{"id":18084,"date":"2013-09-25T12:22:40","date_gmt":"2013-09-25T10:22:40","guid":{"rendered":"http:\/\/www.vincenzopaglia.it\/?p=18084"},"modified":"2013-09-25T12:31:01","modified_gmt":"2013-09-25T10:31:01","slug":"agape","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.vincenzopaglia.it\/index.php\/agape.html","title":{"rendered":"AGAPE"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: left;\" align=\"center\"><em>Intervento al Festival della Filosofia di Modena &#8211; settembre 2013<\/em><\/p>\n<p><em><br \/>\n<strong>Un mondo senza amore<\/strong><\/em><\/p>\n<p>Vorrei partire da una affermazione di Madre Teresa di Calcutta: \u201cLa peggiore malattia dell\u2019Occidente oggi non \u00e8 la tubercolosi o la lebbra, ma il non sentirsi amati e desiderati, il sentirsi abbandonati. La medicina pu\u00f2 guarire le malattie del corpo, ma l\u2019unica cura per la solitudine, la disperazione e la mancanza di prospettive, \u00e8 l\u2019amore. Vi sono numerose persone\u00a0 al mondo che muoiono perch\u00e9 non hanno neppure un pezzo di pane, ma un numero ancora maggiore muore per mancanza di amore\u201d.<\/p>\n<p>Per mancanza d\u2019amore si muore e si arriva anche a programmare la morte (non \u00e8 forse questo il senso dell\u2019eutanasia? E non \u00e8 questo il motivo per cui in alcuni paesi del Nord Europa il suicidio \u00e8 la prima causa delle morti dei giovani?). La persona umana, quando \u00e8 sola, sta sul baratro della morte. La sua vocazione infatti non \u00e8 la solitudine, ma l\u2019amore con l\u2019altro, con l\u2019altra, con gli altri. Quando Dio stesso, dopo aver creato Adamo, che pure era il vertice della sua opera, afferma: \u201cnon \u00e8 bene che l\u2019uomo sia solo\u201d, tocca un nodo fondamentale dell\u2019intera esistenza umana. Senza l\u2019altro, quindi senza l\u2019amore, la vita diviene un inferno. Lo sanno bene i milioni di bambini che sono preda della malattia, della fame, della crudelt\u00e0 di chi li ingaggia persino nelle guerre; lo sanno i giovani privi di ideali e di futuro; lo sanno le donne che vengono eliminate dalla violenza degli uomini che magari dicono pure di amarle; lo sanno gli adulti, uomini e donne, costretti a una durissima concorrenza per sopravvivere e non essere schiacciati dal clima competitivo che si insinua ovunque; lo sanno gli anziani scartati e messi nei cronicari dopo una vita di lavoro (\u00e8 incredibile: si allunga l\u2019esistenza ma si approfondisce l\u2019abbandono!); lo sanno popoli interi esclusi dallo sviluppo e sempre dipendenti. La lista potrebbe continuare ancora, basti pensare all\u2019incalcolabile numero di poveri e di disperati che riempiono le strade del Nord e del Sud del mondo.<\/p>\n<p>La globalizzazione, senza una forte visione solidaristica della vita, ha acuito ancor pi\u00f9 il senso di solitudine e di spaesamento dell\u2019uomo contemporaneo di fronte ad un mondo che appare troppo grande. Ci troviamo di fronte ad un incredibile paradosso: siamo nello stesso tempo pi\u00f9 vicini gli uni agli altri, ma tutti ugualmente pi\u00f9 soli, pi\u00f9 insicuri, pi\u00f9 preoccupati, pi\u00f9 ansiosi per i pericoli che l\u2019oggi o il domani pu\u00f2 riservare.