{"id":15916,"date":"2011-03-02T00:00:00","date_gmt":"2011-03-02T00:00:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.vincenzopaglia.it\/cms\/index.php\/poliarchia-e-bene-comune.html"},"modified":"2013-05-10T23:48:34","modified_gmt":"2013-05-10T21:48:34","slug":"poliarchia-e-bene-comune","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.vincenzopaglia.it\/index.php\/poliarchia-e-bene-comune.html","title":{"rendered":"Poliarchia e bene comune"},"content":{"rendered":"<p>&nbsp;<\/p>\n<p id=\"internal-source-marker_0.1937330518957796\">1.  Non credo sia mio compito specifico presentare il volume. Mentre mi  pare opportuno, anche nella mia vesta di vescovo, offrirne la chiave di  lettura. Perch&eacute; e da cosa &egrave; nato questo volume? E&#8217; nato perch&eacute; la fede  ha spinto dei credenti a riflettere su se stessa nel suo impatto con la  storia. Alcuni credenti hanno sentito l&#8217;obbligo, derivante dalla stessa  fede, di impegnarsi in un&#8217;opera di discernimento, ossia di ascolto della  realt&agrave; della nostra Regione all&#8217;interno della visione cristiana. E&#8217;  insomma un tentativo di lettura dei &#8220;segni dei tempi&#8221;. Senza l&#8217;orizzonte  della fede il discernimento sarebbe privo di punti di orientamento:  senza il confronto con la realt&agrave; storica la fede resterebbe astratta,  sul piano dei principi teorici.<\/p>\n<p>2.  L&#8217;Eucarestia, culmine della fede, &egrave; il motore che spinge il credente a  entrare nella storia. &nbsp;Benedetto XVI parla della &#8220;mistica&#8221; sociale del  sacramento nella Deus Caritas Est  (n.14): &#8220;L&#8217;unione con Cristo &egrave; allo stesso tempo unione con tutti gli  altri ai quali Egli si dona. Io non posso avere Cristo solo per me;  posso appartenergli soltanto in unione con tutti quelli che sono  diventati o diventeranno suoi. La comunione mi tira fuori di me stesso  verso di Lui, e cos&igrave; anche verso l&#8217;unit&agrave; con tutti i cristiani.  Diventiamo &laquo; un solo corpo &raquo;, fusi insieme in un&#8217;unica esistenza. Amore  per Dio e amore per il prossimo sono ora veramente uniti: il Dio  incarnato ci attrae tutti a s&eacute;.&#8221; Di qui scaturisce la prospettiva  sull&#8217;Eucaristia e la citt&agrave;.<\/p>\n<p>3.  L&#8217;Eucaristia spinge la Chiesa ad entrare nella Citt&agrave;. Sarebbe un  tradimento del sacramento restare dentro le mura della Chiesa o anche  uscire solo sul sagrato. L&#8217;Eucarestia spinge ad essere lievito della  pasta, luce dell&#8217;intero ambiente, sale per l&#8217;intero cibo. Insomma, mette  in relazione strettissima la Chiesa e la Citt&agrave; come intime l&#8217;una  all&#8217;altra. La Chiesa, sebbene distinte, non sono estranee. La Lumen Gentium afferma che la  Chiesa &egrave; &#8220;il segno e lo strumento dell&#8217;intima unione con Dio e  dell&#8217;unit&agrave; di tutto il genere umano&#8221; (n.1). Come dico nel mio saggio  introduttivo al libro, la Chiesa e la Citt&agrave; &#8220;non sono perfette in se  stesse, non sono chiuse l&#8217;una all&#8217;altra e neppure sono impermeabili tra  loro. La tentazione della esclusivit&agrave; della Citt&agrave; &egrave; stato il tratto  distintivo di tutti i progetti ideologici che si sono trasformati in  totalitarismi e che hanno riempito di sangue il secolo scorso. Ma anche  la perfezione della Chiesa &egrave; tale solo in termini escatologici, essendo  essa su questa terra semper reformanda.  Per questo la Chiesa non pu&ograve; pretendere la guida. Chiesa e Citt&agrave; sono  per&ograve; in intima relazione, quasi &#8220;interne&#8221; l&#8217;una all&#8217;altra. Questo  tuttavia non vuol dire che sia facile interagire tra loro o che il  rapporto sia dato una volta per tutte e sempre nello stesso modo. Ogni  generazione cristiana, a seconda della situazione storica, &egrave; chiamata a  riscoprire la relazione con la citt&agrave; nella chiarezza della differenza e  nella forza del legame. Si tratta appunto di un cammino di discernimento  che non si riduce alla semplice applicazione delle verit&agrave; della fede  alla concreta realt&agrave; storica, bens&igrave; all&#8217;umile e paziente ascolto della  Parola di Dio &#8211; in consonanza con la Tradizione della Chiesa &#8211; che si  rivela anche attraverso i segni dei tempi presenti nella vicenda umana.  