{"id":19090,"date":"2014-04-24T19:09:35","date_gmt":"2014-04-24T17:09:35","guid":{"rendered":"http:\/\/www.vincenzopaglia.it\/?p=19090"},"modified":"2014-04-24T19:44:06","modified_gmt":"2014-04-24T17:44:06","slug":"papa-francesco-e-il-concilio","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.vincenzopaglia.it\/index.php\/papa-francesco-e-il-concilio.html","title":{"rendered":"Papa Francesco e il Concilio"},"content":{"rendered":"<p><em>Non un padre conciliare, ma un figlio del Concilio<\/em><\/p>\n<p>Ho scelto di declinare la mia riflessione sul Concilio rapportando questo evento con la figura dio Papa Francesco, un Papa che non ha preso parte all\u2019assise conciliare, ma che fa del Concilio il fondamento della sua azione pastorale. Andrea Riccardi,nel suo recente volume su Papa Francesco, scrive:\u00a0 \u201cpapa Bergoglio non cita molto i testi del Concilio, come talvolta avviene nell\u2019oratoria ecclesiastica dell\u2019ultimo mezzo secolo. Eppure il suo messaggio e il suo stile sono impregnati del Vaticano II\u201d[1] e \u201cla sua figura e la sua pastorale sembrano imbevute dello spirito del Concilio\u201d [2]. Anche nella lunga intervista a p. Antonio Spadaro ha dedicato solo poche parole al Vaticano II[3]. Ma pochi giorni dopo, nell\u2019intervista a Eugenio Scalfari, Francesco ha espresso un giudizio illuminante: su temi cruciali come l\u2019ecumenismo e il dialogo interreligioso, dopo il Vaticano II \u00e8 stato \u201cfatto molto poco [\u2026] Io ho l\u2019umilt\u00e0 e l\u2019ambizione di volerlo fare\u201d[4]. Non basta, dunque, richiamare i testi conciliari, occorre soprattutto realizzare il Concilio. E dire \u201cio ho l\u2019umilt\u00e0 e l\u2019ambizione di voler[\u2026] fare\u201d ci\u00f2 che ancora non \u00e8 stato fatto suona\u00a0 come un impegno a fare dell\u2019attuazione del Concilio una priorit\u00e0 del pontificato.<\/p>\n<p>Per cercare di capire meglio l\u2019atteggiamento di Francesco verso il Vaticano II, oltre ad approfondire il suo pensiero, possono essere utili alcune osservazioni di tipo storico. Per la prima volta dalla chiusura del Vaticano II, infatti, \u00e8 stato eletto un papa che non ha avuto un\u2019esperienza diretta della vicenda conciliare. Karol Wojtyla ha partecipato alle sue ultime sessioni e Joseph Ratzinger lo ha seguito da vicino come perito del card. Frings. Nato nel 1936, Bergoglio si \u00e8 certamente interessato di quanto accadeva a Roma tra il 1962 e il 1965: nel 1958, infatti, ha iniziato la sua formazione nella Compagnia di Ges\u00f9 e nel 1969 \u00e8 stato ordinato sacerdote. L\u2019assenza di un\u2019esperienza diretta del Concilio, per\u00f2, non si \u00e8 tradotta in lontananza dal rinnovamento conciliare: anche se non \u00e8 stato tra i padri conciliari, Bergoglio ha vissuto un legame non meno coinvolgente, quello di \u201cfiglio\u201d del Concilio. Si tratta di una &#8220;figliolanza&#8221;, che si \u00e8 realizzata attraverso un contesto, quello in cui Jorge Bergoglio \u00e8 vissuto dai primi anni sessanta in poi, che ha favorito un rapporto pi\u00f9 ricco pastoralmente e meno tormentato teologicamente di quello vissuto da molti vescovi europei della sua generazione.<\/p>\n<p><em>Il gesuita post-conciliare<\/em><\/p>\n<p>Si tratta anzitutto del contesto della Compagnia di Ges\u00f9: il suo approccio al Vaticano II \u00e8 stato anzitutto l\u2019approccio di un gesuita. Alcuni gesuiti sono stati precursori importanti del Vaticano II, da Theilard de Chardin a Jean Danielou, oltre a de Lubac un autore che Bergoglio cita spesso. Ma una parte della Compagnia non ha partecipato alle correnti innovatrici che hanno preceduto il Vaticano II. Con quello spirito di obbedienza che permea profondamente la Compagnia, i gesuiti hanno vissuto in profondit\u00e0 il rinnovamento conciliare, pagando anche prezzi elevati in termini di crisi personali e\u00a0 divisioni interne. Ma proprio dalle loro file sono usciti alcuni interpreti tra i pi\u00f9 importanti del rinnovamento conciliare, tra cui padre Arrupe[5] e il card. Martini. Bergoglio parla con rispetto di entrambi, ma il suo stile sembra diverso; non appare in primo piano quel legame con il tema dell\u2019inculturazione, tanto importante per Arrupe, e non ha il rapporto con la Scrittura tipico del biblista Martini. Il suo approccio al Vaticano II appare piuttosto segnato in primo luogo da una forte impronta spirituale, da quella \u201cstruttura spirituale\u201d tipica dei gesuiti che in lui appare molto marcata.<\/p>\n<p>L\u2019intervista alla Civilt\u00e0 Cattolica \u00e8 in questo senso eloquente. Qui Bergoglio confessa l\u2019attrazione esercitata su di lui dalla Compagnia\u00a0 perch\u00e9 \u201c\u00e8 un\u2019istituzione in tensione, sempre radicalmente in tensione\u201d.\u00a0 E spiega che tale tensione \u00e8 alla base anche della vita personale di ciascun gesuita, compresa la sua. \u201cQuesta\u00a0 tensione ci porta continuamente fuori da noi stessi\u201d. Francesco lo esprime attraverso la definizione del gesuita come di un \u201cdecentrato\u201d il cui \u201ccentro \u00e8 Cristo e la sua Chiesa\u201d: questi due punti fondamentali di riferimento sono alla base dell\u2019 \u201cequilibrio per vivere in periferia\u201d. E\u2019 dunque evidente la radice profondamente ignaziana della sua spiritualit\u00e0, il senso di perenne militanza al servizio della Chiesa che la pervade e l\u2019intrinseca proiezione missionaria, insieme per\u00f2 ad un riferimento cristocentrico e ad un amore per i poveri delle periferie che riflettono l\u2019influenza del Vaticano II.<\/p>\n<p>Bergoglio dichiara che tre cose gli sono piaciute particolarmente dello spirito gesuita: \u201cla missionariet\u00e0, la comunit\u00e0 e la disciplina\u201d. Insiste in particolare sul senso della comunit\u00e0 di cui egli sente un profondo bisogno, come si vede anche dalle scelte da lui compiute dopo l\u2019elezione tra cui la residenza a Santa Marta invece che nell\u2019appartamento papale[6].