<\/p>\n<p><strong><em>Ripartire dall\u2019amore<\/em><\/strong><\/p>\n<p>In un mondo segnato cos\u00ec profondamente dalla paura e dalla solitudine, e lacerato da conflitti bellici o di civilt\u00e0, l\u2019amore resta l\u2019unica via per immaginare un nuovo futuro. Si potrebbe dire: \u00e8 il tempo dell\u2019 \u201c<em>ag\u00e0pe<\/em>\u201d, il tempo dell\u2019amore per gli altri e non solo per se stessi. Appunto, un amore \u201cagapico\u201d. <em>Ag\u00e0pe<\/em>, una parola greca, fu scelta dagli autori del Nuovo Testamento per descrivere l\u2019amore di Ges\u00f9. In quel tempo non era quasi per nulla usata poich\u00e9 la cultura greca per dire l\u2019amore preferiva i termini <em>eros<\/em> e <em>philia<\/em>. Gli autori sacri con il termine <em>agape <\/em>introducevano una nuova e impensata concezione dell\u2019amore: un amore che non si nutre della mancanza dell\u2019altro (<em>eros<\/em>) e che nemmeno semplicemente si rallegra della presenza dell\u2019altro (<em>philia<\/em>), ma un amore, appena concepibile dalla ragione umana, che trova il suo modello culminante in Ges\u00f9: un amore per gli altri totalmente disinteressato, gratuito, perfino ingiustificato, perch\u00e9 continua ad agire \u2013 ed \u00e8 il meno che si possa dire \u2013 al di fuori d\u2019ogni reciprocit\u00e0. E\u2019 davvero un amore fuori regola, fuori norma. L\u2019apostolo Paolo nella Lettera ai Romani afferma: \u201cA stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse ci pu\u00f2 essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene. Ma Dio dimostra il suo amore per noi perch\u00e9, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo \u00e8 morto per noi\u201d(Rm 5, 7-8).<\/p>\n<p>Con il termine <em>ag\u00e0pe <\/em>si esprime quindi un amore impensabile per la ragione se Dio stesso non lo avesse rivelato. L\u2019<em>ag\u00e0pe<\/em> \u00e8 infatti l\u2019essere stesso di Dio. Quindi \u00e8 l\u2019essere stesso Dio a spingerlo ad uscire da s\u00e9 per scendere in mezzo agli uomini. L\u2019incarnazione \u00e8 un mistero centrale nella fede cristiana. Essa si differenzia da tutte le altre fedi perch\u00e9, pi\u00f9 che una religione che divinizza l\u2019uomo, \u00e8 la religione di un Dio che per amore si fa uomo. Non solo, quest\u2019uomo accetta anche di essere crocifisso, e per amore. Nella \u201ccroce\u201d appare il culmine dell\u2019amore con la sua vittoria definitiva sull\u2019egoismo. Semi\u00f2n Frank, un filoso russo, scrive: \u201cL\u2019idea di un Dio disceso nel mondo, che soffre volontariamente e prende parte alle sofferenze umane e cosmiche, l\u2019idea di un Dio-uomo che soffre, \u00e8 la sola teodicea possibile, la sola \u2018giustificazione\u2019 convincente di Dio\u201d. Qui vi \u00e8 tutta l\u2019originalit\u00e0 dell\u2019<em>ag\u00e0pe<\/em>, tutta la sua paradossalit\u00e0, e soprattutto la sua forza irresistibile: l\u2019<em>ag\u00e0pe<\/em> \u00e8 la risorsa pi\u00f9 forte per edificare un mondo nuovo liberato dalla legge inesorabile dell\u2019amore per s\u00e9.