{"id":22846,"date":"2017-04-10T14:00:46","date_gmt":"2017-04-10T12:00:46","guid":{"rendered":"http:\/\/www.vincenzopaglia.it\/?p=22846"},"modified":"2017-04-10T14:19:03","modified_gmt":"2017-04-10T12:19:03","slug":"accompagnarsi-sempre-la-dignita-del-vivere-e-del-morire","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.vincenzopaglia.it\/index.php\/accompagnarsi-sempre-la-dignita-del-vivere-e-del-morire.html","title":{"rendered":"Accompagnarsi sempre: la dignit\u00e0 del vivere e del morire"},"content":{"rendered":"<p>Ringrazio per l\u2019invito a rivolgervi qualche riflessione in questa giornata che dedicate a \u201cIl rapporto medico-paziente nel fine vita\u201d. Il titolo propostomi \u00e8 quello del volume che recentemente ho scritto: \u201cSorella morte. La dignit\u00e0 del vivere e del morire\u201d. Vorrei sottolineare di questo tema quell\u2019orizzonte umanistico indispensabile al cui interno si colloca anche quel singolarissimo e preziosissimo rapporto che lega il medico a colui che sta vivendo l\u2019ultima tappa della sua esistenza. Mi riferisco a quella che chiamerei cultura dell\u2019accompagnamento che, in verit\u00e0, \u00e8 per me il paradigma dell\u2019intera convivenza umana. E quindi anche della sua fine. Ma deve innervare i rapporti umani dall\u2019inizio sino alla fine. Queste mie brevi riflessioni assumono inoltre il tono di una testimonianza di questo accompagnamento.<\/p>\n<p>Inizio con un\u2019amara constatazione che sale anche dalla mia personale esperienza, ma non solo: tante persone, troppe, muoiono sole, senza una compagnia. E molte persone, troppe, non sanno pi\u00f9 stare accanto a chi muore. Viviamo in una societ\u00e0 che rischia di non avere pi\u00f9 parole per comprendere e vivere il tempo ultimo della vita. Credo sia urgente riflettere sulla indispensabilit\u00e0 dell\u2019accompagnamento se vogliamo dare dignit\u00e0 al vivere e al morire. Paul Ricoeur avverte con saggezza: \u201caccompagnare \u00e8 forse il termine pi\u00f9 adeguato per designare l\u2019attitudine grazie alla quale lo sguardo sul morente si rivolge verso un agonizzante che lotta per la vita fino alla morte, e non verso un moribondo che presto sar\u00e0 morto\u201d.<\/p>\n<p>L\u2019accompagnamento, per il filosofo francese, \u00e8 un insieme amalgamato di attenzione, di comprensione, di amicizia, di fedelt\u00e0, che crea uno straordinario circolo virtuoso di amore tra chi muore e chi lo accompagna. Tale prospettiva \u2013 seppure in maniera diversa &#8211; \u00e8 presente in tutte le religioni. Certo, la fede aiuta a vivere il mistero della morte. Il cardinale Martini diceva: \u201cE\u2019 soltanto guardando pi\u00f9 in alto e pi\u00f9 oltre che \u00e8 possibile valutare l\u2019insieme della nostra esistenza a giudicarla alla luce non di criteri puramente terreni, bens\u00ec sotto il mistero della misericordia di Dio e della promessa della vita eterna\u201d. Una prospettiva analoga \u00e8 quella di alcuni non credenti che auspicano un orizzonte spirituale, sebbene intramondano, per poter accogliere la morte come parte dell\u2019esistenza umana.<\/p>\n<p>L\u2019accompagnamento nell\u2019orizzonte della fede tocca le profondit\u00e0 del cuore di chi muore e di chi gli sta accanto. Madre Teresa di Calcutta racconta: \u201cUn giorno ho raccolto un uomo che giaceva nel canale di scolo. Il suo corpo era coperto di vermi\u2026Non ha proferito maledizioni, non ha biasimato nessuno. Ha detto semplicemente: \u2018Ho vissuto come un animale, ma morir\u00f2 come un angelo, come qualcuno che \u00e8 stato amato e di cui ci si \u00e8 presi cura\u2019. Furono necessarie tre ore per lavarlo. Infine l\u2019uomo sollev\u00f2 gli occhi alla suora e disse: \u2018Sorella, me ne torno a casa, da Dio\u2019, e mor\u00ec. Non ho mai visto un sorriso luminoso quanto quello che vidi allora sul volto di quell\u2019uomo\u2026\u201d.