\u00a0 Ma non si deve dimenticare che nella formazione dei gesuiti c\u2019 \u00e8 anche una forte dimensione individuale: il gesuita \u00e8 \u201cattrezzato\u201d per affrontare da solo le diverse circostanze in cui si trova spinto dallo zelo missionario. Non a caso un altro pilastro della spiritualit\u00e0 ignaziana sui cui Bergoglio insiste molto \u00e8 \u201cil discernimento\u201d, \u201cuna delle cose che pi\u00f9 ha lavorato interiormente sant\u2019Ignazio. Per lui \u00e8 uno strumento di lotta\u2026 per sentire le cose di Dio a partire dal suo\u00a0 \u2018punto di vista\u2019. Per sant\u2019Ignazio i grandi princ\u00ecpi devono essere incarnati nelle circostanze di luogo, di tempo e di persone\u201d. Si realizza guardando i segni, ascoltando le cose che accadono, il sentire della gente, specialmente i poveri\u201d. Lo strumento spirituale del discernimento \u00e8 la chiave per vivere nella storia e per cambiare la realt\u00e0[7]. In papa Francesco, insomma, emerge un solido equilibrio tra senso comunitario e responsabilit\u00e0 individuale radicato nella formazione ricevuta.<\/p>\n<p>Sull\u2019impianto spirituale del gesuita si sono innestate per\u00f2 influenze conciliari che lo hanno allontanato da alcuni tratti della precedente tradizione della Compagnia. Sono indicative ad esempio l\u2019esplicita\u00a0 distanza dal tomismo &#8211; cui viene preferito l\u2019insegnamento di Sant\u2019Agostino in particolare quello delle <em>Confessioni<\/em> e del primato della grazia &#8211; o l\u2019insistenza sulla priorit\u00e0 di un approccio mistico, dopo che per tanto tempo la Compagnia ha privilegiato soprattutto l\u2019ascesi[8]. Ha un sapore conciliare anche la rivisitazione di Ignazio in chiave mistica: \u201cIgnazio \u00e8 un mistico, non un asceta\u2026 Quella che sottolinea l\u2019ascetismo, il silenzio e la penitenza \u00e8 una corrente deformata che si \u00e8 pure diffusa nella Compagnia in ambito spagnolo. Io sono vicino invece alla corrente mistica\u201d. Andrea Riccardi ha visto\u00a0 in Bergoglio l\u2019esempio di \u201cuna Chiesa che [con il Concilio] ama di pi\u00f9 di Dio\u201d e, per questo, \u201cmanifesta con pi\u00f9 profondit\u00e0 il suo legame simpatetico con gli uomini e le donne del nostro tempo. Si \u00e8 equivocato sul Concilio. Lo si \u00e8 ridotto ad una serie di riforme attuate o inattuate, ma il Concilio \u00e8 qualcosa di pi\u00f9\u201d[9]. Una conferma in questo senso viene anche dalla figura di un gesuita, che Bergoglio indica come suo modello: si tratta di un compagno di Ignazio, Favre, descritto da un contemporaneo del Concilio il gesuita Michel de Certeau come esempio di \u201cprete riformato\u2019, per il quale l\u2019esperienza interiore, l\u2019espressione dogmatica e la riforma strutturale sono intimamente indissociabili\u201d[10]. Di Favre, papa Francesco apprezza in particolare \u00abil dialogo con tutti, anche i pi\u00f9 lontani e gli avversari; la piet\u00e0 semplice, una certa ingenuit\u00e0 forse, la disponibilit\u00e0 immediata, il suo attento discernimento interiore, il fatto di essere uomo di grandi e forti decisioni e insieme capace di essere cos\u00ec dolce, dolce\u2026\u00bb. Bergoglio, ha scritto ancora Andrea Riccardi, \u00e8 \u201cl\u2019 uomo non solo dei documenti conciliari, ma di questa simpatia evangelica\u00a0 che rappresenta tanta parte dello spirito del Concilio\u201d [11] e che Paolo VI ha espreso nel discorso di chiusura del Vaticano II[12]<\/p>\n<p>Ha inoltre un\u2019impronta conciliare, missionaria ed evangelizzatrice, l\u2019idea del ruolo che il gesuita \u00e8 chiamato a svolgere nella Chiesa: interrogandosi continuamente, afferma papa Francesco, il gesuita spinge la Compagnia ad \u201cessere in ricerca, creativa, generosa\u201d in una vicinanza profonda a tutta la Chiesa, anche a costo di incomprensioni e tensioni come \u2013 egli spiega rivisitando alcune grandi pagine della storia dei gesuiti nel mondo &#8211; i riti cinesi, i riti malabarici, le riduzioni in Paraguay. Si pu\u00f2 parlare insomma di Bergoglio come di un gesuita post-conciliare che antepone la spiritualit\u00e0 alla cultura e alla teologia, che crede fermamente nella spiritualit\u00e0 come fonte di scelte personali e di cambiamenti collettivi, di rinnovamento della Chiesa e di profonde trasformazioni sociali. Per Bergoglio, infatti, la spiritualit\u00e0 \u2013 e, in primo luogo, la preghiera &#8211; cambia la storia, pi\u00f9 che il pensiero, anche quello teologico o filosofico.<\/p>\n<p><em>Comunione e collegialit\u00e0<\/em><\/p>\n<p>Il contesto in cui Bergoglio ha recepito il Vaticano II \u00e8 stato inoltre un contesto argentino e, pi\u00f9 in generale, latino-americano. Alcuni aspetti tipici della recezione del Concilio in Europa sono stati assenti in America Latina o sono stati presenti come meno forza e viceversa. Tali differenze hanno profonde radici storiche: la cristianizzazione dell\u2019America Latina ha assunto forme diverse da quella dell\u2019Europa. Guzman Charriquiry ha parlato del cattolicesimo latino-americano come di un cattolicesimo \u201cstremo occidentale\u201d e \u201cmeticcio\u201d perch\u00e9 radicato nella tradizione europea, latina, occidentale e al tempo stesso profondamente influenzato dalle popolazioni del continente sudamericano. L\u2019influenza del <em>padroado<\/em> spagnolo e portoghese ha, ad esempio, impedito molti sviluppi tipici della riforma post-tridentina in Europa. In estrema sintesi, si pu\u00f2 dire che in AL \u00e8 mancata quella fortissima strutturazione ecclesiastica tipica del cattolicesimo europeo in et\u00e0 moderna e contemporanea. Vescovi e sacerdoti non hanno costituito un \u201ccorpo ecclesiastico\u201d separato ma sono stati piuttosto \u201cimmersi\u201d nel popolo. Qui la religiosit\u00e0 popolare ha sempre avuto un ruolo pi\u00f9 rilevante che in Europa[13]. Non si sono sviluppati in America Latina n\u00e9 fenomeni di clericalismo tipici dei paesi europei, n\u00e9 quella complessa e tormentata evoluzione della figura del laico che ha segnato in Europa il cattolicesimo contemporaneo. Molti paesi latino-americani hanno inoltre conosciuto forti contrasti tra Chiesa e Stato e le classi dirigenti sono state spesso anticlericali, senza per\u00f2 che questo esercitasse un\u2019influenza diretta su popoli in larga misura di fede cattolica. L\u2019ideologia laica, liberale e, spesso, anche laicista delle classi dirigenti, in altre parole, non ha costituito un problema rilevante per quanto riguarda gran parte della pastorale cattolica. E cos\u00ec via.