<\/p>\n<p>Sono significative a tale proposito le parole che don Andrea Santoro, prete italiano &#8211; mio compagno di studi e di sacerdozio &#8211; ucciso a Trebisonda, in Turchia, scrisse nella sua ultima lettera (scritta il 22 gennaio 2006) pochi giorni prima che venisse ucciso. Ragionando sulla fede islamica e sui tratti di violenza che talora mostra, don Andrea rivendicava il \u201cvantaggio\u201d della fede cristiana: \u201cIl vantaggio di noi cristiani nel credere in un Dio inerme, in un Cristo che invita ad amare i nemici, a servire per essere \u201csignori\u201d della casa, a farsi ultimo per risultare il primo, in un vangelo che proibisce l\u2019odio, l\u2019ira, il giudizio, il dominio, in un Dio che si fa agnello e si lascia colpire per uccidere in s\u00e9 l\u2019orgoglio e l\u2019odio, in un Dio che attira con l\u2019amore e non domina con il potere, \u00e8 un vantaggio da non perdere. \u00c8 un \u201cvantaggio\u201d che pu\u00f2 sembrare \u201csvantaggioso\u201d e perdente e lo \u00e8, agli occhi del mondo, ma \u00e8 vittorioso agli occhi di Dio e capace di conquistare il cuore del mondo. Diceva san Giovanni Crisostomo: Cristo pasce agnelli, non lupi. Se ci faremo agnelli vinceremo, se diventeremo lupi perderemo. Non \u00e8 facile, come non \u00e8 facile la croce di Cristo sempre tentata dal fascino della spada\u2026 Ci sar\u00e0 chi voglia essere presente in questo mondo mediorientale semplicemente come \u201ccristiano\u201d, \u201csale\u201d nella minestra, \u201clievito nella pasta, \u201cluce\u201d nella stanza, \u201cfinestra\u201d tra muri innalzati, \u201cponte\u201d tra rive opposte, \u201cofferta\u201d di riconciliazione?\u201d Don Andrea ci richiama alla realt\u00e0 dell\u2019amore evangelico che \u00e8 per sua natura eroico. L\u2019eroicit\u00e0 \u00e8 connaturale a questo amore. Se la si attenua, se si sbiadisce l\u2019 \u201ceccesso di amore\u201d, si intacca lo stesso Vangelo.<\/p>\n<p>Ecco perch\u00e9 l&#8217;<em>ag\u00e0pe <\/em>\u00e8 superiore a tutte le virt\u00f9. Non c\u2019\u00e8 nulla al disopra: n\u00e9 la profezia della tradizione ebraico-cristiana; n\u00e9 l&#8217;ineffabile lingua degli angeli; e nemmeno la speranza; e neppure la conoscenza, la quale in questo mondo \u00e8 cos\u00ec misera s\u00ec che conosciamo Dio solo confusamente, come attraverso uno specchio, dentro &#8220;enigmi&#8221;, come afferma l\u2019apostolo Paolo. Il bellissimo \u201ccanto all\u2019<em>ag\u00e0pe<\/em>\u201d della prima Lettera ai Corinzi \u00e8 tra le pagine pi\u00f9 alte della letteratura cristiana. L\u2019<em>ag\u00e0pe<\/em> \u2013 canta l\u2019apostolo &#8211; \u00e8 superiore persino alla fede. Se nel Vangelo di Matteo, Ges\u00f9 dice: &#8220;Se avrete fede quanto un granellino di senape potrete dire a questo monte spostati da qui a l\u00ec, ed esso si sposter\u00e0. Niente vi sar\u00e0 impossibile&#8221; (Mt 17,20), l\u2019apostolo Paolo, con un incredibile capovolgimento, afferma: &#8220;Se avessi tutta la fede tanto da poter trasportare i monti, ma non avessi l&#8217;amore, non sarei nulla&#8221; (1Cor 13, 1).