{"id":16891,"date":"2011-02-14T00:00:00","date_gmt":"2011-02-14T00:00:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.vincenzopaglia.it\/cms\/index.php\/san-valentino-il-pontificale.html"},"modified":"2013-05-10T23:52:30","modified_gmt":"2013-05-10T21:52:30","slug":"san-valentino-il-pontificale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.vincenzopaglia.it\/index.php\/san-valentino-il-pontificale.html","title":{"rendered":"San Valentino &#8211; il pontificale"},"content":{"rendered":"<p>&nbsp;<\/p>\n<p id=\"internal-source-marker_0.14494658561394347\">Il  Vangelo che abbiamo ascoltato illumina la testimonianza di San  Valentino, vescovo di questa nostra Chiesa e patrono della citt&agrave; di  Terni. I credenti sanno bene che il vero pastore &egrave; Ges&ugrave;. E&#8217; lui,  infatti, che ha dato la sua vita perch&eacute; non restassimo schiavi del  peccato e di quell&#8217;istinto egoistico che ci spinge a pensare solo a noi  stessi, quel mercenario che fa ripiegare il cuore su se stesso. La  salvezza inizia con la lotta per cacciare dal cuore quel mercenario che &egrave;  in noi e modellare i nostri sentimenti su Ges&ugrave; buon pastore che si  preoccupa degli altri. Valentino ascolt&ograve; questa stessa pagina evangelica  e cerc&ograve; di conformarsi ad essa. Lott&ograve; contro l&#8217;istinto a ripiegarsi su  di s&eacute;, contro l&#8217;attitudine a guardare solo ai propri affari, contro la  tendenza a mettere al centro sempre il proprio io. La parola evangelica  scese nel suo cuore e lui lasci&ograve; che germogliasse. E Valentino fece sua  la passione di Ges&ugrave; di spendere la sua vita per il Vangelo e perch&eacute; il  popolo di Terni apprendesse l&#8217;amore. Come il profeta Geremia anche  Valentino ascolt&ograve; le parole del Signore: &#8220;Tu andrai da tutti coloro a  cui ti mander&ograve; e dirai tutto quello che io ti ordiner&ograve;. Non aver  paura&#8230;perch&eacute; io sono con te per proteggerti&#8221;. E Valentino and&ograve; anche  verso quelle pecore &#8220;che non provengono da questo ovile&#8221;, come nota  l&#8217;evangelista, fino a Roma. E proprio a Roma, dove stava comunicando il  Vangelo, Valentino trov&ograve; la morte. Le ultime ricerche storiche &#8211; che  collocano il nostro patrono nel IV secolo &#8211; fanno pensare alla sua morte  per bloccare la sua azione di evangelizzazione perch&eacute; stava minando il  potere dei senatori pagani che guidavano la citt&agrave;. Non pochi  intellettuali, infatti, accogliendo la sua predicazione, si convertivano  mettendo cos&igrave; a rischio la politica della capitale dell&#8217;impero. Queste  ricerche portano a sostenere che Valentino fu ucciso perch&eacute; non si  affermasse l&#8217;umanesimo cristiano che avrebbe scardinato il potere della  classe politica del tempo.<\/p>\n<p>Questa  nuova lettura storica del martirio di San Valentino fa comprendere  quanto la sua memoria vada oltre quella di protettore degli innamorati,  che peraltro &egrave; una gran cosa. E dobbiamo ribadirlo con forza. E&#8217; stata  molto bella la celebrazione della Festa della Promessa che ha visto ieri  centinaia di coppie di fidanzati pregare il nostro Patrono perch&eacute; renda  saldo il loro amore. E significativo &egrave; stato &#8220;Il concerto di san  Valentino&#8221; che abbiamo offerto loro e che mi augurerei possa realizzarsi  ogni anno. Oltre a questa prospettiva, come ho accennato, la  testimonianza di San Valentino &egrave; ispiratrice di un nuovo umanesimo che  nasce dal Vangelo. E&#8217; quel che la Chiesa deve continuare a fare nel  corso dei secoli, anche oggi. Se la Chiesa si preoccupasse solo di se  stessa e della sua vita interna, sarebbe inficiata anch&#8217;essa da quella  mentalit&agrave; mercenaria che porta a curare solo i propri interessi. Al  contrario, la responsabilit&agrave; verso la Citt&agrave; &egrave; parte integrante della  vita della Chiesa.