<\/p>\n<p>Questo retroterra aiuta anzitutto a capire la recezione bergogliana dell\u2019ecclesiologia conciliare. E\u2019 illuminante, in questo senso, la vicinanza tra le sue posizioni e quelle del suo predecessore Benedetto XVI che, nel discorso tenuto al clero romano il 14 febbraio 2013, ha detto:<\/p>\n<p>\u201cMa solo dopo il Concilio \u00e8 stato messo in luce un elemento che si trova un po\u2019 nascosto, anche nel Concilio stesso, e cio\u00e8: il nesso tra Popolo di Dio e Corpo di Cristo, \u00e8 proprio la comunione con Cristo nell\u2019unione eucaristica. Qui diventiamo Corpo di Cristo; cio\u00e8 la relazione tra Popolo di Dio e Corpo di Cristo crea una nuova realt\u00e0: la comunione. E dopo il Concilio \u00e8 stato scoperto, direi, come il Concilio, in realt\u00e0, abbia trovato, abbia guidato a questo concetto: la comunione come concetto centrale. Direi che, filologicamente, nel Concilio esso non \u00e8 ancora totalmente maturo, ma \u00e8 frutto del Concilio che il concetto di comunione sia diventato sempre pi\u00f9 l\u2019espressione dell\u2019essenza della Chiesa, comunione nelle diverse dimensioni: comunione con il Dio Trinitario \u2013 che \u00e8 Egli stesso comunione tra Padre, Figlio e Spirito Santo -, comunione sacramentale, comunione concreta nell\u2019episcopato e nella vita della Chiesa\u201d.<\/p>\n<p>Il tema della comunione appare particolarmente adatto anche per esprimere la concezione ecclesiologica di papa Francesco, che non insiste sulla distinzione clero\/laicato \u2013 tipica della vicenda europea &#8211; ma piuttosto su una visione unitaria della Chiesa, da lui definita nell\u2019intervista a padre Spadaro come \u201cpopolo di Dio\u201d e \u201csanta madre Chiesa gerarchica\u201d.<\/p>\n<p>L\u2019influenza del contesto latino-americano nella recezione bergogliana del Concilio emerge anche intorno al tema della collegialit\u00e0. A differenza di altri continenti, infatti, l\u2019America Latina presenta tratti culturali comuni, malgrado fortissime differenze. E non \u00e8 casuale che proprio in America Latina gli organismi di raccordo tra i diversi episcopati nazionali siano stati caratterizzati da maggior vitalit\u00e0 ed efficacia rispetto ad altri continenti. Bergoglio ha lavorato intensamente all\u2019interno del Celam e qui ha maturato una concreta esperienza di collegialit\u00e0 episcopale. Nell\u2019intervista alla Civilt\u00e0 Cattolica ha spiegato che per collegialit\u00e0 intende \u201ccamminare insieme: la gente, i Vescovi e il Papa\u201d[14]. In occasione del primo incontro del consiglio degli otto cardinali da lui nominati per consigliare il papa, \u00e8 stato diramato un comunicato che riferisce: \u201cLa prima riunione [\u2026] si \u00e8 aperta con una riflessione introduttiva del Papa sulla ecclesiologia del Concilio Vaticano II, da collocarsi in un clima di lavoro non limitato a questioni organizzative e all&#8217;efficienza dell&#8217;istituzione, ma in una visione della Chiesa teologica e spirituale, ispirata all&#8217;ecclesiologia del Vaticano II e della sua attuazione\u201d. E prosegue: \u201cLa riflessione ha riguardato alcuni punti messi in luce dal Concilio: come ravvivare il rapporto fra la Chiesa universale e la Chiesa locale, comunione e collegialit\u00e0, Chiesa dei poveri, laici nella Chiesa:.. Tutti elementi del Concilio presenti come temi di fondo. Alla luce di ci\u00f2 si dibatte sulle strutture di governo&#8221;.<\/p>\n<p>La collegialit\u00e0 non costituisce per Bergoglio un principio astratto ma si inserisce in concreto, da un lato, nel rapporto tra la Curia romana &#8211; da lui descritta come una sorta di \u201cintendenza\u201d &#8211; e le diverse Chiese locali, e dall\u2019altro in quello tra Chiese antiche e Chiese nuove, un problema cruciale per il cattolicesimo contemporaneo. Al primo problema ha fatto riferimento quando ha parlato degli aspetti cortigiani che ha definito \u201clebbra\u201d della Chiesa e il secondo \u00e8 stato da lui richiamato nell\u2019intervista alla Civilt\u00e0 Cattolica quando ha detto:<\/p>\n<p>\u00abLe Chiese giovani sviluppano una sintesi di fede, cultura e vita in divenire, e dunque diversa da quella sviluppata dalle Chiese pi\u00f9 antiche. Per me, il rapporto tra le Chiese di pi\u00f9 antica istituzione e quelle pi\u00f9 recenti \u00e8 simile al rapporto tra giovani e anziani in una societ\u00e0: costruiscono il futuro, ma gli uni con la loro forza e gli altri con la loro saggezza. Si corrono sempre dei rischi, ovviamente; le Chiese pi\u00f9 giovani rischiano di sentirsi autosufficienti, quelle pi\u00f9 antiche rischiano di voler imporre alle pi\u00f9 giovani i loro modelli culturali. Ma il futuro si costruisce insieme\u00bb.<\/p>\n<p><em>Missione ed evangelizzazione<\/em><\/p>\n<p>Bergoglio non ha vissuto solo la recezione del Concilio ma anche il travaglio post-conciliare in un contesto diverso da quello europeo. In Europa, la questione del bilancio del Vaticano II si \u00e8 intrecciata strettamente con quella della scristianizzazione. Anche a causa delle diverse modalit\u00e0 che ha avuto storicamente la cristianizzazione in AL e in Europa, l\u2019insieme dei fenomeni che indichiamo con i termini secolarizzazione e scristianizzazione si presentano con forme diverse nei due diversi contesti e, soprattutto, sono percepiti in modi diversi.\u00a0 E\u2019 indicativo in questo senso che Bergoglio parli di \u201cpagani\u201d e cio\u00e8 di non evangelizzati o di poco evangelizzati, piuttosto che di \u201cscristianizzati\u201d. \u201cNel caso specifico di Buenos Aires, possiamo dire che si tratta di una citt\u00e0 pagana; non lo dico in senso peggiorativo, ma solo come constatazione. E\u2019 una citt\u00e0 che adora molti dei\u2026 E\u2019 un fatto che la cultura edonistica, consumistica, narcisista sta inquinando il cattolicesimo. Ci contagia, e in qualche modo finisce per relativizzare la vita religiosa, per paganizzarla, per renderla mondana, secolare\u2026\u201d[15].