La Chiesa pertanto non si limita unicamente a proclamare principi,  accetta piuttosto la sfida della costruzione storica assieme agli uomini  di buona volont&agrave; perch&eacute; la citt&agrave; sia pi&ugrave; giusta e pi&ugrave; umana.&#8221;<\/p>\n<p>4.  Il punto focale che fa da snodo nel volume quando si parla di Citt&agrave; &egrave;  quello della pluralit&agrave; dei poteri sociali, della loro relazione ma  soprattutto della loro autonomia. E&#8217; il tema della poliarchia, un modo  di essere e di vedere la realt&agrave; sociale nel quale a nessuna sfera  sociale (economia, politica, religione, etc.) &egrave; riservato un primato. La  &#8220;divisione sociale dei poteri&#8221; relativizza infatti ogni potere. Tutti i  poteri sociali, ciascuno secondo il suo ordine, servono al bene comune.  Il bene comune non &egrave; monopolio di uno tra questi poteri. E&#8217; invece il  frutto della loro continua relazione. L&#8217;insegnamento sociale della  Chiesa &#8211; anche esso legato alla dinamica storica e all&#8217;esercizio del  discernimento &#8211; ha individuato una grande sintonia con questo punto di  vista che, del resto, ha radici nella storia del pensiero cristiano.  Poliarchia significa dunque, a maggior ragione, piena cittadinanza nello  spazio pubblico per tutte le &#8220;visioni del mondo&#8221;, dunque anche per la  comunit&agrave; cristiana. Tutte le realt&agrave; sociali e le istituzioni vengono  quindi &#8220;laicizzate&#8221;, ossia relativizzate. Tutte sono chiamate a scendere  in campo, in tutto il campo. Per questo non solo non c&#8217;&egrave; l&#8217;accusa di  invadere il campo, semmai c&#8217;&egrave; la chiamata a percorrerlo tutto. Il campo  dello spazio pubblico non &egrave; riservato a nessuna istituzione in  particolare. Al contrario, solo un campo affollato di protagonisti  capaci di dare spessore alla riflessione pubblica &egrave; in grado di ospitare  una societ&agrave; che cresce, pi&ugrave; giusta, pi&ugrave; aperta. Una societ&agrave; che ha cura  del bene comune. Nel pensiero cristiano il bene comune consiste  &#8220;nell&#8217;insieme delle condizioni sociali, grazie alle quali gli uomini  possono perseguire il loro perfezionamento pi&ugrave; riccamente o con maggiore  facilit&agrave;, cio&egrave; soprattutto nella salvaguardia dei diritti della persona  umana e nell&#8217;adempimento dei rispettivi doveri&#8221; come dice il Concilio (Dignitatis Humanae n.6).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>5.  E qui si apre tutta la fatica del discernimento. Non si tratta  semplicemente di applicare dei &#8220;principi&#8221; cristiani esistenti  nell&#8217;iperuranio e poi di applicarli alla &#8220;realt&agrave;&#8221;. E&#8217; fallace pensare  che ci sia prima una &#8220;dottrina sociale della Chiesa&#8221; e poi &#8220;la realt&agrave;  sociale&#8221; alla quale applicarla. Il discernimento consiste nella fatica  di interpretare la situazione, nella convinzione che la verit&agrave; ha una  forma pi&ugrave; complessa di quanto spesso crediamo e che mette alla prova sia  l&#8217;intelletto che la volont&agrave;. Il grande teologo von Balthasar, in Abbattere i bastioni,  scriveva che la verit&agrave; &egrave; ellittica, esige di essere guardata da pi&ugrave;  punti di vista e di assumere dunque la fatica di spostarsi, di camminare  &#8211; come Ges&ugrave; camminava &#8211; dall&#8217;uno all&#8217;altro di questi punti. Potremmo  dire che la verit&agrave; &egrave; temporalizzata, &egrave; una verit&agrave; nel tempo. Il  discernimento produce dunque giudizi, non principi. Giudizi fallibili,  storicamente condizionati, aperti al confronto critico. Per questo il  cammino di discernimento delle otto diocesi dell&#8217;Umbria rappresentato da  questo libro (ma fatto di molto altro: gli incontri della Consulta  regionale della CEU; i seminari di approfondimento con le espressioni  della realt&agrave; regionale; il lavoro del gruppo degli esperti che hanno  accompagnato la Consulta; l&#8217;incontro regionale dell&#8217;Azione cattolica; il  grande convegno di studi del 19 dicembre 2009 ad Assisi; tutti  appuntamenti che si sono sviluppati parallelamente al cammino  preparatorio della settimana sociale dei cattolici italiani di Reggio  Calabria dello scorso ottobre, cammino che ha non poco beneficiato &#8211; lo  possiamo dire anche con un po&#8217; di legittimo orgoglio &#8211; del nostro lavoro  regionale) esprime dei giudizi, anche sulla vitalit&agrave; delle stesse Chiese. Ne riprendo alcuni con brevi spunti.