{"id":15677,"date":"2004-05-06T00:00:00","date_gmt":"2004-05-06T00:00:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.vincenzopaglia.it\/cms\/index.php\/quante-guerre-quale-pace.html"},"modified":"2013-05-10T23:48:36","modified_gmt":"2013-05-10T21:48:36","slug":"quante-guerre-quale-pace","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.vincenzopaglia.it\/index.php\/quante-guerre-quale-pace.html","title":{"rendered":"Quante guerre, quale pace"},"content":{"rendered":"<p><P align=center>&nbsp;Quante guerre, quale pace<\/P><br \/>\nIl concetto di guerra e di pace all\u2019inizio del terzo millennio<br \/>\n<P class=MsoNormal style=\"TEXT-INDENT: 35.45pt; LINE-HEIGHT: 150%; TEXT-ALIGN: justify\">&nbsp;&nbsp;Il terzo millennio non poteva iniziare peggio di cos\u00ec, diceva Mario Luzi in una recente intervista. Non solo quante guerre, ma quali guerre! A differenza di ieri, coinvolgono sempre pi\u00f9 i civili. Oggi, ogni guerra diviene subito guerra civile: colpire la popolazione \u00e8 un modo sicuro per indebolire l&#8217;avversario. Lo sanno bene i guerriglieri che terrorizzano la gente disarmata e ancor meglio i terroristi che si propongono stragi di civili. E anche le guerre &#8220;pulite&#8221; li colpiscono. Per di pi\u00f9 le guerre lasciano strascichi incredibili. Ha ragione Ryszard Kapuscinski: &#8220;La guerra non finisce il giorno in cui si firma l&#8217;armistizio. Il dolore dura a lungo&#8230; In fondo la guerra non finisce mai. La guerra \u00e8 la conseguenza dell&#8217;interruzione della comunicazione tra gli uomini&#8221;. La guerra contemporanea ha assunto inoltre una terribile capacit\u00e0 di colpire: si usano armi micidiali che superano la soglia della difesa. Per questo chi grida ai rischi della guerra \u00e8 un realista, un uomo di ragione. E chi l\u2019ha vissuta, proprio perch\u00e9 ne conosce i drammi, non si lascia andare al contagio delle passioni collettive: la paura che esige la guerra preventiva, l&#8217;odio che vuole la distruzione dell&#8217;altro&#8230; Giovanni Paolo II, in un suo discorso al corpo diplomatico, \u00e8 giunto a dire: \u201cLe esigenze di umanit\u00e0 ci impongo oggi di andare risolutamente verso l&#8217;assoluta proscrizione della guerra e di coltivare la pace come bene supremo, al quale tutti i programmi e tutte le strategie devono essere subordinate&#8221;. Il panorama complesso delle guerre \u00e8 stato ancor pi\u00f9 ingarbugliato dal terrorismo divenuto una terribile sfida. La letteratura in materia \u00e8 ormai notevole. Credo per\u00f2 che vada evitato il pericolo di una reductio ad unum, ossia di concentrare l\u2019attenzione su questo immane pericolo come fosse l\u2019unico. E\u2019 un pericolo terribile e va stroncato con decisione, ma anche con precisione. Sbagliare obiettivo e strategia diventa pericolosissimo. <\/P><br \/>\n<P class=MsoNormal style=\"TEXT-INDENT: 35.45pt; LINE-HEIGHT: 150%; TEXT-ALIGN: justify\">A me \u00e8 stato chiesto di fare qualche riflessione sul dialogo come nuova forma di negoziato. Bin Laden dichiara: \u201cOccorre rispondere con le armi al dialogo\u201d. E\u2019 una provocazione che non va raccolta perch\u00e9 \u00e8 funzionale al suo disegno. La stessa teoria del conflitto delle civilt\u00e0 rischia di fare il gioco dei diversi fondamentalismi che vivono solo di contrapposizione senza quartiere. Parlare di conflitto di civilt\u00e0 tra Islam e Cristianesimo, identificato poi con l\u2019Occidente, significa non comprendere la complessit\u00e0 