<\/p>\n<p>Sino a pochi decenni fa la morte \u2013 e quindi anche l\u2019opera del medico \u2013 avveniva in un contesto comunitario. L\u2019accompagnamento ha trovato nel corso dei secoli, di volta in volta, le sue manifestazioni. Non solo ha sollevato da angosce i pi\u00f9 diretti interessati ma ha scandito l\u2019organizzazione stessa della societ\u00e0. E\u2019 un enorme capitolo di sapienza religiosa ed umana che ha segnato generazioni e generazioni di credenti. Dovremmo trarne insegnamento. Faccio fatica a immaginare una societ\u00e0 che non sappia dire nulla sulla morte, su quella dei propri cari, dei piccoli, degli innocenti e sulla esistenza di chi resta.<\/p>\n<p>Il dono di accompagnarsi a vicenda, legandosi l\u2019un l\u2019altro, il malato e il sano, il medico e il paziente, delinea il paradigma stesso della esistenza umana, come ho accennato all\u2019inizio. E\u2019 il modo umano di vivere e di morire. In questo orizzonte \u2013 lo ripeto \u2013 va compreso anche il tema della relazione medico-paziente. E lo stesso dibattito sul fine vita. Personalmente credo che si debba accompagnare la vita umana sin dal suo sorgere nel senso materno, e continuare lungo tutto l\u2019arco degli anni nella quale si sviluppa. Di qui la mia battaglia contro l\u2019aborto, la violenza sui piccoli, sugli adolescenti, sui giovani perch\u00e9 abbiano un futuro, contro la violenza sulle donne, contro la guerra, contro la fame nel mondo, contro la pena di morte, contro l\u2019eutanasia. E\u2019 una visione forse utopica, ma per me pienamente umanistica.<\/p>\n<p>Anche le questioni ultime rientrano in questa visione. E vorrei che la polarizzazione ideologica non costringesse a rinchiudere tali tematiche solo nelle strette maglie legislative. Un giurista come Zagrebelsky avverte: \u201cStiamo attenti, perch\u00e9 sulle questioni ultime, siamo sempre penultimi\u201d. Il mistero della vita e della morte sfugge nella sua complessit\u00e0 alle sole maglie legislative, quale che sia il modo in cui esse possano essere pensate, approvate e introdotte nell\u2019ordinamento giuridico. Oggi una legge sul \u201cfine vita\u201d pu\u00f2 rivelarsi necessaria, per evitare la burocratizzazione della morte, per prevenire soprusi e violenze, anche inconsapevoli,\u00a0 da parte dei medici sui malati e a volte \u2013 ahim\u00e8 &#8211; anche da parte dei malati sui medici (in quei casi estremi in cui la legittima autodeterminazione del paziente, attraverso il c.d. \u201ctestamento biologico\u201d, pu\u00f2 arrivare alla pretesa di paralizzare l\u2019intervento di un medico).\u00a0 Ritengo per\u00f2 illusorio affidare solo ad una norma la soluzione delle grandi domande sulla vita e sulla morte: non potr\u00e0 mai essere solo una legge \u2013 anche se dovesse rivelarsi necessaria per evitare soprusi \u2013 a poter sciogliere il mistero profondo del passaggio finale dell\u2019esistenza umana e dell\u2019aiuto di cui chi muore ha bisogno. E\u2019, invece, indispensabile una riflessione ampia, profonda \u2013 anche accesa \u2013 per attuare un giusto accompagnamento che coinvolga anche il piano legislativo. L\u2019obbligo della legge (<em>ob-ligatio<\/em>) se non \u00e8 suscitato dal legame (<em>ligatio<\/em>) tra le persone, resta inevitabilmente formale ed esteriore e priva le persone coinvolte della indispensabile fatica della responsabilit\u00e0.