<\/p>\n<p>Pur evocando problemi molto simili a quelli che sfidano la Chiesa in Europa \u2013 come la mentalit\u00e0 edonistica e consumistica &#8211; Bergoglio esprime un approccio al tema dell\u2019evangelizzazione diverso da quello segnato, in Europa, dalla convinzione di vivere in una societ\u00e0 \u201cpost-cristiana\u201d, almeno in parte sempre pi\u00f9 refrattaria ai valori cristiani e in cui il \u201crecupero\u201d dei lontani appare molto difficile. Tale atteggiamento spinge molti cattolici verso posizioni di chiusura o di difesa nei confronti del mondo contemporaneo, non pi\u00f9 in reazione ai pericoli rappresentati da uno Stato laico, anticlericale o antireligioso, come nel XIX e nel XX secolo, ma da una diffusa mentalit\u00e0 secolarizzata o ipersecolarizzata, di impianto relativista. Tutto ci\u00f2 ispira spesso posizioni autoreferenziali e un ripiegamento che inibisce lo slancio missionario[16]. Si collocano in tale <em>humus<\/em> anche le spinte in senso tradizionalista, sulle cui negative implicazioni ideologiche papa Francesco ha richiamato l\u2019attenzione[17]. Tali reazioni si spiegano, infatti, in collegamento con una \u201cnuova\u201d condizione di minoranza che ispira di sentimenti di nostalgia per una (presunta) situazione di cristianit\u00e0 in cui i cristiani erano \u201cmaggioranza\u201d. Non \u00e8 questa l\u2019ottica di papa Francesco che recentemente ha detto esplicitamente di considerare addirittura un vantaggio la condizione di minoranza dei cristiani nella societ\u00e0 contemporanea[18]. In questa luce, perde di importanza l\u2019interrogativo se il Vaticano II abbia accelerato la scristianizzazione e contribuito alla crisi della Chiesa, temi molto dibattuti in Europa[19]. La diversit\u00e0 degli approcci ispira anche un diverso rapporto \u2013 efficacemente sintetizzato dalla vivace immagine usata papa Francesco quando ha detto che i pastori devono avere lo stesso odore delle pecore \u2013 un rapporto tra i pastori e un popolo che, malgrado la concorrenza delle sette o l\u2019influenza di altre forme di religiosit\u00e0, Bergoglio non sente complessivamente refrattario allo sforzo di evangelizzazione condotto dalla Chiesa. Ed esprime un atteggiamento non spaventato e difensivo verso i non cristiani, bens\u00ec di simpatia, nel senso conciliare del termine, e cio\u00e8 di condivisione delle gioie e delle speranze, le sofferenze e i dolori degli uomini e delle donne contemporanei.<\/p>\n<p>In tale contesto si colloca il rapporto forte e diretto di Bergoglio con un tema cruciale del Concilio, quello dell\u2019evangelizzazione. Questo tema ha costituito la principale chiave interpretativa dell\u2019evento conciliare proposta dal magistero degli ultimi pontefici. Fu Giovanni XXIII ad auspicare che il Concilio rappresentasse una nuova Pentecoste e proprio di annuncio del Vangelo al mondo parl\u00f2 Paolo VI nel discorso di chiusura pronunciato l\u2019 8 dicembre 1965, quando sintetizz\u00f2 nello spirito di carit\u00e0 l\u2019approccio scaturito dal Vaticano II, indicando l\u2019esempio del buon Samaritano quale paradigma per il tempo post-concliare. E\u2019 noto inoltre che Giovanni Paolo II ha insistito sulla priorit\u00e0 di orientare tutta la Chiesa verso l\u2019impegno per una \u201cnuova evangelizzazione\u201d, di cui si cominci\u00f2 a parlare probabilmente proprio a partire dall\u2019 America Latina: \u00e8 in questo senso emblematico l\u2019incontro di Peubla del 1978, dedicato, per volont\u00e0 di Paolo VI, a \u201cIl presente e il futuro dell\u2019Evangelizzazione nell\u2019America Latina\u201d. Meno noto ma molto significativo \u00e8 che anche Benedetto XVI ha legato strettamente Concilio e missione: quando ancora il Vaticano II era in corso, Joseph Ratzinger contrappose la conservazione di quanto resistevano al rinnovamento con conciliare non ai progressisti ma quanti vedevano nel Concilio l\u2019inizio di un rinnovato impegno missionario di tutta la Chiesa cattolica. Per Benedetto XVI, insomma, la vera novit\u00e0 conciliare si \u00e8 giocata sull\u2019alternativa tra conservazione e missione.<\/p>\n<p>Papa Francesco \u00e8 pienamente dentro questa tradizione interpretativa del Vaticano II. Sotto questo profilo c\u2019\u00e8 continuit\u00e0 assoluta con i suoi predecessori, da Giovanni XXIII a Benedetto XVI. Anche alla vigilia della sua elezione ha tracciato il profilo del futuro papa anzitutto in riferimento al primato dell\u2019evangelizzazione[20]. Bergoglio si \u00e8 talvolta espresso in termini diversi, presentando il Vaticano II in termini di apertura alla modernit\u00e0. Ma, a prescindere dal particolare contesto in cui lo ha fatto[21], nel suo pensiero \u00e8 chiaro il legame che unisce evangelizzazione e apertura alla modernit\u00e0. \u201cIl Vaticano II \u00e8 stato una rilettura del Vangelo alla luce della cultura contemporanea. Ha prodotto un movimento di rinnovamento che semplicemente viene dallo stesso Vangelo. I frutti sono enormi\u201d[22]. Alla stessa prospettiva di fondo si collega anche la sua insistenza sull\u2019importanza del dialogo, anche con i non credenti. Il \u201cdialogo sulla fede: costituisce, come \u00e8 noto, uno degli obiettivi principali del Concilio Vaticano II, voluto da Giovanni XXIII, e del ministero dei Papi che, ciascuno con la sua sensibilit\u00e0 e il suo apporto, da allora sino ad oggi hanno camminato nel solco tracciato dal Concilio\u201d[23]. Per papa Francesco, infatti, missione ed evangelizzazione non coincidono proselitismo: \u00abIl proselitismo \u00e8 una solenne sciocchezza, non ha senso. Bisogna conoscersi, ascoltarsi e far crescere la conoscenza del mondo che ci circonda [\u2026] Questo \u00e8 importante: conoscersi, ascoltarsi, ampliare la cerchia dei pensieri. Il mondo \u00e8 percorso da strade che riavvicinano e allontanano, ma l\u2019importante \u00e8 che portino verso il Bene\u00bb. E in questa prospettiva non \u00e8 difficile capire anche l\u2019importanza da lui attribuita ai temi conciliari dell\u2019ecumenismo religioso e del dialogo con i non credenti[24], su cui \u00e8 tornato recentemente ricevendo i partecipanti all\u2019incontro organizzato dalla Comunit\u00e0 di Sant\u2019Egidio per ricordare l\u2019incontro