<\/p>\n<p>6.  Per l&#8217;Umbria &egrave; urgente riconsiderare attentamente e lucidamente le  criticit&agrave; che minacciano la sostenibilit&agrave; dei suoi livelli di benessere e  la qualit&agrave; della vita sociale nel prossimo futuro. In altri termini  occorre mettere sotto osservazione la sostenibilit&agrave; del modello Umbria:  poca innovazione, poco dinamismo ma buona qualit&agrave; sociale. Questa  combinazione si regge su presupposti in via di esaurimento. Il  sovrapporsi della crisi economica alla riforma del cosiddetto  federalismo fiscale e&nbsp;alle debolezze strutturali preesistenti impone  l&#8217;adozione di nuove visioni dello sviluppo regionale da parte di tutti.  Il rischio &egrave; il declino. Alcuni impegni sono prioritari: un pi&ugrave; vigoroso  e creativo&nbsp;impegno degli imprenditori, che faccia crescere iniziative  innovative nell&#8217;industria e nei servizi, anche al fine di valorizzare il  capitale umano disponibile; un riordino dei rapporti tra i livelli di  governo regionale e locale, che riqualifichi l&#8217;intervento pubblico,  ancora troppo invasivo nonostante le promesse della &#8220;regione leggera&#8221;,  una buona idea che &egrave; riuscita per&ograve; a fare poca strada; politiche  pubbliche in campo economico capaci di definire delle priorit&agrave;, capaci  cio&egrave; di indirizzare le risorse dove pi&ugrave; ampie sono le prospettive di  sviluppo, sottratte alla logica asfissiante della mera distribuzione e  finalmente sottoposte ad attenta valutazione; assetti  delle istituzioni politiche regionali capaci di produrre decisioni,  equilibrati ma non arrendevoli nei confronti dei tanti poteri di veto,  ordinati secondo una logica bipolare che, nel contesto storico, appare  comunque come la pi&ugrave; efficace per garantire trasparenza e  responsabilit&agrave;. Come si vede un elenco di questioni, un elenco dei  &#8220;problemi pi&ugrave; urgenti&#8221; &#8211; volendo riprendere l&#8217;espressione della parte II  della Gaudium et spes,  quella in cui i padri conciliari affrontarono i nodi della realt&agrave;  contemporanea, secondo lo stile del discernimento al quale anche noi ci  siamo ispirati. Un elenco di problemi che diventa un&#8217; agenda per  l&#8217;Umbria, analogamente a quanto hanno fatto la Chiesa italiana e il suo  laicato nella settimana di Reggio Calabria. Un&#8217;agenda di speranza per il  futuro dell&#8217;Umbria, potremmo dire oggi.<\/p>\n<p>7.  Anche le diocesi umbre debbono fermarsi a riflettere su se stesse, per  fare i conti con la loro storia recente, per indagare e interrogarsi ad  esempio sui rapporti avuti con la dimensione pubblica e politica. Il  libro tenta una prima analisi in questa direzione e utilizza la  categoria del &#8220;devozionismo protetto&#8221; per descrivere questi rapporti. Ci  troviamo di fronte cio&egrave; ad un cattolicesimo un po&#8217; introverso, timido  nei confronti di quel primato della politica ancora cos&igrave; diffuso nel  contesto regionale umbro, ricco di presenze individuali ma debole nel  suo tessuto associativo, forte nella sua tensione alla solidariet&agrave; ma  povero di un&#8217;elaborazione culturale in grado di orientare la discussione  pubblica. Naturalmente molte sono le eccezioni ma sono eccezioni che  restano tali: questa &egrave; la tesi avanzata nel libro. Va da s&eacute; che quella  politica non &egrave; l&#8217;unica proiezione pubblica del cattolicesimo. Per  ricostruire un quadro pi&ugrave; completo occorrerebbe allargare l&#8217;analisi al  mondo della scuola e dell&#8217;universit&agrave;, a quello economico (impresa,  