<\/p>\n<p>Ed  &egrave; per questo che anch&#8217;io, nella festa del Patrono, desidero parlare  avendo nel cuore il bene di questa nostra Citt&agrave;. E debbo confessarvi che  negli ultimi mesi &egrave; ulteriormente cresciuta in me la preoccupazione. In  altri momenti abbiamo parlato di declino, riferendoci ad un orizzonte  di lunga durata che partiva dalla modernit&agrave; industriale che la citt&agrave; ha  vissuto. Oggi &#8211; e lo dico pensoso &#8211; stiamo rischiando una condizione di  ripiegamento. E&#8217; come se la citt&agrave; rinunciasse ai propositi di  cambiamento e di trasformazione, rassegnandosi alle politiche e ai  comportamenti di sempre. La citt&agrave; sembra non voler crescere pi&ugrave;. E&#8217; come  se stesse perdendo l&#8217;anima. E&#8217; indispensabile invece ritrovarla per  poter tornare a crescere. Se non cresciamo cancelliamo gi&agrave; oggi il  futuro nostro e dei nostri figli. S&igrave;, stiamo rischiando di perdere il  futuro. Sono consapevole che il contesto generale di crisi condiziona  fortemente anche la ripresa della nostra citt&agrave;. Tuttavia, dobbiamo  essere consapevoli che non mancano le energie locali che consentono alla  citt&agrave; di ripensarsi, di reinventarsi e di giungere all&#8217;appuntamento con  la ripresa non nelle stesse condizioni in cui si trovava al momento  dell&#8217;ingresso nella crisi o, peggio, in condizioni di maggiore  debolezza.<\/p>\n<p>Ecco  perch&eacute; &egrave; necessario scegliere le priorit&agrave;, fare uno sforzo comune oltre  i confini dei propri interessi di gruppo, valorizzare tutte le risorse  della citt&agrave;, a partire dalle persone e dalle loro capacit&agrave;. Occorre un  impegno straordinario di tutte le realt&agrave; sociali: dell&#8217;impresa e  dell&#8217;economia, della scuola e dell&#8217;universit&agrave;, delle famiglie e delle  fondazioni bancarie, della politica e della Chiesa, e cos&igrave; via. C&#8217;&egrave;  bisogno che quella citt&agrave; poliarchica della quale spesso parliamo prenda  vita. Non &egrave; una preoccupazione nuova. Le questioni sul tappeto infatti  le conosciamo assai bene, anche nei particolari. Ne abbiamo parlato al  convegno del 14 giugno del 2008 delineando anche un&#8217;agenda. Elencammo le  &#8220;questioni pi&ugrave; urgenti&#8221; che avremmo dovuto prendere in considerazione.  Di fatto, stanno emergendo una dopo l&#8217;altra in tutta la loro  problematicit&agrave;. La questione universitaria, a proposito della quale non  sono pi&ugrave; sufficienti atteggiamenti di sola rivendicazione e che richiede  una svolta profonda; la questione industriale, che mostra al tempo  stesso segnali incoraggianti e forti ritardi nei comportamenti dei  soggetti locali; la questione dei servizi, da quelli pubblici locali  all&#8217;azienda ospedaliera della citt&agrave; che richiede ora un attento  approfondimento e che ripropone una delle facce della &#8220;questione Terni&#8221;  dentro il contesto regionale. C&#8217;&egrave; bisogno di risposte convincenti. Penso  infine alle potenzialit&agrave; dei rapporti tra l&#8217;area ternana &#8211; non della  sola citt&agrave; di Terni &#8211; e i territori dell&#8217;Italia centrale. Potenzialit&agrave;  viste ancora solo in un&#8217;ottica umbra, troppo ristretta e che invece  andrebbero sfruttate, ben oltre l&#8217;idea di Terni come citt&agrave; cerniera,  riflettendo sui suoi possibili nuovi ruoli territoriali. Questo  significa porsi &#8211; con serenit&agrave;, ma senza reticenze &#8211; un interrogativo  serio: c&#8217;&egrave; ancora spazio per Terni, in Umbria?<\/p>\n<p>Care  sorelle e cari fratelli, come Diocesi abbiamo cercato di fare la nostra  parte, anche con impegni specifici come ad esempio la ricerca sulle  cellule staminali. Abbiamo avviato una riflessione pubblica sul ruolo  della scuola; abbiamo proposto occasioni di discernimento agli esponenti  della politica; abbiamo spinto i giovani imprenditori a giocare un  ruolo collettivo di leadership, mantenuto un dialogo con le realt&agrave;  economiche cittadine, poste domande sulla questione universitaria. E  prima ancora abbiamo proseguito nel nostro impegno ordinario di  rigenerazione. Il punto &egrave; che tutti questi stimoli e tutte queste  domande non hanno incontrato purtroppo quella discontinuit&agrave; di cui Terni  ha bisogno. Abbiamo spesso assistito, al contrario, al riemergere di  una mentalit&agrave; chiusa, alla proposta di vecchie ricette, alla ricerca di  improbabili alibi, al fallimento di progetti fragili e gestiti in una  logica di compromesso.