u00a0coltivare e valorizzare le \u201ctensioni unitive\u201d presenti in ogni societ\u00e0: \u00e8 la speranza, realista e tenace\u00a0che la pace sia sempre possibile. Se non esiste un&#8217;ineluttabilit\u00e0 della guerra, la pace si pu\u00f2 fare.<\/p>\n<p>Occorre solo trovare le vie per realizzarla, con ragionevolezza e pazienza, ricostruendo le fratture,\u00a0medianti credibili negoziati, creando un\u2019intelaiatura di garanzie per il futuro, mostrando che non c\u2019\u00e8\u00a0niente di peggio che la guerra, dando sbocco alla volont\u00e0 di pace di popoli, \u201costaggi\u201d della guerra,\u00a0di una cultura o di una propaganda di guerra. Nel mondo spaesato non \u00e8 sufficiente mantenere solo\u00a0una posizione di \u201ctestimonianza\u201d del valore della pace \u2013diciamo, etica o religiosa-, ma occorre\u00a0agire e intervenire in modo concreto per cercare soluzioni in situazioni di conflitto e dimostrare la\u00a0falsit\u00e0 dell\u2019assunto \u201cguerra ineluttabile\u201d. Il nostro mondo ha oggi bisogno di pacificatori. E&#8217; l&#8217;unico\u00a0modo per contrastare la mentalit\u00e0 secondo la quale vi sono tornanti della storia in cui la guerra non\u00a0si pu\u00f2 evitare. Fare la pace \u00e8 dunque una scelta che ha bisogno di creare una sua cultura, la prima\u00a0condizione necessaria al convivere globale. La pace difende la vita di tutti, non solo quella dei\u00a0poveri e dei deboli che non possono fuggire.<\/p>\n<p>Occorre iniziare processi pazienti di pace nelle nostre citt\u00e0, con le \u00e9lite, tra i giovani, nei villaggi e\u00a0nel tessuto urbano caotico. Nell\u2019EG il papa si\u00a0 interroga su questo nuovo mondo urbanizzato,\u00a0individualista, violento e ci chiede di \u201cimmaginare spazi di preghiera e di comunione con\u00a0caratteristiche innovative, pi\u00f9 attraenti e significative per le popolazioni urbane\u201d. Chiede di\u00a0guardare ai \u201cnon cittadini\u201d, ai cittadini a met\u00e0 o agli \u201cavanzi urbani\u201d, che sono moltissimi\u2026 (gli\u00a0scarti) per \u201craggiungere con la Parola di Ges\u00f9 i nuclei pi\u00f9 profondi dell\u2019anima delle citt\u00e0\u201d(70). A\u00a0Bangui papa Francesco ha detto: occorre <em>lavorare per la pace <\/em>perch\u00e9 la pace \u00e8 un vero lavoro. \u201cLa\u00a0pace non \u00e8 un documento che si firma e rimane l\u00ec. La pace si fa tutti i giorni! La pace \u00e8 un lavoro\u00a0artigianale, si fa con le mani, si fa con la propria vita\u201d.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Potremmo affrontare in tanti modi questo nostro discorso sull\u2019Africa. Proviamo ad affrontarlo con le sfide che ha dinanzi. 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