della storia e delle sue vicende. E, in ogni caso, a mio avviso, il dialogo \u00e8 pi\u00f9 forte delle armi. Purtroppo viene poco praticato, anche perch\u00e9 spesso \u00e8 banalizzato. Esso, invece, ha una dimensione complessa che riesce ad entrare nelle pieghe del mondo contemporaneo. L\u2019opera della Comunit\u00e0 di Sant\u2019Egidio in questo campo ha dato non pochi risultati positivi. Faccio tre soli esempi. <\/P><br \/>\n<P class=MsoNormal style=\"TEXT-INDENT: 35.45pt; LINE-HEIGHT: 150%; TEXT-ALIGN: justify\">Il primo riguarda la pace in Mozambico. Senza narrarne la storia dico solo che, dopo 17 anni di guerra (1.500.00 di morti e pi\u00f9 di 1.000.000 di profughi), si \u00e8 potuto raggiungere un accordo di pace tra il governo e la guerriglia. Parlare di dialogo in questo processo di pace ha voluto dire un lavoro lungo, complesso, duro e che ha richiesto una incredibile pazienza e una notevole tenacia, con il coinvolgimento di governi e di istituzioni, compresa la presenza dei militari italiani. E quando l\u2019allora ministro della Difesa voleva ritirare le truppe, siamo riusciti a convincerlo per farle restare; decisione che si \u00e8 rivelata strategicamente importantissima. Boutros Boutros Ghali, allora segretario generale dell\u2019ONU, ebbe a dire: \u201cLa Comunit\u00e0 di Sant\u2019Egidio ha sviluppato tecniche che sono differenti ma al tempo stesso complementari rispetto a quelle dei peacemakers professionali\u2026ha lavorato discretamente per anni al fine di fra incontrare le due parti\u2026E\u2019 stata particolarmente efficace nel coinvolgere altri perch\u00e9 contribuissero ad una soluzione. Ha messo in atto le sue tecniche caratterizzate da riservatezza e informalit\u00e0, in armonia con il lavoro ufficiale svolto dai governi e dagli organi intergovernativi. Sulla base dell\u2019esperienza mozambicana \u00e8 stato coniato il termine \u201cformula italiana\u201d per descrivere questa miscela, unica nel suo genere, di attivit\u00e0 pacificatrice governativa e non. Il rispetto per le parti in conflitto, per quelle coinvolte sul terreno, \u00e8 stato fondamentale in questo lavoro\u201d.<\/P><br \/>\n<P class=MsoNormal style=\"TEXT-INDENT: 35.45pt; LINE-HEIGHT: 150%; TEXT-ALIGN: justify\">Un altro esempio riguarda l\u2019Albania al momento della crisi che stava facendo precipitare il paese nella guerra civile. Le elezioni richieste dalla comunit\u00e0 internazionale rischiavano di fallire. Decidemmo di invitare a Sant\u2019Egidio i responsabili dei diversi partiti per un patto comune che consisteva nell\u2019accettazione del risultato elettorale da parte di tutti con le opportune garanzie di controllo da dare a chi le avesse perse. L\u2019Italia, in quel tempo, aveva l\u2019incarico di guidare il processo di normalizzazione. Quell\u2019accordo, chiamato ancora oggi dagli stessi albanesi \u201cPatto di Sant\u2019Egidio\u201d, permise il riavvio della normalizzazione del paese. <\/P><br \/>\n<P class=MsoNormal style=\"TEXT-INDENT: 35.45pt; LINE-HEIGHT: 150%; TEXT-ALIGN: justify\">Il terzo esempio riguarda il Kosovo. Qui il discorso sarebbe ben pi\u00f9 lungo e complesso. Non posso per ovvie ragioni di tempo prolungarmi. E tuttavia ho fondati motivi per dire che la guerra si sarebbe potuta evitare. Un paziente e logorante lavoro di dialogo tra le parti port\u00f2 alla firma dell\u2019unico accordo scritto tra Milosevic e Rugosa per l\u2019avvio della soluzione del problema kossovaro. Riconsegnai personalmente agli albanesi