<\/p>\n<p>Nell&#8217;orizzonte  di un processo di ripresa, vorrei accennare a due questioni. La prima &egrave;  quella del lavoro o &#8220;dei lavori&#8221; come molti dicono. I dati circa la  perdita del lavoro e la sua sicurezza, circa la cassa integrazione, la  disoccupazione giovanile, il lavoro nero, le difficolt&agrave; per la nuova  occupazione non possono non preoccuparci. Tanto pi&ugrave; che il lavoro &#8211;  prima di essere un fattore della dimensione economica &#8211; &egrave; ben di pi&ugrave;  l&#8217;espressione pi&ugrave; genuina della dignit&agrave; della persona umana. C&#8217;&egrave; bisogno  di rinnovare il nostro modo di pensare e analizzare il mondo del lavoro  nelle nostre realt&agrave; economiche e produttive, come recenti ricerche  condotte proprio alla Thyssen-Krupp hanno tentato di fare con successo.  Oggi la &#8220;ferita&#8221; aperta pi&ugrave; evidente riguarda il &#8220;polo chimico&#8221; la cui  salvezza &egrave; vitale non solo per frenare la disoccupazione ma anche per  avviare un nuovo e promettente sviluppo sia per Terni che per l&#8217;intera  Regione. E oggi, festa del nostro Patrono, vogliamo dire ai lavoratori  della Basell la nostra vicinanza con la fondata speranza di vincere la  battaglia.<\/p>\n<p>Tanto  pi&ugrave; che quest&#8217;anno ricordiamo i trenta anni dalla visita di Giovanni  Paolo II a Terni e alle Acciaierie. In quella occasione il Papa parl&ograve; da  Terni all&#8217;Europa intera. E parl&ograve; della sua esperienza di lavoratore:  &#8220;Per me &egrave; stata una grazia speciale del Signore &#8211; disse ai lavoratori  ternani &#8211; quello di lavoratore manuale durante alcuni anni della mia  vita. Ho appreso la vita, ho conosciuto l&#8217;uomo.&#8221; E aggiungeva: &#8220;Il  lavoro non &egrave; un&#8217;occupazione servile&#8230; &egrave; proprio degli uomini liberi, anzi  espressione di libert&agrave; creativa. Ci parla della dignit&agrave; del lavoro  umano. Questa verit&agrave; &egrave; al centro del Vangelo del lavoro&#8221;. E a quella  folla di lavoratori che lo ascoltava disse: &#8220;Vi auguro di cuore che gli  sforzi che fate per rendere il vostro lavoro pi&ugrave; sicuro, la vostra  condizione pi&ugrave; equa, pi&ugrave; rispettabile, pi&ugrave; fruttuosa abbiano buon fine,  anche per il bene comune della societ&agrave;&#8221;. Sono parole attualissime. E  vogliamo farle rivivere attraverso la voce di Benedetto XVI. Ho la gioia  di comunicarvi che il Papa ci ha concesso una udienza speciale solo per  noi di Terni per ricordare appunto questa visita. E ancora una volta il  Papa &#8211; parlando a noi di Terni &#8211; potr&agrave; offrire una riflessione sul  lavoro perch&eacute; sia &#8220;sicuro, degno e stabile&#8221;.<\/p>\n<p>La  seconda questione riguarda il settore della cultura che &egrave; forse  l&#8217;esempio pi&ugrave; emblematico del ripiegamento a cui ho prima accennato.  Purtroppo, la citt&agrave; non vede i segnali di un investimento convinto e  coerente in questo settore. Al contrario, molto spesso quello che viene  presentato come investimento in cultura altro non &egrave; che la  riproposizione di schemi e di modelli che, come citt&agrave;, ci fanno guardare  al passato. E chi tenta la via dell&#8217;apertura, del respiro  internazionale, dell&#8217;innovazione, della sperimentazione, del mettersi in  rete e del cambiamento, incontra resistenze e ostacoli ingiustificati.  