<\/p>\n<p><strong><em>L\u2019ag\u00e0pe e gli amori umani eros e philia<\/em><\/strong><\/p>\n<p>L\u2019<em>ag\u00e0pe<\/em>, culmine dell\u2019amore, non elimina l\u2019<em>eros<\/em> e la <em>philia<\/em>, non le accantona, se cos\u00ec posso dire, semmai le purifica dalle ambiguit\u00e0 e le esalta per una loro dinamica positiva. Nella cultura greca, <em>eros<\/em> era concepito come un dio senza volto, una sorta di divinit\u00e0 originaria, un principio di vita potente che strappa dalla vita quotidiana producendo una discontinuit\u00e0 inimmaginata nella vita di chi ne viene coinvolto. La discontinuit\u00e0 si presenta improvvisa, non \u00e8 n\u00e9 progettata, n\u00e9 voluta, e spinge con prepotenza l\u2019amante ad annullarsi nell\u2019amato, sia nella prospettiva esaltante della luce che nell\u2019altra, anch\u2019essa ugualmente esaltante, della morte. In ogni caso, al di l\u00e0 degli esiti, <em>eros<\/em> \u00e8 una energia originaria che strappa via dalla casa abituale, dalla vita ordinaria. Non a caso Platone, nel Simposio, lo definisce <em>a-oikos<\/em>, senza casa. Il grande pericolo che <em>eros<\/em> fa correre \u00e8 perci\u00f2 quello di essere strappati via da ogni sede, da ogni dimora, da ogni casa, senza un approdo che sia stabile. Da un punto di vista non teologico cristiano, <em>eros<\/em> \u00e8 pura avventura, come lo rappresentano le grandi figure, i grandi miti della contemporaneit\u00e0: l\u2019Ulisse dantesco, il Faust, il Don Giovanni, sono tutte figure che mollano gli ormeggi, perch\u00e9 che nessuna casa pu\u00f2 contenerli. Ma <em>eros<\/em> da solo, senza un orizzonte, non basta. In sintesi, potremmo dire, che tutti abbiamo pulsioni d\u2019amore, tutti sentiamo spinte ad amare o sentimenti d\u2019amore che ci muovono, ma \u2013 \u00e8 papa Ratzinger a scriverlo nella enciclica <em>Deus caritas est<\/em> &#8211; \u201ci sentimenti vanno e vengono. Il sentimento pu\u00f2 essere una meravigliosa scintilla iniziale, ma non \u00e8 la totalit\u00e0 dell\u2019amore\u201d.<\/p>\n<p>La <em>philia<\/em> &#8211; che traduciamo normalmente con \u201camicizia\u201d \u2013esprime un\u2019altra dimensione ancora dell\u2019amore. Ordinariamente viene pensata come una forma attenuata dell\u2019amore, un sentimento pi\u00f9 debole, meno impegnativo, meno esigente, casto per di pi\u00f9, segno di una innegabile limitatezza! Molto meno cantata dell\u2019amore, la <em>philia<\/em> \u00e8 tuttavia non meno protagonista nella vicenda umana. Un bell\u2019esempio di <em>philia<\/em> lo rileviamo nella triplice domanda d\u2019amore di Ges\u00f9 a Pietro dopo la risurrezione, quando lo interroga sull\u2019amore. Ges\u00f9 chiede al discepolo: \u201cmi ami?\u201d (<em>phileis me<\/em>?). Qui non \u00e8 l\u2019<em>eros<\/em> che parla, ma un sentimento che chiede una compartecipazione stretta, duratura, perenne. E\u2019 come se gli chiedesse: \u201csei veramente mio, mi appartieni, ci co-apparteniamo?\u201d Nella <em>philia<\/em> i due \u2013 e questa \u00e8 la differenza fondamentale con <em>eros<\/em> \u2013 rimangono tali, non vi \u00e8 una dinamica identitaria, non si risolvono in uno. I <em>philoi<\/em> sono inseparabili, ma tale appartenenza non impedisce loro di sussistere come tali nella propria identit\u00e0. Anzi, sussistono perch\u00e9 \u201cstanno bene insieme\u201d. Semmai, il rischio in tale dinamica \u00e8 l\u2019appagamento nella coappartenenza, una sorta di piacevole ma rischiosa chiusura.