{"id":19553,"date":"2014-09-08T11:51:28","date_gmt":"2014-09-08T09:51:28","guid":{"rendered":"http:\/\/www.vincenzopaglia.it\/?p=19553"},"modified":"2014-09-15T12:04:03","modified_gmt":"2014-09-15T10:04:03","slug":"religioni-e-culture-in-dialogo-per-la-vita","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.vincenzopaglia.it\/index.php\/religioni-e-culture-in-dialogo-per-la-vita.html","title":{"rendered":"Religioni e culture in dialogo per la vita"},"content":{"rendered":"<p><em>Intervento all&#8217;incontro &#8220;Peace is the future&#8221; Antwerp, 7-9 settembre 2014<\/em><\/p>\n<div>Per la prima volta nella storia l\u2019uomo ha nelle sue mani il potere sulla vita e sulla morte in maniera globale. Un filosofo laico italiano, Salvatore Natoli, per descrivere tale novit\u00e0 richiama la prima pagina della Genesi. E immagina che il serpente abbia suggestionato ancora una volta Eva: \u201cSarai anche tu come Dio!\u201d. In effetti \u2013 scrive Natoli \u2013 l\u2019uomo moderno ha voluto farsi come Dio, con un \u201cassoluto delirio di onnipotenza\u201d. L\u2019uomo contemporaneo pensa che ha tutto il potere nelle sue mani. Se \u00e8 ancora vero l\u2019adagio baconiano homo homini lupus, credo si debba aggiungere anche homo homini deus. Ciascuno si sente Dio. Giuseppe De Rita, un sociologo italiano, parla di \u201cegolatria\u201d, di culto dell\u2019io. E uno psichiatra italiano, Massimo Recalcati, afferma: \u201cil nostro tempo esaspera a tal punto la nozione di individualit\u00e0, amplifica a tal punto la riduzione dell\u2019uomo al potere dell\u2019Io, che finisce per provocarne una ad ogni versione di trascendenza e si considera davvero l\u2019unica ragione del mondo\u201d. L\u2019Io \u2013 sciolto da ogni legame, anche da Dio \u2013 diviene il padrone assoluto di s\u00e9 e della intera convivenza. Tutto deve ruotare attorno all\u2019Io. Un tale iperindividualismo sta indebolendo in maniera radicale il convivere. E\u2019 la societ\u00e0 \u201cliquida\u201d di cui parla Zigmunt Bauman: i rapporti sono appunto liquidi, istabili, alla merc\u00e9 dei desideri individuali.<\/div>\n<div><\/div>\n<div><strong>L\u2019uomo \u00e8 relazione, non solitudine<\/strong><\/div>\n<div><\/div>\n<div>L\u2019uomo per\u00f2 non \u00e8 un essere solitudinario nel suo profondo, non \u00e8 un\u2019isola. Lo mostrano i due racconti della creazione nella Genesi. Nella seconda narrazione (Gn 2, 4b-25) la creazione dell\u2019uomo inizialmente non \u00e8 completa. Dio, dopo aver creato l\u2019universo e aver posto l\u2019uomo nel giardino terrestre, si rende conto che all\u2019uomo manca qualcosa di essenziale. Quel primo uomo non \u00e8 felice, tanto che Dio stesso afferma: \u201cNon \u00e8 bene che l\u2019uomo sia solo\u201d(18). E subito Dio si corregge: \u201cvoglio fargli un aiuto che gli sia simile\u201d(18). Ed ecco la creazione della donna, estratta dalla costola dell\u2019uomo per indicare che sono uguali, non per significare una qualsiasi dipendenza. \u00a0l\u2019uomo, appena la vede, esclama di gioia: \u201cQuesta volta essa \u00e8 carne della mia carne e osso delle mie ossa\u201d(23).