Abbiamo bisogno invece di aprirci, di sperimentare, di respirare, e di  invertire la logica del ripiegamento, riprendendo a crescere. Per questo  c&#8217;&egrave; bisogno di investire massicciamente nella cultura facendone una  forza propulsiva. Non si tratta semplicemente di organizzare &#8220;eventi  culturali&#8221;. La questione della cultura si gioca nel campo della  creazione, dell&#8217;arte, dell&#8217;architettura, dello spettacolo, delle nuove  tecnologie, della ricerca. E la cultura ha bisogno di libert&agrave;, di pi&ugrave;  risorse provenienti da pi&ugrave; fonti indipendenti. La libert&agrave; di cui parlo  non &egrave; l&#8217;assenza di limiti, &egrave; piuttosto presenza di istituzioni, quindi  di regole e di comportamenti, aperti alla creativit&agrave; e  all&#8217;imprenditorialit&agrave;. Non si tratta di una visione economicistica, ma  profondamente umanistica. Ho la sensazione che Terni troppo spesso  finisca per trascurare questa libert&agrave; e cadere in una sorta di inerzia  istituzionale che impedisce ogni cambiamento.<\/p>\n<p>In  questo scenario si ripropone anche la questione universitaria. Di nuovo  c&#8217;&egrave; che essa non &egrave; pi&ugrave; un enigma. Molti sono stati gli errori del  passato, e oggi siamo vicini al non avere pi&ugrave; altre possibilit&agrave;. Anche  in questo caso, come in quello della situazione economica, assistiamo a  processi di cambiamento di cui Terni subisce, per cos&igrave; dire, gli  effetti. Non possiamo pi&ugrave; costruirci alibi o muoverci in logica di  ripiegamento. La crisi dell&#8217;esperienza universitaria a Terni non dipende  dalla riforma nazionale dell&#8217;universit&agrave;. Dobbiamo piuttosto verificare  la ragionevolezza del percorso intrapreso ormai da oltre 30 anni,  giudicarne schiettamente gli esiti e aprire strade nuove. Come Diocesi  desideriamo offrire ancora il nostro contributo, e intendiamo sviluppare  nei prossimi mesi ulteriori elementi di proposta. La risposta che va  emergendo da questo cammino costituisce per&ograve;, per tutti noi, una grande  sfida. Siamo chiamati ad abbandonare atteggiamenti consolatori e  chiederci se ci sono delle opportunit&agrave; diverse da cogliere, dei modelli  alternativi su cui puntare. Anche l&#8217;Universit&agrave; ha il dovere di ripensare  le proprie responsabilit&agrave; chiedendosi anche se le proprie istituzioni  presenti a Terni siano le uniche possibili. E in ogni caso &egrave; opportuno  chiedersi se non si debbano sondare anche altre soluzioni per lo  sviluppo di istituzioni di ricerca e di alta formazione. Non dovremmo  chiederci, ad esempio, in maniera pi&ugrave; radicale e al tempo stesso pi&ugrave;  ambiziosa, se non sia giunto il momento di fare di Terni un centro  dell&#8217;economia della conoscenza? di perseguire cio&egrave; quel modello  economico nel quale la conoscenza e la cultura sono i fattori  fondamentali? E&#8217; un sentiero audace, ma possibile, ovviamente solo se  decidiamo di percorrerlo assieme.<\/p>\n<p>Care  sorelle e cari fratelli, avete compreso la pensosit&agrave; che traversa  queste mie parole. Non potevo tacere, anche perch&eacute; sono convinto che la  nostra citt&agrave; ha tutte le potenzialit&agrave; per tornare a crescere. Dobbiamo  essere consapevoli che non abbiamo molto tempo. E comunque c&#8217;&egrave; una  decisione previa da prendere: abbandonare ogni ripiegamento e accogliere  gli stimoli che fanno guardare al futuro, e fare in modo che le giovani  generazioni vedano Terni come la citt&agrave; del loro futuro. Le parole che  chiudono la pagina evangelica illuminano anche quest&#8217;orizzonte. Ges&ugrave;  allarga lo sguardo verso tutto il gregge e dice: &#8220;Ascolteranno la mia  voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore&#8221;. E&#8217; l&#8217;invito a  tutti noi ad accogliere la sua passione di pastore perch&eacute; ci impegniamo  ad edificare una citt&agrave; che sia davvero la citt&agrave; dell&#8217;amore, della  fraternit&agrave;, della speranza per noi e per le generazioni che seguiranno. E  San Valentino continui ad ispirarci e a proteggerci. Amen.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>&nbsp; Il Vangelo che abbiamo ascoltato illumina la testimonianza di San Valentino, vescovo di questa nostra Chiesa e patrono della citt&agrave; di Terni. I credenti sanno bene che il vero pastore &egrave; Ges&ugrave;. 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