di Assisi convocato nel 1986 dal beato Giovanni Paolo II. Tratti diversi, ma anch\u2019 essi con forti radici nel Vaticano II, presenta il rapporto con gli ebrei[25]<\/p>\n<p><em>Teologia della liberazione e amore per i poveri<\/em><\/p>\n<p>Mentre alcune questioni molto discusse sull\u2019ermeneutica conciliare non sembrano avere per Bergoglio un\u2019importanza decisiva[26], egli \u00e8 stato certamente influenzato dai diversi sviluppi in Europa e in AL della discussione tra progressisti e conservatori (una contrapposizione che, bench\u00e9 improprio come si \u00e8 visto, ha avuto larga circolazione). In entrambi i casi, tale contrapposizione si \u00e8 fortemente ideologizzata. \u201cLa maggiore preoccupazione per i poveri, che negli anni Sessanta irruppe nel cattolicesimo, costituiva un brodo di coltura perfetto per qualunque ideologia. Il rischio era snaturare una cosa che la Chiesa ha chiesto nel Concilio Vaticano II e che da allora non ha mai smesso di ripetere: bisogna trovare il cammino giusto per rispondere alla preoccupazione per i poveri, esigenza evangelica imprescindibile e centrale\u2026\u201d [27]. In Europa, per\u00f2, la contrapposizione tra conservatori e progressisti ha gradualmente allentato i suoi legami con le questioni economico-sociali, a seguito di profonde trasformazioni della societ\u00e0, come la dissoluzione della classe operaia, e di una parallela evoluzione della politica, che ha visto scomparire o ridimensionarsi le formazioni tradizionali della sinistra \u201cclassista\u201d. E anche la contrapposizione tra conservatori e progressisti in ambito cattolico si \u00e8 spostata qui verso questioni nuove, come quelle legate ai problemi etico-antropologici, alle differenze di genere, alla concezione della famiglia ecc.<\/p>\n<p>In America latina, invece, il problema dei poveri \u2013 e in particolare quello della povert\u00e0 urbana &#8211; ha continuato a rivestire grande importanza, anche per i cattolici. Lo conferma il dibattito sulla teologia della liberazione, che qui ha continuato a svilupparsi in modo vivace, assumendo forme anche molto radicali ma conoscendo contemporaneamente molteplici sviluppi[28]. Gianni Valente ha raccontato la vicenda dei curati delle ville miserias che, partiti da un approccio marcatamente socio-politico hanno modificato il loro atteggiamento davanti alla realt\u00e0 di una religiosit\u00e0 popolare che chiedeva loro amministrazione dei sacramenti, celebrazione della liturgia, vicinanza sacerdotale e cos\u00ec via. E\u2019 un\u2019esperienza che Bergoglio ha seguito con grande attenzione. Egli ha infatti continuato a pensare che, malgrado errori e deviazioni, \u201cla particolare attenzione nei confronti dei poveri \u00e8 un messaggio molto forte del post-concilio\u201d[29]. Ma ha anche contrastato le derive ideologiche legate a tale attenzione ed \u00e8 possibile parlare del suo episcopato a Buenos Aires in termini di \u201csintesi creativa che va al di l\u00e0 delle fratture drammatiche del post-concilio che hanno coinvolto anche l\u2019Argentina\u201d [30].<\/p>\n<p><em>Contemporaneo del Concilio<\/em><\/p>\n<p>Infine, un\u2019ultima\u00a0 osservazione: in Bergoglio si avverte il senso di una forte vicinanza storica, quasi cronologica, al Concilio[31]. In Italia e in Europa \u00e8 diffusa la convinzione che la situazione storica degli anni sessanta, al cui interno si \u00e8 collocato l\u2019evento conciliare, sia ormai molto lontana. Secondo questa lettura[32] sarebbe venuto meno quel contesto culturale in cui sono stati elaborati i documenti del Concilio. Si indica soprattutto il caso dell\u2019\u201cottimismo\u201d ingenuo e troppo fiducioso nel progresso in cui sarebbe stata concepita e approvata la Costituzione <em>Gaudium et Spes<\/em> sul mondo contemporaneo. Tale tendenza si lega ad una diffusa sensazione di declino dell\u2019influenza europea nel mondo, se non di vera e propria decadenza del \u201cvecchio continente\u201d. Si \u00e8 determinato un ripiegamento degli europei su se stessi che Benedetto XVI ha definito tentazione di un \u201dcongedo dalla storia\u201d. I popoli fuori dall\u2019Europa che Dominique Mosi ha definito popoli della speranza \u2013 in contrapposizione a quelli della paura, e cio\u00e8 i popoli occidentali, e quelli dell\u2019umiliazione, e cio\u00e8 i popoli del mondo arabo[33] &#8211; non condividono questa sindrome e non avvertono con altrettanta forza il senso di una discontinuit\u00e0 rispetto al contesto \u201cottimista\u201d degli anni sessanta.<\/p>\n<p>Vanno considerate in questa luce, a mio avviso, anche le posizioni critiche espresse da Jorge Bergoglio prima e da papa Francesco poi nei confronti di un\u2019ideologia liberista e di una globalizzazione economica che penalizzano pesantemente i pi\u00f9 deboli. Tali posizioni non sono rilevanti solo sul piano economico o sociale, ma hanno anche un interesse pi\u00f9 complessivo per quanto riguarda la collocazione della Chiesa cattolica nel mondo contemporaneo. Lo spostamento del \u201cbaricentro\u201d della Chiesa cattolica fuori dell\u2019Europa simbolizzato dall\u2019elezione di un papa argentino, in altre parole, spinge anche i cattolici europei a ripensare il loro rapporto con il Vaticano II. Con Francesco, in altre parole, \u00e8 possibile cominciare, per cos\u00ec dire, un nuovo cammino post-conciliare, riscoprendo lo slancio e l\u2019entusiasmo degli anni del Concilio e cercando vie meno appesantite da una cultura segnata dall\u2019ossessione del declino europeo[34]. Non si tratta, ovviamente, per i cattolici europei di astrarsi dai problemi e dalle sfide del contesto in cui sono immersi. Al contrario, l\u2019elezione di papa Francesco offre loro l\u2019occasione per attingere a rinnovate energie di fede e prospetta loro nuove strade, come l\u2019attenzione nei confronti dei poveri, che possono permettere una presenza pi\u00f9 attiva ed efficace nel contesto europeo. Anche in Europa, ad esempio, sono i poveri ad indicarci le vie del futuro: ascoltando i drammi di tanti che bussano alle nostre porte cercando asilo c\u2019\u00e8 la chiave per un nuovo rapporto\u00a0 tra l\u2019Europa e il resto del mondo.