<\/p>\n<p>Si parla spesso di eutanasia per motivi di piet\u00e0, di dignit\u00e0, di libert\u00e0. Aggiungerei anche il termine \u201cfraternit\u00e0\u201d a questo elenco. Ebbene, come non comprendere che affidare ad una fredda norma la vita di una persona rischia di essere una fuga dalla responsabilit\u00e0 che tutti abbiamo di aiutare e salvare chi \u00e8 nel dolore? Una fredda norma non rende ancor pi\u00f9 semplice quel \u201clavarsi le mani\u201d che contrasta con l\u2019accompagnare chi intraprende un viaggio cos\u00ec \u201csacro\u201d come quello della morte? Se si attenua il primato della responsabilit\u00e0 \u00e8 pi\u00f9 facile seguire l\u2019antica via di Pilato di lasciare ad altri \u2013 alla freddezza di una fredda disposizione\u00a0 normativa &#8211; quel che spetta primariamente all\u2019uomo. Ciascuno ha bisogno dell\u2019altro, soprattutto nei momenti pi\u00f9 difficili. Il malato ha bisogno del medico e viceversa. E ciascuno con le sue responsabilit\u00e0. Accomunati da una fraternit\u00e0 sostanziale. Credo che debba essere la circolarit\u00e0 e la reciprocit\u00e0 delle relazioni che deve presiedere la vita dei singoli e delle societ\u00e0, soprattutto nei momenti pi\u00f9 alti e pi\u00f9 difficili della vita.<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 un \u201coltre\u201d nella relazione con i malati che coinvolge tutti, anche il medico. Il malato che si avvia alla morte ha bisogno della vicinanza dell\u2019uomo che sta in salute per sentirsi parte dei vivi. Chi resta solo, soprattutto nel momento drammatico del dolore, facilmente chiede di essere affrancato in fretta dalla vita da cui si sente, appunto, gi\u00e0 escluso. Vale l\u2019amaro avvertimento di Georges Bernanos: \u201cNon sottraete un infelice al suicidio dandogli dimostrazione che il suicidio \u00e8 un atto antisociale, perch\u00e9 il poveretto sta proprio pensando di disertare con la morte una societ\u00e0 che lo disgusta\u201d.\u00a0 Non \u00e8 doveroso far ritrovare a chi sta morendo la sua posizione di onore nel seno della famiglia e della societ\u00e0? Eppure siamo lontani da una cultura solidale che lo aiuti a non sentirsi un peso. Dobbiamo avere la forza morale di favorire in lui il senso della sua dignit\u00e0, anche in quella condizione. Ma questa scelta scaturisce se si afferma una cultura del convivere.<\/p>\n<p>Mi paiono molto sagge le riflessioni che Marie de Hennezel trae dalle lunghe ore passate accanto ai malati terminali di diverse et\u00e0, di diverse condizioni, di diverse fedi, ma tutti accomunati da un\u2019unica sorte di sofferenza alle soglie della morte. Scrive: \u201cNel momento in cui la morte \u00e8 vicina, in cui predominano tristezza e sofferenza, ci possono essere ancora vita, gioia, moti dell\u2019animo di una profondit\u00e0 e di una intensit\u00e0 talvolta mai vissuta prima\u201d. E continua: \u201cIn un mondo che ritiene che la \u2018buona morte\u2019 sia la morte improvvisa e repentina \u2013 preferibilmente in stato di incoscienza, o perlomeno rapida, per disturbare il meno possibile la vita di chi resta \u2013 una testimonianza sul valore degli ultimi istanti della vita, sull\u2019incredibile privilegio di esserne testimoni, non mi sembra superflua. Anzi, spero di contribuire a un\u2019evoluzione della societ\u00e0, una societ\u00e0 che, invece di negare la morte, impari ad integrarla nella vita, una societ\u00e0 pi\u00f9 umana, in cui, consapevoli della nostra condizione di esseri mortali, avremo pi\u00f9 rispetto per il valore dell\u2019esistenza\u201d.