{"id":15921,"date":"2011-10-28T00:00:00","date_gmt":"2011-10-28T00:00:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.vincenzopaglia.it\/cms\/index.php\/il-sogno-di-francesco-da-madrid-ad-assisi.html"},"modified":"2013-05-10T23:48:33","modified_gmt":"2013-05-10T21:48:33","slug":"il-sogno-di-francesco-da-madrid-ad-assisi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.vincenzopaglia.it\/index.php\/il-sogno-di-francesco-da-madrid-ad-assisi.html","title":{"rendered":"Il sogno di Francesco da Madrid ad Assisi"},"content":{"rendered":"<p>Ci ritroviamo alla vigilia di una grande evento. Molti di noi hanno ancora davanti agli occhi quella straordinaria immagine di Madrid nella spianata dei &#8220;Quattro venti&#8221;. Eravamo pi&ugrave; di un milione di giovani di tutto il mondo attorno al papa Benedetto XVI per vivere momenti di gioia tra cristiani e sognare un mondo diverso per tutti i popoli. Il mondo, cos&igrave; com&#8217;&egrave;, non &egrave; bello: c&#8217;&egrave; troppa violenza, troppa ingiustizia, troppa disuguaglianza, troppo egoismo, troppe persone sono abbandonate. E il futuro &egrave; buio come un cielo senza stelle.<\/p>\n<p>A Madrid, quella notte, nonostante la pioggia che ha cercato di disperderci, siamo rimasti uniti perch&eacute; c&#8217;era una stella: quell&#8217;Ostia bianca, in alto, davanti a tutti. Vedendola il nostro cuore si &egrave; scaldato e i nostri occhi si sono aperti allo &#8220;spezzare del pane&#8221; all&#8217;alba di un nuovo giorno. Eravamo felici di stare con Ges&ugrave;, di essere &#8220;radicati in lui&#8221;, uomo buono, giusto, mite, generoso, felice, e appassionato per gli altri, per tutti, particolarmente per i pi&ugrave; poveri.<br \/>Con questo bagaglio ci siamo dati appuntamento qui, nella nostra Umbria. Il sogno di Madrid non poteva terminare. Ed eccoci ad Assisi. Qui riceviamo in dono una nuova visione: quella di rappresentanti delle grandi religioni mondiali, assieme a non credenti, gli uni accanto agli altri, che sognano un mondo di pace. Vengono ad Assisi come ad attingere forza dal sogno di quel giovane umbro che ottocento anni fa voleva sradicare dal mondo la violenza e riempirlo di pace.<\/p>\n<p>Anche allora il mondo era segnato da conflitti e ingiustizie. Francensco stesso, giovanissimo, partecip&ograve; ad una delle guerre tra Perugia ed Assisi e fu fatto prigioniero. Pass&ograve; un anno nelle carceri. Uscito, non abbandon&ograve; la via delle armi; anzi, decise di continuarla in maniera pi&ugrave; stabile tentando anche di diventare &#8220;cavaliere&#8221;. E si incammin&ograve; per andare a combattere al seguito di un capitano la guerra in Puglia. Una notte fece un sogno: si trov&ograve; in una ampia stanza di un grande castello con alle pareti un numero considerevole di armi. Inizialmente non comprese con chiarezza tale sogno. Giunto a Spoleto, cadde malato e, nellanotte, sent&igrave; una voce che glielo illuminava: &#8220;Chi scegli: il servo o il padrone?&#8221; Insomma: &#8220;Chi vuoi seguire: te stesso e i tuoi istinti, il capitano d&#8217;armi, o il Signore che ti ama sino a morire per te e che ti invita a combattere un&#8217;altra battaglia?