<\/p>\n<p>Francesco, insomma, ci appare oggi pi\u00f9 <em>contemporaneo<\/em> del Concilio di quanto si sentano oggi molti di noi. Lo si percepisce dalla sintonia con le prospettive di speranza lanciate dal Vaticano II (il \u201ccoraggio della speranza\u201d \u00e8 non a caso uno dei temi da lui pi\u00f9 cari)[35]. Viene anche da qui la freschezza che si percepisce nei suoi riferimenti al Vaticano II, uno slancio conciliare pi\u00f9 forte e immediato, la sensazione che si sia fatto poco e che ci sia ancora molto da fare. Ed \u00e8 da questa freschezza che occorre ricominciare per riscoprire il Concilio insieme a papa Francesco.<br \/>\n[1] A. Riccardi<em>, La sorpresa di Papa Francesco<\/em>, Mondadori Milano 2013, p. 34<\/p>\n<p>[2] Ivi, p. 35<\/p>\n<p>[3] Il direttore della Civilt\u00e0 Cattolica ne ha tratto la conclusione che per Bergoglio si tratta di un fatto talmente indiscutibile da rendere superflua l\u2019esigenza di ribadirne l\u2019importanza[3]. Ma tale conclusione &#8211; indubbiamente plausibile: \u00e8 nell\u2019ordine delle cose che per un gesuita l\u2019autorit\u00e0 di un Concilio sia fuori discussione \u2013 non appare esaustiva.<\/p>\n<p>[4]E in\u2019omelia tenuta a Santa Marta ha detto: \u201cVogliamo che lo Spirito Santo si assopisca\u2026 vogliamo addomesticare lo Spirito Santo\u2026 Questa tentazione ancora \u00e8 di oggi. Un solo esempio: pensiamo al Concilio. Il Concilio \u00e8 stato un\u2019opera bella dello Spirito Santo. Pensate a papa Giovanni. Sembrava un parroco buono e lui \u00e8 stato obbediente allo Spirito Santo e ha fatto quello. Ma dopo cinquanta anni, abbiamo fatto tutto quello che lo Spirito santo ci ha detto nel Concilio? No. Festeggiamo questo anniversario, facciamo un monumento, ma che non dia fastidio. Non vogliamo cambiare. Di pi\u00f9: ci sono voci che vogliono andare indietro\u201d, www. vatican.va. Papa Francesco, Meditazione mattutina nella cappella della Domus Sanctae Marthae, Marted\u00ec, 16 aprile 2013.<\/p>\n<p>[5] \u201cQuello che a me dava sicurezza al tempo di padre Arrupe era il fatto che lui fosse un uomo di preghiera, un uomo che passava molto tempo in preghiera. Lo ricordo quando pregava seduto per terra, come fanno i giapponesi. Per questo lui aveva l\u2019atteggiamento giusto e prese le decisioni corrette\u201d<\/p>\n<p>[6] \u201cCercavo sempre una comunit\u00e0. Io non mi vedevo prete solo: ho bisogno di comunit\u00e0\u2026 senza gente non posso vivere. Ho bisogno di vivere la mia vita insieme agli altri\u201d.<\/p>\n<p>[7] \u201cLa sapienza del discernimento riscatta la necessaria ambiguit\u00e0 della vita e fa trovare i mezzi pi\u00f9 opportuni\u2026 Questo discernimento richiede tempo. \u2026 Il gesuita deve essere una persona dal pensiero incompleto, dal pensiero aperto\u2026 La Compagnia si pu\u00f2 dire solamente in forma narrativa. Solamente nella narrazione si pu\u00f2 fare discernimento, non nella esplicazione della Compagnia non \u00e8 quello della discussione, ma quello del discernimento, che ovviamente suppone la discussione nel processo\u201d.<\/p>\n<p>[8] CC : \u00abIgnazio \u00e8 un mistico, non un asceta\u2026 Quella che sottolinea l\u2019ascetismo, il silenzio e la penitenza \u00e8 una corrente deformata che si \u00e8 pure diffusa nella Compagnia in ambito spagnolo. Io sono vicino invece alla corrente mistica, quella di Louis Lallemant e di Jean-Joseph Surin\u201d. Bergoglio sottolinea che era anzitutto un mistico anche il beato Pietro Favre , da lui apprezzato in particolare attraverso l\u2019interpretazione di un altro gesuita contemporaneo di grande originalit\u00e0, Michel de Certeau, che \u2013 spiega Spadaro &#8211; ha descritto Favre semplicemente come \u201cil \u2018prete riformato\u2019, per il quale l\u2019esperienza interiore, l\u2019espressione dogmatica e la riforma strutturale sono intimamente indissociabili\u201d. Di Favre Bergoglio apprezza in particolare \u00abil dialogo con tutti, anche i pi\u00f9 lontani e gli avversari; la piet\u00e0 semplice, una certa ingenuit\u00e0 forse, la disponibilit\u00e0 immediata, il suo attento discernimento interiore, il fatto di essere uomo di grandi e forti decisioni e insieme capace di essere cos\u00ec dolce, dolce\u2026\u00bb. Commenta il direttore della civilt\u00e0 Cattolica: \u201cmi sembra di capire che Francesco si ispiri proprio a questo genere di riforma\u201d. A questi riferimenti positivi, Bergoglio ne contrappone invece altri i cui prevale la tendenza ascetica. \u00abCi sono state epoche nella Compagnia nelle quali si \u00e8 vissuto un pensiero chiuso, rigido, pi\u00f9 istruttivo-ascetico che mistico: questa deformazione ha generato l\u2019<em>Epitome Instituti<\/em>\u00bb. Comenta Spadaro \u201cQui il Papa si sta riferendo a una specie di riassunto pratico in uso nella Compagnia e riformulato nel XX secolo, che venne visto come un sostitutivo delle <em>Costituzioni<\/em>. La formazione dei gesuiti\u00a0 sulla Compagnia per un certo tempo fu plasmata da questo testo, a tal punto che qualcuno non lesse mai le <em>Costituzioni<\/em>, che invece sono il testo fondativo. Per il Papa, durante questo periodo nella compagnia le regole hanno rischiato di soffocare lo spirito e ha vinto la tentazione di esplicitare e di dichiarare troppo il carisma\u201d.