l\u2019Istituto di Albanologia e le facolt\u00e0 universitarie. E quando fu necessario far intervenire la polizia serba per allontanare gli studenti serbi che avevano occupato le facolt\u00e0, Milosevic ordin\u00f2 l\u2019intervento in favore degli studenti albanesi. Si era, inoltre, dato l\u2019avvio all\u2019uso della lingua albanese in tutte le scuole del Kosovo di ogni ordine e grado. E si avvi\u00f2 la programmazione per il riordino del sistema sanitario. Purtroppo, la guerra interruppe il processo. Non \u00e8 questa le sede per continuare la riflessione su questo versante. Posso dire che anche questa volta il dialogo fu estenuante ma i frutti erano concreti. Potrei aggiungere altri esempi che riguardano sia paesi latino-americani sia africani direttamente seguiti da sant\u2019Egidio. Ma ci sono tanti altri processi di pace condotti su questa via, come ad esempio quello per sconfiggere l\u2019Apartheid in Sud Africa, oppure il processo che port\u00f2 al trattato di Daiton per la Bosnia, o a quello di Oslo per la questione israelo-palestinese e cos\u00ec oltre. <\/P><br \/>\n<P class=MsoNormal style=\"TEXT-INDENT: 35.45pt; LINE-HEIGHT: 150%; TEXT-ALIGN: justify\">Certo, oggi sul dialogo \u00e8 sceso il gelo. Un commentatore, due mesi fa, scriveva: \u201cE il dialogo muore dai Balcani all\u2019Iraq\u201d. A mio avviso sarebbe drammatico se non si perseguisse con determinazione questa via che corre il rischio di non trovare pi\u00f9 legittimazione. Certo, la lotta al terrorismo va continuata con seriet\u00e0, non con pressappochismo, altrimenti il danno \u00e8 peggiore dell\u2019intervento. Ma c\u2019\u00e8 un\u2019altra prospettiva obbligata. Ed \u00e8 l\u2019opera di aiutare la convivenza tra popoli, tra culture, tra civilt\u00e0, tra religioni diverse. Insomma, se ci si domanda come sconfiggere il terrorismo, ci si deve altres\u00ec porre quest\u2019altro quesito: come aiutare a convivere persone, fedi e popoli diversi? L\u2019unica strada per rispondere a questa seconda cruciale domanda \u00e8 quella del dialogo. E\u2019 una strada ardua e complessa, ma non c\u2019\u00e8 altra scelta. <\/P><br \/>\n<P class=MsoNormal style=\"TEXT-INDENT: 35.45pt; LINE-HEIGHT: 150%; TEXT-ALIGN: justify\">La condizione umana sta diventando il convivere tra diversi. Sappiamo che non sempre \u00e8 facile: troppe differenze all\u2019interno della mondializzazione inducono verso individualismi irresponsabili, tribalismi difensivi, nuovi fondamentalismi. C\u2019\u00e8 gente che si sente aggredita e spaesata di fronte a nuovi vicini e a un mondo troppo grande, e quindi si lascia prendere dalla paura del presente e del futuro. E costoro, facilmente, chiedono alle religioni di proteggere la loro paura, magari con le mura della diffidenza. Nascono cos\u00ec fondamentalismi di generi diversi che, come fantasmi, pullulano e inquietano. Crescono anche fondamentalismi di carattere etnico o nazionalista, che giungono sino al terrorismo. Il fondamentalismo \u00e8 una grande semplificazione che affascina giovani disperati, gente spaesata, per cui questo mondo \u00e8 troppo complesso, inospitale, ma che pu\u00f2 interessare politici spregiudicati alla ricerca di scorciatoie per il potere. E i fondamentalismi hanno il marchio dell\u2019odio, se non della lotta al diverso religiosamente o etnicamente. Gilles Kepel osserva a proposito del libro di Huntington: \u201cGli islamismi lo adorano: porta acqua al loro mulino, le due civilt\u00e0 sono incompatibili, dunque il