<\/div>\n<div>Questo radicale rapporto di relazione \u00e8 evidente anche nell\u2019altro racconto. L\u2019autore sacro scrive: \u201cDio cre\u00f2 l\u2019uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo cre\u00f2; maschio e femmina li cre\u00f2\u201d(1,27). L\u2019uomo e la donna insieme sono l\u2019immagine di Dio; non \u00e8 quindi la singola persona, ma ambedue assieme. Quel che conta davvero nella vita di ciascuno e dell\u2019intera umanit\u00e0 \u00e8 riconoscersi uniti agli altri nella diversit\u00e0. Potremmo dire che l\u2019immagine di Dio sulla terra \u00e8 la fraternit\u00e0 tra tutti, a partire dall\u2019uomo e dalla donna. Nessun individuo pu\u00f2 dirsi perci\u00f2 assoluto, ossia sciolto dagli altri. La creazione dell\u2019uomo nega in radice l\u2019autosufficienza e afferma il \u201cnoi\u201d come la verit\u00e0 dell\u2019uomo. Nessuno \u00e8 mai sconnesso dagli altri, n\u00e9 in vita n\u00e9 in morte.<\/div>\n<div><\/div>\n<div><strong>Libert\u00e0 e responsabilit\u00e0<\/strong><\/div>\n<div><\/div>\n<div>La concezione individualistica dell\u2019uomo fa crescere purtroppo la tristezza del vivere. Quando si \u00e8 senza relazioni e senza amicizia \u00e8 difficile essere guide sagge di se stessi e la capacit\u00e0 di autodeterminazione si indebolisce seriamente: \u201cLa vita solitaria (\u2026) pu\u00f2 essere allegra ed \u00e8 probabile che sia molto indaffarata, ma \u00e8 destinata ad essere anche rischiosa e terribile\u201d(Bauman). La paura della malattia e della morte divengono a tal punto forti da condizionare in maniera profonda la coscienza. In tali condizioni \u00a0\u2013 senza speranza di poter vivere felice da anziani o da disabili &#8211; una persona \u00e8 portata facilmente a chiedere di morire. Molti suicidi \u2013 inclusi i suicidi assistititi praticati da alcune organizzazione non profit \u2013 si spiegano col terrore che il paziente ha della solitudine o con la depressione d\u2019essere rimasti soli davanti alla vecchiaia imminente e alla malattia.<\/div>\n<div>Occorre dare una risposta, sul piano culturale, che valorizzi la vera pienezza del vivere, anche se questo non corrisponde alla idea di felicit\u00e0 oggi pi\u00f9 propagandata. Emblematico \u00e8 il discorso sul corpo: lo si esalta rendendolo il centro di mille attenzioni, ma poi lo si disprezza quando si indebolisce, quando diventa fragile. Il feticismo del corpo e l\u2019idea di dover assecondarne un modello di perfezione rende particolarmente vulnerabili adolescenti e anziani. Pensiamo alla diffusione di disturbi quali l\u2019anoressia o all\u2019esplosione della chirurgia estetica. Entrambi, adolescenti e anziani, appaiono pi\u00f9 esposti allo sguardo giudicante degli altri. Jean Amery ha giustamente notato che \u201cil mondo annienta l\u2019individuo che invecchia, rendendolo invisibile. Lo sguardo degli altri lo attraversa come potrebbe attraversare una materia trasparente\u201d. \u00a0Ma cancellare i segni che il tempo lascia sul corpo significa anche cancellare la memoria e, in definitiva, la propria identit\u00e0.<\/div>\n<div>Non \u00e8 vero che non si possa vivere pienamente o felicemente da malati o avendo delle disabilit\u00e0. Un tratto decisivo dell\u2019umanesimo \u2013 cristiano e non &#8211; \u00e8 la valorizzazione della relazione: non solo si pu\u00f2 essere felici in una condizione di debolezza quindi di indispensabile bisogno di aiuto, ma proprio la relazione con l\u2019altro costituisce la cifra del legame sociale e affettivo che consente di vivere bene in una condizione di fragilit\u00e0 sempre immanente nella vita.