<\/p>\n<p>Ed ecco l\u2019<em>ag\u00e0pe<\/em> che supera ambedue, senza tuttavia escluderle. In effetti, con la parola <em>ag\u00e0pe<\/em> si entra nella logica di stampo trinitario ove non c\u2019\u00e8 l\u2019annullamento nell\u2019altro e neppure la coappartenenza. C\u2019\u00e8 di pi\u00f9: la generazione di un altro nel circolo dell\u2019amore. La raffigurazione emblematica dell\u2019<em>ag\u00e0pe<\/em> \u00e8 l\u2019icona della <em>Trinit\u00e0<\/em> di Rublev, con i tre angeli attorno alla mensa. <em>Ag\u00e0pe<\/em> \u00e8 la relazione Padre-Figlio, cos\u00ec come Ges\u00f9 la testimonia, che implica come terzo elemento quella <em>relatio non adventitia<\/em> di cui parla Agostino. La relazione tra le prime due persone, infatti, distinte e tuttavia <em>filoi<\/em> nel modo pi\u00f9 profondo ed essenziale, obbliga a pensare la Relazione stessa come una terza figura. L\u2019<em>ag\u00e0pe<\/em> comporta una trascendenza tra i due che \u00e8 appunto la \u201cRelazione\u201d stessa nella sua eternit\u00e0, nella sua necessit\u00e0. L\u2019<em>agape<\/em> \u00e8 interna a questa dialettica dei due e insieme li trascende entrambi. Amante e amato si trascendono in un terzo: che \u00e8 la loro \u201crelazione\u201d. Questa \u00e8 <em>agape<\/em> nel linguaggio neotestamentario e nella teologia cristiana. Il suo nome \u00e8 Spirito Santo e la sua azione \u00e8 sconvolgente.<\/p>\n<p>Un monaco medioevale, Riccardo, in un piccolo trattato sull\u2019amore, scrive: \u201cLa carit\u00e0 ferisce, la carit\u00e0 lega, la carit\u00e0 rende languidi, la carit\u00e0 fa venir meno\u2026 Grande, meravigliosa \u00e8 la potenza della carit\u00e0. In essa vi sono molti gradi e tra questi stessi grandi differenze. E chi \u00e8 in grado di distinguerli in modo conveniente o anche solo enumerarli? E certamente nella carit\u00e0 vi sono sentimenti di umanit\u00e0, di amicizia, di parentela, di consanguineit\u00e0, di fraternit\u00e0 e similmente molti altri, ma sopra a tutti questi gradi di benevolenza c\u2019\u00e8 quell\u2019amore ardente e impetuoso che penetra nel cuore e infiamma il sentimento e trapassa la stessa anima fino alle midolla al punto che possa dire in modo veritiero: \u2018Sono stata ferita dalla carit\u00e0\u2019 (Ct 4,9)\u201d (<em>I quattro gradi della violenta carit\u00e0<\/em>).<\/p>\n<p><strong><em>L\u2019ag\u00e0pe e la kenosi<\/em><\/strong><\/p>\n<p>L\u2019<em>ag\u00e0pe<\/em>, come prima ho accennato, spinge a dare la propria vita per gli altri, senza porsi alcun limite, neppure quello della morte. E questo a partire da Dio stesso con la sua <em>kenosi<\/em>, l\u2019abbassamento, lo svuotamento. Dio non si limita a scendere tra gli uomini, si \u00e8 fatto uomo, anzi schiavo sino a morire sulla croce e a scendere negli inferi di questo mondo perch\u00e9 nessuno, a partire da Adamo ed Eva, come mostrano le icone d\u2019Oriente, resti nelle spire della morte. Il poeta Davide Maria Turoldo amava ripetere che la storia di Dio \u00e8 tutta in discesa: giunto tra gli uomini si dirige verso coloro che sono colpiti, verso quelli che stanno negli abissi della storia, nel fondo del Mediterraneo, negli inferni delle guerre e delle ingiustizie. Dio \u00e8 l\u00e0. Non per semplice compassione, ma per identificazione. L\u2019<em>ag\u00e0pe<\/em> porta Dio ad identificarsi con i poveri e gli esclusi, come appare nella pagina di Matteo 25 a proposito del giudizio finale.