{"id":15684,"date":"2001-09-09T00:00:00","date_gmt":"2001-09-09T00:00:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.vincenzopaglia.it\/cms\/index.php\/stare-insieme-e-difficile-ma-inevitabile.html"},"modified":"2013-05-10T23:48:37","modified_gmt":"2013-05-10T21:48:37","slug":"stare-insieme-e-difficile-ma-inevitabile","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.vincenzopaglia.it\/index.php\/stare-insieme-e-difficile-ma-inevitabile.html","title":{"rendered":"Stare insieme \u00e8 difficile ma inevitabile"},"content":{"rendered":"<p>Valori e regole del dialogo interreligioso, vera scommessa del XXI secolo<BR><BR>Il tema \u00e8 tra quelli cruciali di questo inizio di millennio. E, senza alcun dubbio, \u00e8 necessario che il dialogo trovi pi\u00f9 ampio spazio nella riflessione e nel dibattito. Tutti i campi ne sono coinvolti, da quello culturale a quello religioso e a quello politico. Se solo si considera l&#8217;accelerazione che stanno subendo le relazioni tra gli uomini, tra i popoli, tra le culture, tra le fedi, il dialogo appare non solo auspicabile ma addirittura indispensabile. Anche solo un superficiale sguardo ai conflitti che tormentano lo scenario internazionale, i quali peraltro vanno di pari passo con l&#8217;acuirsi delle chiusure e dei ripiegamenti delle diverse identit\u00e0 su se stesse, spinge ad accelerare il passo nella direzione del dialogo. L&#8217;alternativa al dialogo appare essere quel &#8220;conflitto di civilt\u00e0&#8221; che uno studioso come Samuel P. Huntington prospetta come l&#8217;orizzonte verso il quale ci stiamo dirigendo. In ogni caso, la dialettica tra identit\u00e0 e dialogo resta una delle frontiere cruciali del Ventunesimo secolo. E si deve riconoscere che anche in questo campo Giovanni Paolo II ha offerto un contributo del tutto peculiare. Ricordo solo uno dei suoi ultimi, sorprendenti gesti: dopo essere stato il primo Papa della storia entrato in una sinagoga (a Roma) \u00e8 anche il primo che \u00e8 entrato in una moschea (a Damasco). La brevit\u00e0 dello spazio non permette un&#8217;analisi pi\u00f9 dettagliata di questa complessa problematica; mi limiter\u00f2 a qualche spunto di riflessione. Esistenza dialogale. Premetto anzitutto che il dialogo non va inteso come una tattica o una strategia di comportamento. Il dialogo di cui c&#8217;\u00e8 bisogno \u00e8 uno stile di vita, un modo di concepire l&#8217;esistenza sino a farla divenire tutt&#8217;intera una &#8220;esistenza dialogale&#8221;. Solo in questa prospettiva \u00e8 possibile far crescere la convivenza tra gli uomini e forse farla sopravvivere. Tornano drammaticamente attuali le parole pronunciate da Martin Buber nel 1929: &#8220;In Palestina, noi non abbiamo mai vissuto con gli arabi, ma accanto a loro. La coabitazione di due popoli sulla stessa terra diviene fatalmente opposizione, se non si sviluppa nella direzione di un essere-assieme. Nessun cammino permette di tornare a una pura e semplice coabitazione. \u00c8 invece ancora possibile incamminarsi verso lo &#8220;stare assieme&#8221;, anche se numerosi ostacoli si sono accumulati su questa via&#8221;. Queste parole le pronunci\u00f2 davanti a un uditorio di personalit\u00e0 sioniste, a Berlino, pochi giorni dopo che decine di ebrei erano stati barbaramente massacrati da alcuni arabi a H\u00e9bron. Ma si possono applicare anche ai Balcani, all&#8217;Irlanda del Nord, alla Turchia, al Ruanda e al Burundi, e a tante altre regioni del mondo. Il dialogo inteso non semplicemente come un metodo nel rapportarsi tra le persone, tra i popoli e tra le nazioni, ma come un modo di vivere e quindi di relazionarsi, ha una forza indiscutibile. Si potrebbe dire che sprigiona da s\u00e9 un&#8217;energia virtuosa perch\u00e9 sgorga dal di dentro del cuore degli uomini. Con grande sapienza Buber notava: &#8220;I sentimenti si hanno, l&#8217;amore \u00e8 un fatto che si produce&#8221;. Il dialogo cos\u00ec inteso fa crescere l&#8217;amore e quindi la comprensione tra i diversi. Ed \u00e8 ovvio che si tratta di una dimensione o, se si vuole, di un&#8217;opera che richiede pazienza e saggezza, fermezza e tolleranza, curiosit\u00e0 e ricerca.