<\/p>\n<p>[9] A. Riccardi, <em>La sorpresa di Papa Francesco<\/em>, Mondadori Milano 2013, p. 37<\/p>\n<p>[10] Cosi p. Spadaro in CC<\/p>\n<p>[11] A. Riccardi, <em>La sorpresa di Papa Francesco<\/em>, Mondadori Milano 2013, p. 37<\/p>\n<p>[12] Ivi, p. 35<\/p>\n<p>[13] Interrogandosi sull\u2019atteggiamento dell\u2019arcivescovo Bergoglio verso la religiosit\u00e0 popolare, Andrea Riccarsdi scrive_ \u201cNella citt\u00e0 \u201cpagana\u201d vive una religione popolare che non \u00e9 un residuo del passato o un compromesso con la superstizione. Il cardinale cita il pellegrinaggio di tanti giovani al santuario della Madonna di Luj\u00e0n, per molti l\u2019unica esperienza religiosa, fatta spontaneamente e senza alcuna organizzazione alle spalle. La religiosit\u00e0 popolare \u00e8 una realt\u00e0 che, dopo il Vaticano II, \u00e8 stata considerata con sufficienza, quasi fosse un\u2019espressione di un passato quasi da cancellare. Per Bergoglio la devozione popolare ha un valore, seppure \u00e8 un aspetto parziale della propria vita, talvolta in contraddizione con altri: \u00e8 una \u201cscintilla\u201d che va aiutata a svilupparsi. Nella citt\u00e0 secolarizzata, una Chiesa in missione incontra un popolo che non \u00e8 chiuso alla fede: questa \u00e8 la sua convinzione al di l\u00e0 di tante analisi sociologiche\u201d,\u00a0 A. Riccardi, <em>La sorpresa di papa Francesco<\/em>, Mondadori, Milano 2013, p. 145<\/p>\n<p>[14] \u201cLa sinodalit\u00e0 va vissuta a vari livelli. Forse \u00e8 il tempo di mutare la metodologia del Sinodo, perch\u00e9 quella attuale mi sembra statica. Questo potr\u00e0 anche avere valore ecumenico, specialmente con i nostri fratelli Ortodossi. Da loro si pu\u00f2 imparare di pi\u00f9 sul senso della collegialit\u00e0 episcopale e sulla tradizione della sinodalit\u00e0. Lo sforzo di rifgeledsione comune, guardando a vome si governava la Chuiesa nei primi secoli, prima della rottura tra Oriente e Occidente, dar\u00e0 frutti a suo tempo. Nelle relazioni ecumeniche questo \u00e8 importante: non solo conoscersi meglio, ma anche riconoscere ci\u00f2 che lo Spirito ha seminato negli altri come un dono anche per noi. Voglio proseguire la riflessione su come esercitare il primato petrino, gi\u00e0 cominciata nel 2007 dalla Commissione mista , e che ha portato alla firma del documento di Ravenna. Bisogna continuare su questa strada\u201d<\/p>\n<p>[15] A. Riccardi, <em>La sorpresa di papa Francesco<\/em>, Mondadori, Milano 2013, p. 145<\/p>\n<p>[16] \u201cInoltre, il clima di crisi europea e la perdita di rilievo mondiale delle nazioni europee, per quell\u2019osmosi che esiste tra la Chiesa e il vecchio continente, rafforza in alcuni il senso di autoreferenzialit\u00e0 diffuso nelle strutture cattoliche e tra i fedeli. L\u2019autoreferenzialit\u00e0 diventa una scelta indotta dalla situazione e dallo spaesamento sugli orizzonti smisurati della mondializzazione; ma appare anche una scelta protettiva rispetto al \u201ccontagio\u201d di ambienti cos\u00ec diversi con cui si \u00e8 a contatto. E\u2019 un\u2019opzione naturale, quando non si ha una visione del mondo e forse si fa fatica a capire le grandi trasformazioni contemporanee\u201d, A. Riccardi, <em>La sorpresa di papa Francesco<\/em>, Mondadori, Milano 2013, p. 155<\/p>\n<p>[17]\u00a0 CC: \u201cPoi ci sono questioni particolari come la liturgia secondo il <em>Vetus Ordo<\/em>. Penso che la scelta di Papa Benedetto sia stata prudenziale, legata all\u2019aiuto ad alcune persone che hanno questa particolare sensibilit\u00e0. Considero invece preoccupante il rischio di ideologizzazione del <em>Vetus Ordo<\/em>, la sua strumentalizzazione\u00bb.<\/p>\n<p>[18] A Scalfari che gli faceva osservare . \u201cvoi cristiani adesso siete una minoranza. Perfino in Italia, che viene definita il giardino del Papa, i cattolici praticanti sarebbero secondo alcuni sondaggi tra l\u20198 e il 15 per cento. I cattolici che dicono di esserlo ma di fatto lo sono assai poco sono un 20 per cento. Nel mondo esiste un miliardo di cattolici e anche pi\u00f9 e con le altre Chiese cristiane superate il miliardo e mezzo, ma il pianeta \u00e8 popolato da 6-7 miliardi di persone. Siete certamente molti, specie in Africa e nell\u2019America Latina, ma minoranze, papa Framncesco ha risposto: \u00abLo siamo sempre stati ma il tema di oggi non \u00e8 questo. Personalmente penso che essere una minoranza sia addirittura una forza. Dobbiamo essere un lievito di vita e di amore e il lievito \u00e8 una quantit\u00e0 infinitamente pi\u00f9 piccola della massa di frutti, di fiori e di alberi che da quel lievito nascono. Mi pare d\u2019aver gi\u00e0 detto prima che il nostro obiettivo non \u00e8 il proselitismo ma l\u2019ascolto dei bisogni, dei desideri, delle delusioni, della disperazione, della speranza. Dobbiamo ridare speranza ai giovani, aiutare i vecchi, aprire verso il futuro, diffondere l\u2019amore. Poveri tra i poveri. Dobbiamo includere gli esclusi e predicare la pace. Il Vaticano II, ispirato da papa Giovanni e da Paolo VI, decise di guardare al futuro con spirito moderno e di aprire alla cultura moderna. I padri conciliari sapevano che aprire alla cultura moderna significava ecumenismo religioso e dialogo con i non credenti. Dopo di allora fu fatto molto poco in quella direzione. Io ho l\u2019umilt\u00e0 e l\u2019ambizione di volerlo fare\u00bb.<\/p>\n<p>[19] \u201cNon c\u2019\u00e8 in lui [Bergoglio] nulla che faccia pensare ad una critica del Concilio come origine della crisi della Chiesa contemporanea\u201d. A. Riccardi, <em>La sorpresa di papa Francesco<\/em>, Mondadori, Milano 2013, p. 34<\/p>\n<p>[20] Nel preconclave, il card. Bergoglio aveva tracciato l\u2019immagine del papa di cui c\u2019era bisogno: \u201cPensando al prossimo Papa, -aveva detto- c\u2019\u00e8 bisogno di un uomo che, che dalla contemplazione e dall\u2019adorazione di Ges\u00f9 Cristo \u00a0aiuti la Chiesa a uscire da se stessa \u00a0verso la periferia esistenziale dell\u2019umanit\u00e0, in modo da essere madre feconda della \u2018dolce e confortante gioia di evangelizzare\u2019\u201d, A. Riccardi, <em>La sorpresa di papa Francesco<\/em>, Mondadori, Milano 2013, p. 155<\/p>\n<p>[21] Lettera a Scalfari (o intervista?): \u201cLungo i secoli della modernit\u00e0, si \u00e8 assistito a un paradosso: la fede cristiana, la cui novit\u00e0 e incidenza sulla vita dell&#8217;uomo sin dall&#8217;inizio sono state espresse proprio attraverso il simbolo della luce, \u00e8 stata spesso bollata come il buio della superstizione che si oppone alla luce della ragione. Cos\u00ec tra la Chiesa e la cultura d&#8217;ispirazione cristiana, da una parte, e la cultura moderna d&#8217;impronta illuminista, dall&#8217;altra, si \u00e8 giunti all&#8217;incomunicabilit\u00e0. \u00c8 venuto ormai il tempo, e il Vaticano II ne ha inaugurato appunto la stagione, di un dialogo aperto e senza preconcetti che riapra le porte per un serio e fecondo incontro\u201d.<\/p>\n<p>[22] CC<\/p>\n<p>[23] Lettera a Scalfari (o intervista?)