<\/p>\n<p>Tutti gli uomini, credenti e non, si presentano davanti al trono di Dio. In quel momento solenne e definitivo conta solo l\u2019amore. La fede, tutte le fedi e le diverse appartenenze, sembrano passare in secondo piano. Quel che conta \u00e8 aver compiuto un gesto d\u2019amore verso un povero, un malato, un carcerato, un immigrato. E chi l\u2019ha fatto si sentir\u00e0 dire: \u201cquello che hai fatto ad uno di questi miei fratelli pi\u00f9 piccoli l\u2019hai fatto a me\u201d. E alla sua insistenza che non ne sapeva nulla si sentir\u00e0 ribadire che quel piccolo gesto vale un\u2019eternit\u00e0. Insomma, alla fine della storia, quando tutto avr\u00e0 termine, non ci sar\u00e0 pi\u00f9 nessuna virt\u00f9 umana, neppure la giustizia. Rester\u00e0 solo l&#8217;amore. Non \u00e8 una sorta di mania divina, il \u201cprivilegium pauperum\u201d. Come sappiamo il titolo di \u201cvicarius Christi\u201d, prima che fosse attribuito al Papa era attribuito ai poveri. Essi erano anzitutto i rappresentanti di Ges\u00f9 sulla terra. Ed \u00e8 dall\u2019attenzione ai poveri, agli esclusi della terra, che si caratterizza la fede cristiana. E, a mio avviso, non solo. Le societ\u00e0 contemporanee potranno guardare verso un nuovo umanesimo nella misura in cui comprenderanno che il tessuto dell\u2019umanit\u00e0 pu\u00f2 essere riparato se si prende in considerazione proprio questa enorme massa di esclusi dal tavolo della vita.<\/p>\n<p>Ovviamente, l\u2019attenzione ai poveri, non cancella l\u2019impegno per la giustizia. Ma l\u2019amore \u00e8 indispensabile e ineliminabile anche nell\u2019orizzonte della giustizia. Alcuni \u2013 erroneamente &#8211; hanno ritenuto che la carit\u00e0 sia stata persino pericolosa perch\u00e9 avrebbe evitato la lotta alle ingiustizie, soprattutto quelle strutturali. In verit\u00e0, le due dimensioni della giustizia e della carit\u00e0 vanno tenute assieme e mai l\u2019una pu\u00f2 fare a meno dell\u2019altra. Ma la carit\u00e0 rende umana la giustizia. Pietro Citati, ricordando i disastri compiuti in nome di una giustizia che non conosce l\u2019amore, annota: \u201cLa giustizia non basta mai: non conosce gli individui; non cerca di esplorare l\u2019ombra. Perfino nel pi\u00f9 perfetto stato del mondo, resteranno sempre gli infelici, gli offesi, gli esclusi e, soprattutto, coloro che non sopportano la vita ed il tempo, perch\u00e9 non sono adatti alla vita e al tempo. Solo chi coltiva la <em>caritas<\/em> pu\u00f2 fare qualcosa per loro. Egli ha occhi acutissimi per ogni individuo; ne conosce i sentimenti, ne condivide le sensazioni, ne ascolta le vibrazioni, e cerca di penetrare nella loro ombra. Come diceva Dostoevskji, chi conosce la <em>caritas<\/em> si spinge negli estremi territori della piet\u00e0 e della compassione: disposto a perdersi, pur di salvare una sola scintilla umana dalla rovina\u201d. Farsi prossimo agli uomini mezzi morti del mondo contemporaneo significa scardinare quella egolatria che sta portando all\u2019imbarbarimento della vita dei singoli e delle societ\u00e0.