<\/p>\n<p>Stringere la mano di chi sta morendo diviene tra le pi\u00f9 urgenti e pi\u00f9 profonde pratiche umane da riprendere. Purtroppo, di fronte alla morte, oggi facilmente si fugge, come in una fuga generale, \u201cciascuno-per-s\u00e9\u201d, per non sentire e soprattutto per non vivere nell\u2019imbarazzo di una situazione per la quale non si hanno pi\u00f9 parole. Mi impression\u00f2, tanti anni fa, leggere una testimonianza di una giovane infermiera che cadde malata e si trovava in fin di vita. Scrisse queste parole alle sue colleghe ospedaliere che entravano ed uscivano dalla sua stanza un po\u2019 imbarazzate: \u201cVoi entrate e uscite dalla mia camera, mi portate le medicine, misurate la pressione. E\u2019 forse perch\u00e9 sono infermiera io stessa o, semplicemente, un essere umano, che avverto la vostra paura? Questa paura mi si comunica. Di che cosa avete paura? Sono io che muoio. Lo so, siete impacciate, non sapete che cosa dire, che cosa fare. Ma, credetemi, se voi partecipate alla mia morte non commettereste un errore. Riconoscete per un momento che vi importa di me (\u00e8 ci\u00f2 che noi, tutti i moribondi, cerchiamo): restate, non andatevene, aspettate. Tutto ci\u00f2 che io voglio \u00e8 che ci sia qualcuno che mi tenga la mano quando ne avr\u00f2 bisogno. Ho paura\u201d.<\/p>\n<p>E\u2019 facile, purtroppo, preferire anche in questi casi la concentrazione su di s\u00e9 alla vicinanza a chi ha bisogno. L\u2019individualismo conduce a pensarci soli, anche dinanzi al destino personale. Non credo che ne abbiamo guadagnato in libert\u00e0. Al contrario, ci siamo impoveriti ancor pi\u00f9. Nessuno vuole morire da solo. Tutti desideriamo di essere accompagnati nei momenti difficili, soprattutto in quello della morte. Olivier Cl\u00e9ment, con grande sapienza religiosa ed umana, diceva: \u201cLo sappiamo bene, quando un nostro caro \u00e8 prossimo alla morte, ogni parola, ogni gesto potrebbe essere l\u2019ultimo. Il pi\u00f9 piccolo segno di attenzione si carica allora di tutto il peso della comunione umana, quella comunione di cui abbiamo nostalgia ma che quasi quotidianamente evitiamo\u201d.<\/p>\n<p>E\u2019 bene perci\u00f2 abituarsi a stare vicini gli uni gli altri, gi\u00e0 nel corso della vita. E a stare vicino alle persone fragili e a quelle che si indeboliscono. Se l\u2019accompagnamento diviene una cultura diffusa e praticata sar\u00e0 certo molto pi\u00f9 facile stare accanto a chi muore. Il rarefarsi dei rapporti e il raffreddarsi delle relazioni gratuite, spiegano l\u2019allargarsi della solitudine e dell\u2019abbandono nei momenti della morte. E\u2019 difficile colmare all\u2019improvviso abissi di indifferenza, vuoti di rapporti, assenza di parole. Chi si avvicina alla morte sente venir meno non solo la vita ma anche la presenza degli altri. Gli stessi medici e gli infermieri debbono sentire la responsabilit\u00e0 di educarsi all\u2019ascolto e alla relazione con chi sta per morire. Nelle relazioni umane non \u00e8 sufficiente una professionalit\u00e0 slegata dalla qualit\u00e0 umana della relazione. Insomma, prima di essere dei professionisti, tutti siamo anzitutto uomini e donne. Per questo \u00e8 anche forte la responsabilit\u00e0 dei parenti e degli amici nello stare accanto a chi muore, a partire dalla pi\u00f9 semplice delle relazioni, come per esempio tenere strette le mani dell\u2019altro. Dinanzi alla vertigine della morte le \u201cmani strette\u201d hanno un valore inimmaginabile: significano legame, amore, sicurezza, continuit\u00e0. L\u2019amore che trasmettono le mani che carezzano, che detergono, che aiutano, che lottano contro il dolore e l\u2019agonia, in certo modo sconfigge la morte. La morte, in effetti, mette fine alla vita, ma non alla relazione.