&#8221;<br \/>Partecipare al sogno di Ges&ugrave;<\/p>\n<p>Francesco non ebbe dubbi. Scelse di seguire non se stesso e le sue abitudini ma Ges&ugrave; e la &#8220;battaglia&#8221; per il mondo di giustizia e di pace che Ges&ugrave; era venuto a inaugurare. Scrive la Leggenda dei tre compagni: &#8220;E da quell&#8217;ora smise di adorare se stesso, e persero via via di fascino le cose che prima amava&#8221;. Cosa vuol dire &#8220;smise di adorare se stesso&#8221;? Significa che Francesco, giovane come tutti gli assisiati e un po&#8217; pi&ugrave; ricco di loro, scelse di non vivere per se stesso e per i suoi ideali, ma per il Signore e gli ideali del Vangelo.<\/p>\n<p>L&#8217;egocentrismo, ossia mettere il proprio &#8220;io&#8221;al centro di tutto, &egrave; la tentazione di sempre dell&#8217;umanit&agrave;, ma nei nostri tempi lo &egrave; ancor pi&ugrave;. In passato, infatti, il senso del &#8220;noi&#8221;, della comunit&agrave;, resisteva e poneva qualche argine all&#8217;impetuosit&agrave; dell&#8217;io. Oggi, non &egrave; pi&ugrave; cos&igrave;: la nostra societ&agrave; somiglia sempre pi&ugrave; ad una folla di soli. La globalizzazione che ha avvicinati i popoli non li ha per&ograve; resi fratelli. Al contrario, sembra che abbia spinto singoli e gruppi a rinchiudersi in se stessi, a ripiegarsi sui propri interessi. E questo atteggiamento provoca indifferenza verso gli altri, anzi avorisce il fastidio per gli altri sino al conflitto. E sono scomparse le visioni universali. Ogni singolo, ogni gruppo, ogni nazione, ogni gruppo di nazione gaurda a s&eacute;, pensa a s&eacute; e ai propri problemi. Ciascuno &egrave; fisso sul proprio cielo, non importa se piccolo o grande, quel che conta &egrave; che sia il mio.<\/p>\n<p>Ebbene, Ges&ugrave; &egrave; venuto a disarticolare questo cerchio, a spaccare questa chiusura, a far saltare i confini e ad abbattere i muri. Egli vuole che i suoi discepoli abbiano una visione universale e il cuore che pulsa per il mondo intero. Ges&ugrave; vuole questo tipo di discepoli. Sa bene che l&#8217;istinto ci porta a ripiegarci, per questo egli interviene e ci spalanca gli occhi e il curoe. E&#8217; quel che accadde anche a Francesco. Com&#8217;&egrave; accaduto?<br \/>La via dell&#8217;amore: l&#8217;incontro con il lebbroso e il crocifisso<br \/>Due incontri segnano l&#8217;inizio della vita nuova di Francesco: l&#8217;incontro con il lebbroso e quello con il Crocifisso. Lo detta nel suo testamento, scritto poco prima della morte. Dice cos&igrave;: &#8220;Il Signore concesse a me, frate Francesco, di cominciare cos&igrave; a far penitenza, poich&eacute;, essendo io nei peccati, mi sembrava cosa troppo amara di vedere i lebbrosi. E il Signore mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da essi, ci&ograve; che mi sembrava amaro, mi fu cambiato in dolcezza di anima e di corpo&#8221;.<br \/>Francesco, appena fuori le mura di Assisi &#8211; un po&#8217; come noi -, si imbatt&eacute; in un lebbroso. Erano numerosi a quei tempi i lebbrosi. Ed erano temuti perch&eacute; si pensava che la lebbra fosse contagiosa. Per questo i lebbrosi dovevano abitare fuori delle citt&agrave;. Francesco appena vide il lebbroso istintivamente voleva evitarlo, si fece forza e vinse la paura, scese da cavallo e fece l&#8217;elemosina al lebbroso. Ma comprese &#8211; forse guard&ograve; negli occhi il dolore rassegnato di quell&#8217;uomo &#8211; e comprese che non bastava l&#8217;elemosina. C&#8217;era bisogno di un gesto personale di amore. E Francesco lo baci&ograve;. Non di solo pane vivono i poveri, ma anche del nostro amore. Come, del resto, ciascuno di noi. Con quel gesto Francesco faceva finire il mondo del disperezzo e dell&#8217;abbandono dei deboli, e ne iniziava un altro, quello pi&ugrave; fraterno voluto da Ges&ugrave;.