<\/div>\n<div><\/div>\n<div><strong>La vita di ciascuno \u201cpatrimonio dell\u2019umanit\u00e0\u201d<\/strong><\/div>\n<div><\/div>\n<div>La vita poi \u00e8 un bene che ci accomuna, che ci unisce, che ci avvolge. Nessuno ne \u00e8 padrone assoluto anche perch\u00e9 la vita di ognuno \u00e8 legata saldamente a quella altri. Per questo Aldo Schiavone \u2013 anche da un punto di vista laico &#8211; sostiene che la vita \u00e8 un bene di cui il soggetto non pu\u00f2 totalmente disporre. La vita di ogni persona \u2013 nella sua singolarit\u00e0 e concretezza &#8211; esprime un valore e una potenzialit\u00e0 sociali a tal punto alti da non poter essere affidati unicamente a chi quella vita vive. Ogni singola persona \u00e8 un \u201cpatrimonio dell\u2019umanit\u00e0\u201d, e come tale va custodita, aiutata e difesa. Talora si ha pi\u00f9 preoccupazione per monumenti storici che per la vita della gente. Scrive bene Schiavone: \u201cSe noi ci rendiamo conto davvero che non esisteranno mai due vite uguali \u2013 biologicamente e culturalmente \u2013 che ogni vita individuale porta con s\u00e9 un patrimonio di diversit\u00e0 unico al mondo, possiamo ben concludere che questo moltiplicarsi infinito delle differenze sia una ricchezza della specie, un patrimonio che appartiene, in ogni suo frammento, all\u2019umanit\u00e0 tutta intera. Ogni morte \u00e8, sia pure in minima parte, la nostra morte: \u2018Non chiederti per chi suona la campana, essa suona per te\u2019. Insomma, l\u2019essere padrone esclusivo della propria vita non significa essere autorizzato a poterla cancellare per un capriccio soggettivo\u201d.<\/div>\n<div>Continua il filosofo italiano: \u201cDobbiamo accettare regole in cui la libert\u00e0 individuale \u2013 nella figura estrema di libert\u00e0 di porre fine ai propri giorni \u2013 si misuri con l\u2019interesse collettivo che ogni vita sia conservata, sin quando possibile\u201d. Qui Schiavone mette in campo una sorta di principio della specie e quindi il coinvolgimento di tutti nel giudicare il valore della vita e della morte che a suo parere richieder\u00e0 una pensosit\u00e0 nuova visto il nuovo contesto \u201cpost-naturale\u201d nel quale anche la morte viene inserita.<\/div>\n<div>Anche Hans Jonas invita a riflettere sulla responsabilit\u00e0 che ciascuno ha per la vita degli altri: \u201cIo posso avere responsabilit\u00e0 nei confronti di altri, il cui benessere dipende dal mio, ad esempio come capofamiglia, come madre di famiglia, come autorevole titolare di una funzione pubblica: tali responsabilit\u00e0 limitano non giuridicamente ma moralmente la mia libert\u00e0 di rifiutare cure mediche. Si tratta in sostanza delle stesse riserve che limitano dal punto di vista etico il mio diritto al suicidio, anche quando nessun divieto religioso riveste pi\u00f9 per me valore\u201d(p.14). E ritiene sia moralmente responsabile impedire ad altri che si suicidino: \u201cGli altri, inclusi i poteri pubblici, hanno il diritto (che in definitiva viene persino considerato un dovere) di impedire, mediante tempestivo intervento, che non esclude neppure il ricorso alla forza, un tentativo attivo di suicidio\u201d. E\u2019 vero \u2013 sottolinea \u2013 che si entra nella intima sfera di libert\u00e0 del soggetto, ma \u00e8 comunque momentanea e in diretto rapporto con la libert\u00e0 del soggetto: \u201cColui che \u00e8 stato salvato \u00e8 comunque \u00a0padrone di confutare questa interpretazione. Il suicida risoluto conserva sempre l\u2019ultima parola. Qui non discuto l\u2019etica del suicidio in quanto tale, ma soltanto i diritti (e i doveri) che altri hanno di interferie\u201d(pp 15-16). Queste parole suonano importanti di fronte alla situazione contemporanea. Secondo l\u2019OMS, ad esempio, ogni anno nel mondo si suicidano in media 800.000 persone, ossia uno ogni 40 secondi (El Pais). E per ogni persona che riesce ce ne sono 20 che lo intentano. E se non fosse ancora un tab\u00f9, la cifra salirebbe in maniera esponenziale.