<BR>Verit\u00e0 dialogica. La prospettiva di una &#8220;esistenza dialogica&#8221; invita a pensare in modo pi\u00f9 ricco la stessa verit\u00e0. Non mi addentro nel dibattito teorico sulla verit\u00e0, che traversa l&#8217;intero pensiero occidentale. Ma forse proprio questa complessa e feconda tradizione filosofica, che alcuni indicano con il riferimento ad Atene per sottolinearne l&#8217;origine ellenica, pu\u00f2 essere arricchita dall&#8217;incontro con la tradizione semita, che gi\u00e0 Lewit legava idealmente a Gerusalemme. L&#8217;invito \u00e8 quello di arricchire Atene con l&#8217;apporto di Gerusalemme. Il &#8220;sentire&#8221; semita, infatti, con la sottolineatura del versante dinamico, pu\u00f2 arricchire la sponda ellenica della concezione della verit\u00e0. Per la tradizione semita la verit\u00e0 non \u00e8 solamente lo svelamento dell&#8217;essere, ma anche il farsi dell&#8217;essere nella storia. Michel de Certeau, a tale proposito, scrive: &#8220;La verit\u00e0 cambia statuto, cessa poco a poco di essere ci\u00f2 che si manifesta, per divenire ci\u00f2 che si produce, e acquisisce cos\u00ec una forma scritturistica&#8221;. Si potrebbe perci\u00f2 parlare non solo di &#8220;esistenza dialogica&#8221; ma anche di &#8220;verit\u00e0 dialogica&#8221;, ossia di una verit\u00e0 che \u00e8 assieme ferma e flessibile, una e plurale, che fa emergere la sua complessit\u00e0, i suoi variegati volti, attraverso il dialogo. Ogni singola identit\u00e0, pertanto, deve riconoscersi plurale fin nelle proprie radici. E questo comporta accettarsi come esseri abitati da una vita di cui lo scambio \u00e8 la manifestazione primaria. La stessa parola \u00e8 sempre dia-logale. Una parola mono-logale, che non entra in relazione con le altre, si isterilisce e perde il suo stesso statuto relazionale. Al contrario, la parola dia-logale, anche se rischia di perdere i suoi confini essendo tirata da molte parti, non si dissolve, anzi si arricchisce. Le diverse identit\u00e0 sono perci\u00f2 costrette a una complementariet\u00e0 ricca e fruttuosa perch\u00e9 l&#8217;apertura all&#8217;altro obbliga a ridefinirsi costantemente. Lo stesso cristianesimo, ad esempio, in certo modo, cresce come pensiero interreligioso, proprio perch\u00e9 la sua delimitazione richiede il riconoscimento dei confini altrui. Insomma, nessuna identit\u00e0 \u00e8 possibile senza il confronto e il dialogo con le altre.<BR>Dialogo a ogni costo? Da quanto detto appare evidente che non c&#8217;\u00e8 alternativa al dialogo. Ma questo non significa un appiattimento generale. Credo, tuttavia, che il dialogo \u00e8 la via (l&#8217;unica?) che pu\u00f2 far passare indenni tra il fondamentalismo e l&#8217;irenismo. Nel dialogo c&#8217;\u00e8, ovviamente, l&#8217;attitudine a sottolineare ci\u00f2 che unisce, come amava ripetere Giovanni XXIII. Ma questo non significa dimenticare le differenze; le quali vanno fatte emergere, ma anche comprese. Tale attitudine dialogica permette di sentire la propria identit\u00e0 non &#8220;contro&#8221; ma in un rapporto positivo con gli altri. Del resto, sappiamo bene che ogni totalitarismo religioso trova la sua radice nel cuore di chi si sente talmente gratificato della pienezza della verit\u00e0 da non avere pi\u00f9 il bisogno dell&#8217;altro o comunque da non avvertirne la mancanza. In questi casi il dialogo non solo non viene praticato ma \u00e8 addirittura sentito come un pericolo e quindi, da parte di costoro, assolutamente escluso. Dialogare \u00e8 necessario, ma non al di fuori di regole che vanno rispettate. Thomas Merton, un monaco che ha vissuto gli ultimi anni della sua vita sulla frontiera del dialogo interreligioso, parla provocatoriamente di peccati capitali nel dialogo interreligioso e tra le &#8220;cattive strade&#8221; ne indicava le seguenti: l&#8217;accettazione di un facile sincretismo, l&#8217;assenza di uno scrupoloso rispetto delle differenze, e dare pi\u00f9 peso di quello che hanno alle questioni culturali e istituzionali. Un dialogo ben condotto \u00e8 a un tempo riconoscimento e presa di distanza dalla pluralit\u00e0 del mondo. Merton, il giorno stesso della sua morte, diceva: &#8220;Noi accettiamo la divisione, collaboriamo con la divisione e superiamo la divisione&#8221;. Conosceva bene le difficolt\u00e0 di tale cammino e aggiungeva: &#8220;Sono convinto che un&#8217;atmosfera di pazienza orientale debba prevalere sull&#8217;impaziente passione occidentale di ottenere risultati immediati e visibili&#8221;. <BR>Identit\u00e0 e dialogo. Il dialogo non \u00e8 rinuncia alle proprie convinzioni e tanto meno tolleranza acritica al male e alle ingiustizie. La fede religiosa sa, e deve, combattere e contrastare i sepolcri imbiancati e coloro che contrabbandano le loro opinioni personali come parole rivelate. Per