<\/p>\n<p>In effetti, l&#8217;incontro personale con i poveri allarga il cuore, affina gli occhi e rende pi&ugrave; attente le orecchie e pi&ugrave; gioiosa la vita, sia umanamente che religiosamente. Francesco in effetti da allora vide in modo nuovo anche il Crocifisso. Non lo guard&ograve; pi&ugrave; come lo guardava prima. I lebbrosi gli avevano aperto gli occhi del cuore. In essi, nei loro volti sfigurati dalla lebbra, Francesco vide i tratti stessi del Crocifisso. E in certo modo si ripet&eacute; quel che accadde a san Paolo sulla via di Damasco. Se all&#8217;apostolo Ges&ugrave; disse: &#8220;Saulo, perch&eacute; mi perseguiti!&#8221; a Francesco disse: &#8220;Francesco, ero lebbroso e mi hai amato!&#8221; Queste parole ci vengono suggerite dalla Vita seconda, ove si narra: &#8220;Era gi&agrave; del tutto mutato nel cuore e prossimo a divenirlo anche nel corpo, quando, un giorno, pass&ograve; accanto alla chiesa di San Damiano, quasi in rovina e abbandonata da tutti. Condotto dallo Spirito, entra a pregare, si prostra supplice e devoto davanti al Crocifisso e, toccato in modo straordinario dalla grazia divina, si ritrova totalmente cambiato. Mentre egli &egrave; cos&igrave; profondamente commosso, all&#8217;improvviso &#8211; cosa da sempre inaudita!(Gv 9,32) &#8211; l&#8217;immagine di Cristo crocifisso, dal dipinto gli parla, movendo le labbra. &laquo;Francesco, &#8211; gli dice chiamandolo per nome (Cfr Is 40,26) &#8211; va&#8217;, ripara la mia casa che, come vedi, &egrave; tutta in rovina&raquo;. Francesco &egrave; tremante e pieno di stupore, e quasi perde i sensi a queste parole. Ma subito si dispose ad obbedire e si concentr&ograve; tutto &#8211; continua la Vita seconda &#8211; su questo invito: &#8220;Da quel momento si fiss&ograve; nella sua anima la compassione del Crocifisso&#8221;. E inizi&ograve; a riparare la casa di Dio, la chiesetta di san Damiano.<\/p>\n<p>Un mondo fraterno e pacifico<\/p>\n<p>Ma cos&#8217;&egrave; oggi per noi la chiesetta di San Damiano? E&#8217; il mondo intero, sono le nostre citt&agrave;, &egrave; la nostra Umbria, ma anche l&#8217;Italia, l&#8217;Europa e il Mediterraneo. S&igrave;, c&#8217;&egrave; come una continuit&agrave; ininterrotta tra Assisi e il resto del mondo, tra Perugia, l&#8217;Umbria, L&#8217;Italia, l&#8217;Europa, il Mediterraneo e il mondo intero, tra il &#8220;me&#8221; e il &#8220;noi&#8221;. La casa degli uomini ha dimensioni universali. Gi&agrave; da qualche decennio si parla del mondo come di un villaggio. Ed in effetti siamo tutti legati gli uni agli altri. Quel che accade in una parte immediatamente si riverbera nell&#8217;altra. E la casa del mondo va urgentemente riparata perch&eacute; rischia la rovina: in alcune parti &egrave; gi&agrave; crollata, in altre &egrave; scardinata, in altre rischia di crollare, in altre si stanno ammassando le pietre&#8230; e cos&igrave; oltre. E c&#8217;&egrave; bisogno di una visione d&#8217;insieme per raccogliere le pietre, quelle vecchie e quelle pi&ugrave; nuove, e riedificare la casa perch&eacute; sia abitabile per tutti. E&#8217; una metafora, questa della casa, ma descrive bene il mondo di oggi.