<\/p>\n<p>Il dono della compagnia \u00e8 reciproco: permette a chi sta per morire di rimanere vivo fino alla fine e di traversare il momento della morte gustando gi\u00e0 \u2013 potremmo dire in anticipo (per chi crede) \u2013 l\u2019amore che lo attende; e permette a chi lo accompagna di ricevere una lezione dalla debolezza di chi muore. C\u2019\u00e8 uno scambio di doni: si capisce che ciascuno di noi ha bisogno dell\u2019altro. E\u2019 difficile comprendere la morte senza riconoscere la propria debolezza, senza cogliere i propri limiti, insomma senza essere umili. L\u2019amore \u00e8 umilt\u00e0 e accoglienza dell\u2019altro. Accompagnando chi muore mostriamo l\u2019importanza che lui ha per noi: non \u00e8 un peso, \u00e8 un dono anche cos\u00ec. E se riesce a leggere nel nostro sguardo, nelle nostre mani, nei nostri gesti, l\u2019affetto che nutriamo per lui, comprender\u00e0 quanto sia grande la sua dignit\u00e0 e quanto egli sia importante per noi: non solo ne sar\u00e0 consolato, ma ci trasferir\u00e0 una consolazione prima inimmaginabile. Anche chi sta morendo dona a chi gli sta accanto.<\/p>\n<p>Confesso che la lunga compagnia che con gli amici di sant\u2019Egidio abbiamo vissuto accanto agli anziani e ai malati terminali, quest\u2019ultimi anche giovani, soprattutto quando negli anni passati la mortalit\u00e0 per l\u2019Aids era altissima, ci ha obbligato a trovare gesti e parole che potessero scaldare il cuore e portare un po\u2019 di consolazione. Questa lunga esperienza ci ha permesso di maturare un ricco patrimonio di sapienza che aiuta a stare accanto in maniera appassionata \u2013 e quindi anche esigente &#8211; a coloro che stanno per attraversare la soglia della morte. Questo patrimonio sapienziale \u2013 che per me chiaramente affonda le radici nelle pagine evangeliche \u2013 \u00e8 un nutrimento che va ben oltre il terreno dei credenti perch\u00e9 aiuta a far crescere una cultura della vicinanza e dell\u2019accompagnamento che fermenta l\u2019intera societ\u00e0. Mi auguro che si sviluppi un dibattito sulle questioni relative al vivere e al morire iscritto in un orizzonte umanistico. Una societ\u00e0 globalizzata ha bisogno di tali prospettive che restituiscono la dignit\u00e0 sia del vivere che del morire. E\u2019 la sfida di questo inizio di millennio.<\/p>\n<p>In questo passaggio della storia che trova le societ\u00e0 per lo pi\u00f9 prive di visioni \u00e8 indispensabile impegnarsi con maggiore creativit\u00e0 da parte di tutti al fine di individuare un orizzonte comune, anche rispettando le diversit\u00e0, ove iscrivere il senso del vivere e del morire. Non si deve dimenticare lo scarto e lo scandalo che, comunque, la vita e la morte gettano nel pensare e nel convivere umano. Potremmo dire che tutti, nessuno escluso, ci troviamo comunque davanti al mistero. Ed \u00e8 proprio lo spazio del mistero che dobbiamo salvaguardare.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Ringrazio per l\u2019invito a rivolgervi qualche riflessione in questa giornata che dedicate a \u201cIl rapporto medico-paziente nel fine vita\u201d. Il titolo propostomi \u00e8 quello del volume che recentemente ho scritto: \u201cSorella morte. La dignit\u00e0 del vivere e del morire\u201d. 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