il credente il dialogo si fonda sulla convinzione che in ogni uomo vi \u00e8 il &#8220;sigillo&#8221; di Dio e il suo animo \u00e8 ben pi\u00f9 complesso e ricco della sua ideologia di riferimento. Uno dei punti pi\u00f9 innovativi dell&#8217;enciclica Pacem in Terris di Giovanni XXIII fu appunto la distinzione tra l&#8217;errore e l&#8217;errante. E proprio su questo passaggio del testo papale si basarono i tentativi di incontro tra appartenenti a diverse ideologie. L&#8217;uomo non cade mai totalmente nell&#8217;abisso dell&#8217;errore totale ed \u00e8 perci\u00f2 sempre possibile un suo recupero. Su tale convinzione, ad esempio, si basa l&#8217;avversione alla pena di morte. E forse qualcosa di analogo \u00e8 possibile dire anche sulla presunta ineluttabilit\u00e0 della guerra. Non mi addentro nell&#8217;analisi teorica sulla guerra giusta o ingiusta. Giovanni Paolo II ammette che c&#8217;\u00e8 stata nella Chiesa una maturazione in questo campo: &#8220;Oggi dobbiamo essere grati allo spirito di Dio, che ci ha portati a capire sempre pi\u00f9 chiaramente che il modo appropriato e insieme pi\u00f9 consono al Vangelo, per affrontare i problemi che possono nascere tra i popoli, religioni e culture, \u00e8 quello di un paziente, fermo quanto rispettoso dialogo&#8221;. Qui forse c&#8217;\u00e8 uno scarto tra fede laica e fede religiosa. L&#8217;accenno appena. Per la ragione laica a volte la guerra \u00e8 l&#8217;unico mezzo a disposizione e va quindi usato senza tentennamenti. Per la fede vi \u00e8 sempre una risorsa in pi\u00f9, un supplemento di fiducia nell&#8217;uomo, in qualsiasi uomo, in qualsiasi popolo. La divaricazione nasce dalla diversa concezione dell&#8217;uomo e quindi dai diversi modi di risolvere gli eventuali problemi che sorgono nella convivenza tra gli uomini. \u00c8 in questa dinamica che Paolo VI scrisse la sua prima enciclica (Ecclesiam suam) per mettere in rapporto diretto la Chiesa con tutti, con le altre confessioni cristiane, con le altre religioni e con i non credenti. La Chiesa cattolica contemporanea, con la svolta &#8220;dialogica&#8221; del Vaticano II, ha posto se stessa, e in modo ormai irreversibile, sulla frontiera del dialogo. La Chiesa preserva la sua identit\u00e0 non rinchiudendosi nei propri confini, ma aprendosi alle complesse frontiere della storia. In tale contesto, ad esempio, l&#8217;annuncio (strettamente legato alla propria identit\u00e0) e il dialogo vanno tenuti assieme. L&#8217;uno non esclude l&#8217;altro. Al contrario, essi si intrecciano e in certo modo si contengono a vicenda. Giovanni Paolo II nell&#8217;enciclica Redemptoris Missio scrive: &#8220;Il dialogo inter-religioso fa parte della missione evangelizzatrice della Chiesa. Inteso come metodo e mezzo per una conoscenza e un arricchimento reciproco, esso non \u00e8 in contrapposizione con la missione ad gentes, anzi ha speciali legami con essa e ne \u00e8 un&#8217;espressione&#8221;. E aggiunge: &#8220;Questi due elementi debbono mantenere il loro legame intimo e, al tempo stesso, la loro distinzione, per cui non vanno n\u00e9 confusi, n\u00e9 strumentalizzati, n\u00e9 giudicati equivalenti come se fossero interscambiabili&#8221;. In ogni caso il dialogo appare come uno degli elementi integranti della missione evangelizzatrice della Chiesa cattolica. Tra le &#8220;icone&#8221; pi\u00f9 chiare di questa dimensione si pu\u00f2 porre l&#8217;incontro interreligioso di Assisi del 26 ottobre 1986. In quella occasione Giovanni Paolo II radun\u00f2 tutti i responsabili delle grandi religioni mondiali per pregare per la pace. La Comunit\u00e0 di sant&#8217;Egidio ne ha come raccolto l&#8217;eredit\u00e0 riproponendolo ogni anno come momento di confronto e di crescita reciproca. \u00c8 apparso sempre evidente in questi incontri che un dialogo vero \u00e8 possibile solo attraverso il riconoscimento profondo della propria e dell&#8217;altrui identit\u00e0.<BR><BR><A href=\"http:\/\/www.liberalfondazione.it\/archivio.htm\">da &#8220;Liberal&#8221;<\/A><BR><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Valori e regole del dialogo interreligioso, vera scommessa del XXI secoloIl tema \u00e8 tra quelli cruciali di questo inizio di millennio. E, senza alcun dubbio, \u00e8 necessario che il dialogo trovi pi\u00f9 ampio spazio nella riflessione e nel dibattito. Tutti i campi ne sono coinvolti, da quello culturale a quello religioso e a quello politico. 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