<br \/>E noi siamo le pietre. Voi, giovani, le pietre nuove. Non possiamo concepirci separati e dispersi. Ciascuno di noi non deve pensarsi come una pietra, magari bella e levigata, ma che se ne sta da sola nel campo della storia. Siamo pietre per esssere impiegate per la costruzione di una nuova citt&agrave;, di una nuova regione, di un nuovo paese, di un nuovo mondo. La nostra vocazione non &egrave; per costruire un mondo per me, ma per edificare un &#8220;noi&#8221;, per radunare la gente, per costruire copmunit&agrave; buone. La nostra vocazione &egrave; fare ovunque delle comunit&agrave;, delle frater nit&agrave; evangeliche. E&#8217; quel che fece Francesco: rinunci&ograve; ad essere una pietra isolata, ossia a porre se stesso al centro della sua preoccupazione, e dedic&ograve; la sua esistenza a costruire una comunit&agrave; di fratelli (frati), che stessero con i pi&ugrave; poveri (minores) &#8211; di qui &#8220;frati minori&#8221; &#8211; perch&eacute; fosse feremento di una nuova societ&agrave;.<br \/>In un mondo di violenza, Francesco cambi&ograve; il suo cuore e scelse di essere un costrutture di fraternit&agrave;. Dopo aver creato un piccolo gruppo di amici and&ograve; in giro ad abbattere i muri che dividevano la gente e a metterla in pace. Come ho gi&agrave; accennato, la vita anche allora non era sicura, soprattutto quando si viaggiava. Le citt&agrave; e i villaggi erano scossi da conflitti, le strade piene di agguati e la vendetta era molto diffusa. Si diceva che non era da uomini sopportare le offese.<\/p>\n<p>Ebbene, in questa societ&agrave; violenta, Francesco fu edificatore di pace. Fu lui a portare riconciliazione tra il gruppo del vescovo e quello del sindaco di Assisi. Li convoc&ograve; assieme nella piazza del vescovado, non prese parte n&eacute; per l&#8217;uno n&eacute; per l&#8217;altro, ma fece cantare da due frati: &#8220;Laudato s&igrave;, mio Signore per quelli che perdonano per lo tuo amore e sostengono infirmitate e tribulazione, beati quelli che sosteranno la pace, che da Te, Altissimo, saranno incoronati&#8221;. Dopo il canto i due decisero di fare pace. Sono tante le storie di &#8220;lupi&#8221; ammansiti da Francesco. Si trattava di uomini violenti che, con l&#8217;impiego delle armi, gettavano nel terrore intere regioni e citt&agrave;. La storia pi&ugrave; famosa &egrave; quella del lupo di Gubbio: non era un animale, ma in realt&agrave; un guerriero che, come una bestia selvatica terrorizzava quella piccola citt&agrave;. Forse era quello che oggi chiameremmo &#8220;un signore della guerra&#8221;, perch&eacute; con qualche mercenario e un castello per proteggersi, teneva in scacco una popolazione intera.<\/p>\n<p>E come non ricordare, a dieci anni dall&#8217;11 settembre, il famoso episodio dell&#8217;incontro tra Francesco e il sultano Malek-el-Kamel, a Damietta in Egitto? E&#8217; un episodio che oggi parla ancora: fu sconcertante per la cultura di quel tempo, che concepiva la guerra per liberare i Luoghi Santi dagli infedeli come un&#8217;opera cristiana meritoria, tanto che i papi e i grandi cristiani avevano predicato la crociata. E forse Francesco non era estraneo da questa mentalit&agrave;. Ma il vangelo e la visione dell&#8217;altro come fratello lo spinse a cercare un&#8217;altra starda, non quella delle armi, ma quella della parola, del dialogo. Se cos&igrave; posso dire, il &#8220;metodo&#8221; per portare la pace utilizzato da Francesco era sempre lo stesso: occorreva vedere nell&#8217;altro il fratello e non il nemico.<\/p>\n<p>Assisi e il cantiere della pace<\/p>\n<p>Noi siamo qui per accogliere questa testimonianza di san Francesco che domani viene come aggiornata al mondo di oggi. Sono passati venticinque anni dall&#8217;incontro di Assisi voluto dal beato Giovanni Paolo II. Il mondo, allora, era ancora diviso in due e sotto il terrore della guerra nucleare. Il papa volle mostrare a tutti la visione di un mondo diverso, dove gli uomini e i popoli non fossero pi&ugrave; gli uni contro gli altri, ma gli uni accanto agli altri.