<\/p>\n<p><strong><em>L\u2019ag\u00e0pe e la rivoluzione individualista<\/em><\/strong><\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 una nuova frontiera con cui l\u2019<em>ag\u00e0pe<\/em> deve confrontarsi. E\u2019 quella che Gilles Lipovetsky, filosofo francese contemporaneo, chiama la \u201cseconda rivoluzione individualista\u201d. Essa \u00e8 contraddistinta dal culto dell\u2019edonismo e della psicologia, dalla privatizzazione della vita e dall\u2019acquisizione di autonomia da parte dei soggetti nei confronti delle istituzioni collettive. Todorov gli fa eco rilevando l\u2019affermarsi di una \u00abtirannia degli individui\u00bb(<em>I nemici intimi della democrazia<\/em>, 2012), che sta guadagnando sempre pi\u00f9 spazio. Il sacrosanto processo di valorizzazione del soggetto \u2013 che ha aiutato il Novecento a liberarsi dai collettivismi ideologici, come mostra bene Adorno, per fare un solo esempio \u2013, privato della sensibilit\u00e0 verso l\u2019altro, sta portando verso una seconda \u201cindividualizzazione\u201d. E\u2019 a dire che non si irrobustisce solo quella congenita attenzione a se stessi, propria della natura umana, ma che l\u2019intera societ\u00e0 e le sue istituzioni sono piegate all\u2019 \u201cio\u201d, all\u2019individuo, al proprio particolare. L\u2019 \u201cio\u201d \u00e8 l\u2019unico assiso sul trono pi\u00f9 alto a cui tutti debbono rendere omaggio. E\u2019 per questo che l\u2019individuo \u00e8 condotto a guadagnare sempre pi\u00f9 spazio. Intorno a questa esigenza di realizzazione personale, molto mediatizzata, si sono moltiplicate le tecniche, si sono mobilitati gli esperti, sono proliferati i mercanti. La stessa psicoterapia, pi\u00f9 che un metodo, \u00e8 diventata una concezione del mondo. Si \u00e8 cos\u00ec costituito un immenso ed eterogeneo mercato dell\u2019equilibrio interiore, che ha mobilitato numerosi corpi professionali e utilizzato le pi\u00f9 svariate forme di terapia o di presa in carica.<\/p>\n<p>La prima vittima di questa \u201cegolatria\u201d, di questa adorazione dell\u2019io, \u00e8 la famiglia. Essa, in effetti, si trova a essere il primo ostacolo a un individualismo senza freni, ad un \u201cio\u201d assoluto, <em>ab-solutus<\/em>, ossia sciolto da qualsiasi altro legame. La famiglia, piegata al primato del sentimento e del desiderio del singolo, \u00e8 mal compresa e quindi soggetta alla destrutturazione. L\u2019 \u201cio\u201d piega gli altri componenti della famiglia a se stesso, ai suoi umori, ai suoi sentimenti. Ovviamente questo non significa non riconoscere i problemi e le difficolt\u00e0 che possono sopraggiungere. Ma oggi vi \u00e8 un problema paradossale. Da una parte la famiglia \u00e8 al culmine dei desideri di tutti, dall\u2019altra viene calpestata senza ritegno.<\/p>\n<p>La vertigine dell\u2019individualismo sta portando verso un crollo generalizzato non solo della prospettiva familiare ma della stessa socialit\u00e0, come nota lo stesso Zigmund Bauman: \u00abNon lo stare insieme, ma l\u2019evitarsi e lo star separati sono diventate le principali strategie per sopravvivere nelle megalopoli contemporanee\u2026\u00bb. \u00c8 la crisi di tante forme comunitarie, dagli storici partiti di massa, alla citt\u00e0, alla famiglia stessa intesa come dimensione dell\u2019esistenza.