<\/div>\n<div><\/div>\n<div><strong>L\u2019eutanasia, una domanda d\u2019amore inevasa\u00a0<\/strong><\/div>\n<div><\/div>\n<div>La richiesta dell\u2019eutanasia si affaccia sempre attraverso l\u2019enfasi del caso estremo di profonda sofferenza, di solitudine, di angoscia, che richiede un intervento compassionevole. La paura di una morte in queste condizioni ovviamente muove l\u2019opinione pubblica ad avere un sentimento di compassione. Poi si aggiunge: non c\u2019\u00e8 nessuna legge che obbliga a chiederla. La morte per eutanasia \u00e8 presentata come un evento positivo che comunque risponde ad una domanda di dignit\u00e0 del morire. Si afferma, infatti, che la vera umanit\u00e0 e la saggia responsabilit\u00e0 consistono nel far morire bene e non soltanto nel diminuire la sofferenza. Purtroppo, ancora una volta avviene uno slittamento pericoloso: \u2018aiutare\u2019 un malato vuol dire sempre di pi\u00f9 \u2018aiutarlo a morire\u2019 pi\u00f9 che \u2018aiutarlo a vivere\u2019. E affermare che bisogna \u2018morire in modo degno\u2019 significa sempre di meno \u2018morire in modo naturale\u2019 (considerato spesso indegno, specie se la morte si fa aspettare) e sempre pi\u00f9 ottenere la morte per via medicalmente indotta.<\/div>\n<div>C\u2019\u00e8 chi dice che se qualcuno la chiede va rispettato nella sua libera scelta. Esiste il diritto alla vita, non l\u2019obbligo. Se qualcuno vuole vivere la sua vita fino alla morte naturale, benissimo; ma con quale diritto la societ\u00e0 vieta ad uno di voler morire se liberamente lo sceglie? In verit\u00e0, chi sta accanto ai malati terminali e li assiste con attenzione, pazienza e amore sa bene che tanto spesso la richiesta di eutanasia non \u00e8 una domanda di morte ma richiesta di accompagnamento e di aiuto a non soffrire. Ed \u00e8 qui che c\u2019\u00e8 il vuoto della risposta. E la legge reclamata di fatto vuole tranquillizzare la coscienza di chi non si assume il peso della risposta di amore.<\/div>\n<div>Emmanuel Hirsch, nel suo volume L\u2019euthanasie par compassion? Manifest pour une fin de vie dans la dignit\u00e9, racconta che nel corso degli ultimi anni pi\u00f9 volte gli \u00e8 capitato di dialogare con pazienti che gli hanno chiesto di morire: \u201cUna volta comprese le motivazioni di questa richiesta, rispondevo: \u2018Ci\u00f2 che mi domandate non lo far\u00f2 mai, ma vi prometto che, se vi aggravate, far\u00f2 del tutto per impedirvi di soffrire e di prolungare le sofferenze\u2019. In tutti i casi, salvo un paziente che \u00e8 rimasto in silenzio, i malati mi hanno risposto pi\u00f9 o meno cos\u00ec: \u2018\u00e8 ci\u00f2 che io mi aspetto esattamente da lei, non altro\u2019\u201d.<\/div>\n<div>Giovanni Paolo II smaschera la pretesa della compassione che giustifica la pratica eutanasia: \u201cAnche se non motivata dal rifiuto egoistico di farsi carico dell&#8217;esistenza di chi soffre, l&#8217;eutanasia deve dirsi una falsa piet\u00e0, anzi una preoccupante &#8220;perversione&#8221; di essa: la vera &#8220;compassione&#8221;, infatti, rende solidale col dolore altrui, non sopprime colui del quale non si pu\u00f2 sopportare la sofferenza. E tanto pi\u00f9 perverso appare il gesto dell&#8217;eutanasia se viene compiuto da coloro che &#8211; come i parenti &#8211; dovrebbero assistere con pazienza e con amore il loro congiunto o da quanti &#8211; come i medici -, per la loro specifica professione, dovrebbero curare il malato anche nelle condizioni terminali pi\u00f9 penose. La scelta dell&#8217;eutanasia diventa pi\u00f9 grave quando si configura come un omicidio che gli altri praticano su una persona che non l&#8217;ha richiesta in nessun modo e che non ha mai dato ad essa alcun consenso. Si raggiunge poi il colmo dell&#8217;arbitrio e dell&#8217;ingiustizia quando alcuni, medici o legislatori, si arrogano il potere di decidere chi debba vivere e chi debba morire. &#8221; (Evangelium Vitae, 66).