<br \/>Certo, ci si poteva chiedere: ma che cosa potevano fare le religioni di fronte alla minaccia della guerra atomica? Eppure, con quella convocazione di Assisi, il papa mostr&ograve; che i cristiani possedevano una forza debole che pu&ograve; cambiare il mondo attraverso l&#8217;amore. L&#8217;amore genera l&#8217;arte dell&#8217;incontro e del dialogo. Ero presente quel giorno ad Assisi e sentii che quella era una grande visione. Giovanni Paolo II, l&#8217;uomo dell&#8217;incontro, parl&ograve; in modo davvero profetico: &#8220;Il fatto stesso che siamo venuti ad Assisi da varie parti del mondo &egrave; in se stesso un segno di questo sentiero comune che l&#8217;umanit&agrave; &egrave; chiamata a percorrere&#8230; Cerchiamo di vedere in esso un&#8217;anticipazione di ci&ograve; che Dio vorrebbe fosse lo sviluppo storico dell&#8217;umanit&agrave;: un viaggio fraterno nel quale ci accompagniamo gli uni gli altri verso una m&egrave;ta trascendente che egli stabilisce per noi&#8230;&#8221;<\/p>\n<p>L&#8217;incontro tra i credenti delle diverse religioni era, per il papa, la visione del futuro: il viaggio degli uomini verso Dio. E Giovanni Paolo II concluse: &#8220;Forse mai come ora nella storia dell&#8217;umanit&agrave; &egrave; divenuto a tutti evidente il legame intrinseco tra un atteggiamento autenticamente religioso e il gran bene della pace&#8230; La pace &egrave; un cantiere, aperto a tutti e non soltanto agli specialisti, ai sapienti e agli strateghi. La pace &egrave; una responsabilit&agrave; universale: essa passa attraverso mille piccoli atti della vita quotidiana. A seconda del loro modo di vivere con gli altri, gli uomini scelgono a favore della pace o contro la pace.&#8221;<br \/>Giovanni Paolo II apriva a tutti i cristiani, anche ai pi&ugrave; semplici, anche ai pi&ugrave; giiovani, il cantiere della pace. Tutti sono responsabili della pace nel mondo, anche a quelli che non hanno n&eacute; forza n&eacute; potere politico. Noi cristiani abbiamo una forza: quella dell&#8217;amore che si fa arte dell&#8217;incontro e del dialogo. Appare debole, ma &egrave; irresistibile. E abbiamo una visione del futuro: quella del colle di Assisi, uomini di religioni differenti, gli uni accanto agli altri, che significano un&#8217;umanit&agrave; diversificata ma non conflittuale, perch&eacute; fa emergere la propria dimensione spirituale. In mezzo a loro, come uno di loro, stava quel giorno Giovanni Paolo II e domani Benedetto XVI, ambedue servitori della pace. Guardando il papa in mezzo a quei leader religiosi, vengono in mente le parole di Ges&ugrave;: &#8220;io sto in mezzo a voi come uno che serve&#8221; (Lc 22,27). Ambedue stanno in mezzo ai rappresentanti delle diverse religioni come coloro che servono: sono profeti dell&#8217;amore e della verit&agrave;.