finanza, sindacato) ed ad altri ancora. Cio&egrave; andrebbe progressivamente  indagato l&#8217;intero spettro dei rapporti tra le diverse sfere sociali  inclusa quella religiosa. Si potrebbe cominciare col testare a pi&ugrave; largo  raggio la tesi avanzata nel libro, ad esempio attraverso la analisi  delle scelte operate da un cospicuo numero di cattolici protagonisti nel  mondo delle imprese e della finanza locale, nel mondo della cultura e  dell&#8217;Universit&agrave;. E quindi con il chiedersi se siano state diverse ed  innovatrici, e in che misura, le esperienze delle fondazioni bancarie,  delle universit&agrave; o delle associazioni imprenditoriali quando sono state  guidate da cattolici. La questione riguarda dunque il laicato cattolico  ma non solo. Come abbiamo visto &egrave; infatti essenzialmente ecclesiale  perch&eacute; tocca il rapporto tra la Chiesa e la Citt&agrave;. Certo al laicato  spetta il compito di elaborare risposte, comportamenti, istituzioni che  superino la separazione tra &#8220;dentro&#8221; e &#8220;fuori&#8221;, tra Chiesa e Citt&agrave;, tra  una dimensione religiosa relegata alla sfera privata e vissuta con  modalit&agrave; individualistiche e una dimensione pubblica sovente  monopolizzata dalle istituzioni politiche.<\/p>\n<p>8.  Coloro che hanno contribuito a costruire le &#8220;narrazioni&#8221; pubbliche  della storia regionale vanno orgogliosi del contributo dell&#8217;Umbria alla  elaborazione di una cultura e di una prassi regionalistica, non solo sul  piano interno dei rapporti tra le organizzazioni politiche regionali ma  anche su quello nazionale. L&#8217;Umbria ha dato ampio spazio alla  riflessione sul regionalismo come movimento capace di riformulare le  modalit&agrave; di funzionamento delle istituzioni politiche e allargare le  potenzialit&agrave; di partecipazione e di crescita economica. Questo lungo  cammino, che inizia ben prima della costituzione della Regione come  soggetto di governo, si &egrave; compiuto attraversando diverse stagioni, da  quella della programmazione a quella della concertazione, tutte in  qualche modo egemonizzate da un&#8217;idea gerarchica, verticale, unitaria del  modello sociale, l&#8217;idea del primato della politica. La fase della  &#8220;regione leggera&#8221; ha segnato un punto di svolta anche se si &egrave; trattato  di una svolta incompiuta.<\/p>\n<p>9.  Non &egrave; venuto il momento di pensare una nuova fase della storia  regionale, una fase nella quale la crescita delle opportunit&agrave; e il  futuro della regione vengano presi concretamente in mano da tutte le sue  istituzioni sociali, senza primati, in un quadro di collaborazione e di  autonomia, allargando gli orizzonti (dei mercati, delle relazioni  culturali, del dialogo religioso) e riconoscendo tutti insieme che una  stagione si &egrave; chiusa e che occorre guardare oltre? Guardare oltre il  regionalismo politico e verso un policentrismo regionale, lontano dalle  trappole del localismo, agganciato alle aree &#8220;forti&#8221; dell&#8217;Italia  centrale, aperto alla storia nazionale ed europea, guidato da un&#8217;idea  poliarchica di societ&agrave;. Solo cos&igrave; l&#8217;Umbria potr&agrave; tornare ad essere un  laboratorio, uno spazio aperto di dialogo e di ricerca, per la Chiesa e  per la Citt&agrave;. Il volume, in sintesi, si presenta con l&#8217;umilt&agrave; di chi  vuole proporre quella che ho definito un&#8217;agenda, e assieme con la  passione di chi crede che abbiamo le forze per intraprendere una nuova  stagione. Per me cristiano &egrave; un&#8217;esigenza che parte dall&#8217;interno stesso  della fede. Diceva l&#8217;Apostolo Paolo: &#8220;Perch&eacute; ho creduto perci&ograve; ho  parlato&#8221;(2Cor 8,13).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>&nbsp; 1. Non credo sia mio compito specifico presentare il volume. Mentre mi pare opportuno, anche nella mia vesta di vescovo, offrirne la chiave di lettura. Perch&eacute; e da cosa &egrave; nato questo volume? E&#8217; nato perch&eacute; la fede ha spinto dei credenti a riflettere su se stessa nel suo impatto con la storia. 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