<\/div>\n<div>La compassione \u00e8 vicinanza, comprensione, fiducia e non affidamento alla pura tecnica o alla freddezza della legge per porre in atto un\u2019azione che provoca la morte. Lo aveva intuito bene, per fare un solo esempio, il Presidente francese, Francois Mitterand. Dopo essere stato operato di tumore, in un colloquio con una amica espose la sua decisa opposizione all\u2019eutanasia: \u201cNon ho abolito la pena di morte per poi reintrodurla sotto un\u2019altra forma!\u201d(M. de Hennezel, Nous volulons tous mourir dans la dignit\u00e9, Paris 2013, p. 38). E aggiunse: \u201cIn un paese democratico, una legge non pu\u00f2 sacralizzare un tale diritto! Finch\u00e9 vivr\u00f2, mi opporr\u00f2 perch\u00e9 questa linea rossa non venga oltrepassata. E\u2019 troppo grave!\u201d.<\/div>\n<div>Un altro grande medico, non credente, Lucien Israel, non ha dubbi: la \u201cmoda dell\u2019eutanasia\u201d \u00e8 il crollo della societ\u00e0 occidentale. E tra i motivi del suo netto dissenso ne esplicita il seguente: \u201cL\u2019eutanasia legalizzata rappresenta la rottura del legame simbolico tra le generazioni. Figli, nipoti e, ormai, pronipoti, visto che stiamo per diventare una societ\u00e0 a quattro generazioni, sapranno che ci si pu\u00f2 sbarazzare dei vecchi\u201d. La scelta di una cultura eutanasia, ben lontana da inscriversi in una dimensione umanistica, spinge verso una tragica deriva di incivilt\u00e0. Wijkmark, in un romanzo degli anni Settanta, La morte moderna, mostra la deriva di una \u2018democrazia della morte\u2019 \u2013 ossia la convinta auto eliminazione dei vecchi come un traguardo egualitario che elimina la differenza tra chi \u00e8 malato, chi \u00e8 sano, chi \u00e8 solo, chi \u00e8 circondato da affetti &#8211; \u00e8 la morte della democrazia\u201d.<\/div>\n<div><\/div>\n<div><strong>Il mistero della vita e della morte: verso un nuovo umanesimo<\/strong><\/div>\n<div><\/div>\n<div>C\u2019\u00e8 bisogno di una nuova alleanza tra le religione e gli umanisti. L\u2019intera vita umana e il creato sono immersi nel mistero. E mi riferisco ad una dimensione teologica ma anche temporale. C\u2019\u00e8 il mistero nel senso religioso, ossia della creazione che ci precede ci avvolge e ci supera. E\u2019 il senso stesso della religiosit\u00e0 che pone l\u2019uomo come creatura. Ma c\u2019\u00e8 anche il mistero di quel che sul piano semplicemente scientifico pu\u00f2 accadere e che oggi non conosciamo. In tali \u201cquestioni ultime\u201d siamo sempre \u201cpenultimi\u201d, ossia con le conoscenze scientifiche del momento e ignari del possibile progresso. Ecco perch\u00e9 ogni decisione deve restare nei suoi limiti. Quel che si rende indispensabile \u00e8 l\u2019incontro e il dialogo su tali temi evitando di abbandonare alla \u201ctecnica\u201d ci\u00f2 che \u00e8 sommamente umano come la vita in tutte le sue fasi.<\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Intervento all&#8217;incontro &#8220;Peace is the future&#8221; Antwerp, 7-9 settembre 2014 Per la prima volta nella storia l\u2019uomo ha nelle sue mani il potere sulla vita e sulla morte in maniera globale. Un filosofo laico italiano, Salvatore Natoli, per descrivere tale novit\u00e0 richiama la prima pagina della Genesi. 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