<\/p>\n<p>Benedetto XVI sale di nuovo ad Assisi per dire che quello spirito &egrave; decisivo nel nostro mondo. C&#8217;&egrave; bisogno dello spirito di Assisi per poter vivere assieme. Benedetto XVI, per l&#8217;incontro di Monaco svoltosi nel mese di settembre scorso, ha scritto: &#8220;Il vivere insieme pu&ograve; trasformarsi in un vivere gli uni contro gli altri, pu&ograve; diventare un inferno, se non impariamo ad accoglierci gli uni gli altri, se ognuno non vuole essere altro che se stesso. Ma aprirsi agli altri, offrirsi agli altri pu&ograve; essere anche un dono. Cos&igrave; tutto dipende dall&#8217;intendere la predisposizione a vivere insieme come impegno e come dono, dal trovare la vera via del convivere. Tale vivere insieme, che un tempo poteva rimanere confinato ad una regione, oggi non pu&ograve; che essere vissuto a livello universale. Il soggetto del convivere &egrave; oggi l&#8217;umanit&agrave; tutta intera&#8221;.<\/p>\n<p>L&#8217;umanit&agrave; deve imparare a vivere insieme. Questo &egrave; un compito dei cristiani, e con loro di tutti i credenti ed anche degli uomini di buona volont&agrave;. Lo spirito di Assisi costruisce la civilt&agrave; del convivere. Ma bisogna cambiare gli uomini perch&eacute; imparino a vivere insieme in un mondo di uomini e donne senza padre, senza spirito. E&#8217; nei cuori &#8211; sottoliena Benedetto XVI &#8211; che deve avvenire il primo cambiamento: sradic are da essi la violenza e renderli luoghi della mitezza e della pace.<\/p>\n<p>Verso una societ&agrave; del convivere<\/p>\n<p>Abbiamo appena iniziato il secondo decennio del nuovo secolo. Dieci anni fa, l&#8217;11 settembre 2001, un terribile attentato terroristico colp&igrave; le Torri Gemelle di New York: cominci&ograve; un decennio di scontri, di guerre (ricordo il dolore di Giovanni Paolo II per la guerra in Iraq), di persecuzioni religiose, in cui sembrava impossibile vivere insieme, in cui si sono voltate le spalle allo spirito di Assisi. Domani riceviamo ancora una volta in dono della visione di Assisi per il prossimo decennio: vivere insieme in pace.<\/p>\n<p>Cari amici, non abbiamo forze particolari per affermarla, se non quella del nostro amore, della nostra fede, della nostra preghiera. Tutto questo &egrave; troppo poco? Penso che sia tantissimo: l&#8217;amore genera incontro e scaccia la paura; l&#8217;amore per i poveri dona la gioia; la fede e la preghiera spostano le montagne di odio. La vita della Chiesa, umilmente ma tenacemente, pu&ograve; indicare una via al mondo. Giovanni Paolo II e Benedetto XVI ci indicano la strada che &egrave; la profezia dell&#8217;amore.<br \/>Non possiamo rassegnarci ad un mondo &#8220;in rovina&#8221;. Passivit&agrave; e rassegnazione non sono sentimenti buoni; facilmente diventano malvagi. Qualcuno li chiama realismo, ma sono espressioni di occhi e cuori spenti, perch&eacute; accecati dall&#8217;amore per s&eacute;. Francesco ci aiuta a non sottrarci all&#8217;impegno ad edificare una societ&agrave; nuova, pacifica, buona, giusta. Egli, umile, viene ancora in mezzo a noi, come fece con i giovani di Assisi di ottocento anni fa, e ci spinge a percorrere la via del Vangelo con un nuovo entusiasmo e una nuova passione. Per questo potremmo in questo anno sottolineare nell&#8217;Umbria l&#8217;impegno dei giovani ad ascoltare il Vangelo, assieme e con perseveranza, certi che il Signore illuminer&agrave; la nostra mente e ascolter&agrave; la nostra preghiera. Potremmo avviare e irrobustire la pratica della &#8220;lectio divina&#8221;, sapendo che la Parola di Dio radicher&agrave; la nostra vita in Ges&ugrave;, come accadde a Francesco, il quale ascolt&ograve; il Vangelo e lo mise in pratica, alla lettera, &#8220;sine glossa&#8221;, cambiando se stesso e il mondo.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Ci ritroviamo alla vigilia di una grande evento. 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