<\/p>\n<p>[24]\u00a0 Intervista a Scalfari\u201c Il Vaticano II, ispirato da papa Giovanni e da Paolo VI, decise di guardare al futuro con spirito moderno e di aprire alla cultura moderna. I padri conciliari sapevano che aprire alla cultura moderna significava ecumenismo religioso e dialogo con i non credenti\u201d[24]<\/p>\n<p>[25] Lettra a Scalfari. \u201cLei mi chiede anche, a conclusione del suo primo articolo,che cosa dire ai fratelli ebrei circa la promessa fatta loro da Dio: \u00e8 essa del tutto andata a vuoto? \u00c8 questo &#8211; mi creda &#8211; un interrogativo che ci interpella radicalmente, come cristiani, perch\u00e9, con l&#8217;aiuto di Dio, soprattutto a partire dal Concilio Vaticano II, abbiamo riscoperto che il popolo ebreo \u00e8 tuttora, per noi, la radice santa da cui \u00e8 germinato Ges\u00f9. Anch&#8217;io, nell&#8217;amicizia che ho coltivato lungo tutti questi anni con i fratelli ebrei, in Argentina, molte volte nella preghiera ho interrogato Dio, in modo particolare quando la mente andava al ricordo della terribile esperienza della Shoah. Quel che Le posso dire, con l&#8217;apostolo Paolo, \u00e8 che mai \u00e8 venuta meno la fedelt\u00e0 di Dio all&#8217;alleanza stretta con Israele e che, attraverso le terribili prove di questi secoli, gli ebrei hanno conservato la loro fede in Dio. E di questo, a loro, non saremo mai sufficientemente grati, come Chiesa, ma anche come umanit\u00e0. Essi poi, proprio perseverando nella fede nel Dio dell&#8217;alleanza, richiamano tutti, anche noi cristiani, al fatto che siamo sempre in attesa, come dei pellegrini, del ritorno del Signore e che dunque sempre dobbiamo essere aperti verso di Lui e mai arroccarci in ci\u00f2 che abbiamo gi\u00e0 raggiunto\u201d<\/p>\n<p>[26] Per quanto riguarda la discussione sull\u2019ermeneutica della continuit\u00e0 e quella della discontinuit\u00e0, della riforma o della rottura, molto sentita in alcuni ambienti teologici ed intellettuali europei, nell\u2019intervista alla Civilt\u00e0 Cattolica, Francesco non ha smentito il suo predecessore, Benedetto XVI che si \u00e8 pronunciato chiaramente su questo punto, ma non l\u2019ha neanche richiamata in modo prioritario, toccandola rapidamente per poi passare oltre.<\/p>\n<p>[27] A. Riccardi, <em>La sorpresa di papa Francesco<\/em>, Mondadori, Milano 2013, p. 90<\/p>\n<p>[28] Bergoglio ha cos\u00ec ricostruito questa vicenda: \u201cSi \u00e8 trattato di un effetto interpretativo del Concilio Vaticano II. E, come ogni conseguenza di un cambiamento della Chiesa, ha avuto i suoi lati positivi e negativi, il suo equilibrio e i suoi eccessi. Come si ricorder\u00e0 Giovanni Paolo II affid\u00f2 all\u2019allora cardinale Ratzinger il compito di studiare la teologia della liberazione, che port\u00f2 alla stesura di due successivi libricini in cui la si descrive, si segnalano i suoi limiti (tra cui il suo rifarsi all\u2019ermeneutica marxista della realt\u00e0), ma se ne dimostrano anche i lati positivi. In altre parole, la posizione della Chiesa al riguardo \u00e8 molto varia\u201d, A. Riccardi, <em>La sorpresa di papa Francesco<\/em>, Mondadori, Milano 2013, p. 89<\/p>\n<p>[29] Ivi, p. 90<\/p>\n<p>[30] Ivi, p. 37<\/p>\n<p>[31] Si tratta di un contesto che \u00e8 rimasto relativamente ai margini di alcune vicende che hanno segnato il post-concilio in Europa e in particolare quelle cesure che in Europa fanno sentire ornai molto lontano il tempo in cui si \u00e8 svolto il Concilio se lo si guarda con gli occhi di oggi, soprattutto dopo quella svolta che iniziata alla fine degli anni settanta ha raggiunto il suo culmine tra il 1989 e il 1991, con la caduta del muro di Berlino e la dissoluzione dell\u2019Urss e l\u2019affermazione di un nuovo corso anzitutto economico ma anche politico e culturale di impronta liberista. Naturalmente, il tracollo del blocco sovietico ha avuto grande importanza per tutto il mondo, compresa l\u2019America Latina. E\u2019 probabile per\u00f2 che la cesura sia stata avvertita in alcune aree del mondo in modo diverso da quanto sia accaduto in Europa e che altrove la sensazione di vivere in un\u2019epoca radicalmente diversa rispetto a quella del Concilio sia meno forte.<\/p>\n<p>[32] condivisa in Italia da personalit\u00e0 con sensibilit\u00e0 molto diverse, come il card. Camillo Ruini e lo storico Paolo Prodi<\/p>\n<p>[33] D. Moisi, <em>Geopolitica delle emozioni. Le culture della paura, dell&#8217;umiliazione e della speranza stanno cambiando il mondo<\/em>, Milano, Garzanti 2009<\/p>\n<p>[34] La questione dei valori non negoziabili, che papa Francesco non\u00a0 ha certo intenzione di rinnegare ma solo di subordinare al primato dell\u2019annuncio del Vangelo, \u00e8 in questo senso emblematica: anche se con l\u2019intento di contrastare una cultura europea sempre pi\u00f9 secolarizzata, la priorit\u00e0 assegnata a tali tematiche tradisce una sorta di \u201crincorsa\u201d e una involontaria subalternit\u00e0 nei confronti di quella mentalit\u00e0 che si vuole contrastare.<\/p>\n<p>[35]\u00a0 In contrasto emerge anche tra le parole di padre Spadaro e quelle di Francesco nell\u2019intervista alla CC: \u201cGli chiedo dunque: \u00abdobbiamo essere ottimisti? Quali sono i segni di speranza nel mondo d\u2019oggi? Come si fa ad essere ottimisti in un mondo in crisi?\u00bb. \u00abA me non piace usare la parola \u201cottimismo\u201d, perch\u00e9 dice un atteggiamento psicologico. Mi piace invece usare la parola \u201csperanza\u201d secondo ci\u00f2 che si legge nel capitolo 11 della <em>Lettera agli Ebrei <\/em>che<\/p>\n<p>citavo prima. I Padri hanno continuato a camminare, attraversando grandi difficolt\u00e0. E la speranza non delude come dice la <em>Lettera ai Romani<\/em>\u201d. Come si vede manca nella risposta del papa un riferimento all\u2019ottica della crisi, presente in molti cattolici europei.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Non un padre conciliare, ma un figlio del Concilio Ho scelto di declinare la mia riflessione sul Concilio rapportando questo evento con la figura dio Papa Francesco, un Papa che non ha preso parte all\u2019assise conciliare, ma che fa del Concilio il fondamento della sua azione pastorale. 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