mondo musulmano ha ben ragione di rinchiudersi in un\u2019alterit\u00e0 radicale rispetto all\u2019Occidente\u201d. Ma se vai in Katar vedi solo citt\u00e0 \u201camericane\u201d. Lo scontro di civilt\u00e0 \u00e8 un teorema semplificatorio che gli estremisti delle diverse culture aspettano per giustificare le loro posizioni. <\/P><br \/>\n<P class=MsoNormal style=\"TEXT-INDENT: 36pt; LINE-HEIGHT: 150%; TEXT-ALIGN: justify; tab-stops: 396.0pt\">In tale contesto le religioni acquisiscono una nuova responsabilit\u00e0. Anzitutto, non possono pi\u00f9 ignorarsi l\u2019un l\u2019altro. E va notato che la mutua ignoranza conduce rapidamente all\u2019inasprimento. Responsabili religiosi isolati si trovano talvolta costretti in orizzonti troppo nazionalisti. L\u2019universalit\u00e0, che \u00e8 propria delle diverse tradizioni religiose, si libera nel contatto e nel dialogo con le altre religioni. Gli incontri tra uomini e donne di religione che si sono susseguiti negli anni, a partire da quello di Assisi, hanno messo in rilievo ci\u00f2 che unisce, ed anche ci\u00f2 che differenzia e divide. L\u2019esperienza della Comunit\u00e0 di Sant\u2019Egidio, che ha riproposto di anno in anno la preghiera di Assisi nelle diverse citt\u00e0 europee, mostra la fecondit\u00e0 di questi incontri. Non si tratta di simulare un facile irenismo e tanto meno di trovare un minimo comune denominatore religioso. Il dialogo vero e sincero non appiattisce. E\u2019, invece, l\u2019arte paziente di ascoltarsi, di capirsi, di riconoscere il profilo umano e spirituale dell\u2019altro. Il dialogo \u00e8 un\u2019arte della maturit\u00e0 delle culture, delle personalit\u00e0, dei gruppi. E\u2019 urgente incamminarsi verso un mondo in cui i diversi sappiano convivere. E\u2019 qui che bisogna concentrare gli sforzi: \u00e8 necessario ri-apprendere e ri-praticare, ma anche inventare di nuovo, l\u2019arte del convivere che appunto per secoli \u00e8 stata possibile. Anche questa, come ogni arte, richiede disciplina interiore, studio, conoscenza e comprensione reciproca, superamento di pregiudizi e ricerca di valori condivisi. La lezione di La Pira va ripresa con&nbsp; coraggio e audacia.<\/P><br \/>\n<P class=MsoNormal style=\"TEXT-INDENT: 35.45pt; LINE-HEIGHT: 150%; TEXT-ALIGN: justify\">La differenza non deve scoraggiare. Essa fa parte della vita contemporanea. Oggi, la maturit\u00e0 delle identit\u00e0 nazionali sta nel sapersi incontrare, aggregare, relazionare, conservare se stesse nello scambio. E qui c\u2019\u00e8, a mio avviso, un grande segreto europeo, ossia la capacit\u00e0 di sintesi che l\u2019Europa ha nelle sue radici; purtroppo non ne ha ancora piena consapevolezza. Differenza e dialogo sono le guide per allargare lo sguardo al mondo interno, per trovare senso in una convivenza tra gente diversa. Il dialogo non \u00e8 un fatto accademico, ma un modo di vivere. Sappiamo che le religioni contribuiscono a definire l\u2019identit\u00e0 dei singoli e dei popoli. Proprio per questo esse sono poste oggi di fronte ad un bivio: o favorire l\u2019incontro tra popoli diversi o approfondirne i fossati. Conosciamo i drammatici effetti della seconda scelta, basti pensare ai Balcani. La scelta dell\u2019incontro richiede un lavoro lungo, una pazienza \u201cgeologica\u201d, diceva un amico, ma \u00e8 l\u2019unica via ragionevole. La forza della ragione lo impone, e la forza della fede lo obbliga. E\u2019 necessario frequentare le grandi tradizioni religiose, coglierne la