<\/p>\n<p><strong><em>Un \u201cnuovo inizio\u201d<\/em><\/strong><\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 bisogno di un nuovo inizio, di un nuovo sogno. L\u2019uomo contemporaneo, ormai padrone dei meccanismi che lo costituiscono, crede di possedere tutti gli strumenti per plasmare da s\u00e9 la propria \u201cnatura\u201d e riformulare il quadro di riferimento simbolico della propria \u201ccultura\u201d. Si tratta di un carico pesantissimo che tutti facciamo fatica a portare e sopportare. Infatti, se \u00e8 vero che siamo tutti pi\u00f9 liberi, dobbiamo per\u00f2 constatare che siamo anche tutti pi\u00f9 soli, pi\u00f9 curvi su noi stessi, privi della speranza di un nuovo futuro. Posti di fronte alla necessit\u00e0 di un autoriferimento interiorizzato, ci troviamo costretti a dover scegliere, a decidere, a volere e a reinventare noi stessi e il nostro futuro, senza per\u00f2 avere visioni ampie ed energie morali e spirituali adeguate. L\u2019apertura al grande mondo che doveva esaltare l\u2019uomo contemporaneo, lo trova invece spaesato e indebolito. Nonostante si cerchino anestetici, l\u2019uomo-individuo si scopre vuoto e sente che il vuoto pesa. Senza il sostegno di una cultura, \u00e8 un peso insostenibile. Questo spiega, tra l\u2019altro, perch\u00e9 la depressione \u00e8 diventata il disturbo funzionale pi\u00f9 diffuso della postmodernit\u00e0. C\u2019\u00e8 bisogno di aiutarci a non finire rinchiusi nel proprio io e ad alzare lo sguardo per riprendere a sognare un mondo nuovo. \u00c8 in questo orizzonte che l\u2019<em>ag\u00e0pe<\/em> \u2013 ossia quell\u2019amore che porta a pensare agli altri prima che a se stessi &#8211; deve essere vissuta e testimoniata e magari colorata anche di eros e di <em>philia<\/em>. E\u2019 in questo orizzonte che anche il cristianesimo deve riposizionarsi. Papa Francesco ci sta davanti.<\/p>\n<p>E\u2019 urgente delineare una nuova sintesi antropologica in cui libert\u00e0, relazione con gli altri e responsabilit\u00e0 concorrano a ridefinire la verit\u00e0 dell\u2019\u201cio\u201d, mostrando la perversit\u00e0 dell\u2019affermazione di un \u201cio\u201d senza il \u201ctu\u201d. L\u2019uomo contemporaneo va aiutato a riconoscere che la forma buona della propria esistenza o, se si vuole, la vera realizzazione dell\u2019io, sta nell\u2019attuazione responsabile di un tessuto di relazioni che aspirano all\u2019amore. \u00c8 questa la via pi\u00f9 efficace e preziosa per ridare un\u2019anima all\u2019attuale condizione dell\u2019uomo globalizzato. Il processo della globalizzazione, se lasciato in balia della <em>hybris <\/em>dell\u2019individuo, porta inesorabilmente a una societ\u00e0 sempre pi\u00f9 frammentata e violenta. Al contrario, l\u2019amore per gli altri, quell\u2019<em>ag\u00e0pe<\/em>, di cui i cristiani sono amministratori ma non esclusivi, possono offrire un\u2019anima ad una globalizzazione spesso soggiogata dalla logica del mercato e di una competizione selvaggia. Solo l\u2019amore, nella sua variegata potenzialit\u00e0, potr\u00e0 disegnare un futuro di giustizia e di pace per tutti i popoli della terra.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Intervento al Festival della Filosofia di Modena &#8211; settembre 2013 Un mondo senza amore Vorrei partire da una affermazione di Madre Teresa di Calcutta: \u201cLa peggiore malattia dell\u2019Occidente oggi non \u00e8 la tubercolosi o la lebbra, ma il non sentirsi amati e desiderati, il sentirsi abbandonati. 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