spiritualit\u00e0, senza che questo significhi perdere la propria identit\u00e0 in una confusione da moderno mercato. E\u2019 necessario far crescere l&#8217;amore mediante la stima in un mondo complesso ma popolato di pensieri, di santit\u00e0, di fede. E\u2019 una garanzia per il futuro del mondo. <\/P><br \/>\n<P class=MsoBodyTextIndent>La fede \u2013 e direi anche la ragione \u2013 debbono diventare cultura di riconciliazione e di dialogo, ossia un modo di vedere largo, un modo di amare senza confini, un modo di vivere che non riduce le cose ai propri schemi mentali. Ognuno \u00e8 chiamato ad aprire la propria mente e il proprio cuore. E\u2019 facile essere sensibili solo a quello che ci sta vicino, a quello che ci tocca e ci commuove; e ignorare ci\u00f2 che sta lontano da noi. Il dialogo \u00e8 anche una mente e un cuore ospitali a ci\u00f2 che non ci tocca direttamente. L\u2019ignoranza \u00e8 funzionale all\u2019egoismo. E nell\u2019ignoranza appassiscono l\u2019amore, la generosit\u00e0, l\u2019audacia, la passione, il sogno di un mondo di pace. La forza dialogo spinge ad uscire da s\u00e9 per recarsi nei cuori degli altri al fine di creare una cultura della pace. E\u2019 quel che fece Francesco di Assisi quando, in tempo di crociata, si rec\u00f2 dal Sultano a Damietta, non certo per fare compromessi di fede, ma per dibattere con lui. Aveva intuito la forza della \u201cparola\u201d. E\u2019 quel che oggi chiamiamo lo \u201cspirito di Assisi\u201d, ossia l\u2019avvicinamento dei diversi mondi religiosi sulla via del dialogo, per raggiungere l\u2019unica meta: la pace tra i popoli. Il dialogo perci\u00f2 non ha frontiere e, in certo modo, comprende anche l\u2019amore per i nemici. E mi spiego. In un mondo divenuto un villaggio globale, amare i nemici \u00e8 parte non solo dell\u2019etica della responsabilit\u00e0, ma anche di una politica responsabile: il nemico va fermato, ma anche cambiato. <\/P><br \/>\n<P class=MsoNormal style=\"TEXT-INDENT: 35.45pt; LINE-HEIGHT: 150%; TEXT-ALIGN: justify\">C\u2019\u00e8 una convinzione che sta al fondo del metodo del dialogo: nel cuore dei popoli (e, a maggior ragione, delle religioni) ci sono energie positive per la convivenza, assieme anche a forze cieche e violente. Sconfiggere queste ultime e liberare le prime, fa parte della difficile arte del convivere. Atenagora, un credente, nato in quel crogiuolo di popoli ch\u2019\u00e8 la terra balcanica, vissuto negli Usa e poi eletto patriarca ecumenico a Istanbul, diceva: \u201cTutti i popoli sono buoni. Ognuno merita rispetto e ammirazione. Ho visto soffrire gli uomini. Tutti hanno bisogno di amore, se sono cattivi \u00e8 forse perch\u00e9 non hanno incontrato il vero amore\u2026So pure che esistono forze demoniache e oscure, che a volte si impossessano degli uomini e dei popoli, ma l\u2019amore di Ges\u00f9 \u00e8 pi\u00f9 forte dell\u2019inferno\u201d. Questo inizio di millennio ha bisogno di pi\u00f9 speranza, di pi\u00f9 giustizia e di pi\u00f9 perdono, di pi\u00f9 ragione e di pi\u00f9 fede. Questo di pi\u00f9 deve vedere uniti laici e credenti per operare assieme in vista di una convivenza di pace tra tutti i popoli.<\/P><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>&nbsp;Quante guerre, quale pace Il concetto di guerra e di pace all\u2019inizio del terzo millennio &nbsp;&nbsp;Il terzo millennio non poteva iniziare peggio di cos\u00ec, diceva Mario Luzi in una recente intervista. Non solo quante guerre, ma quali guerre! A differenza di ieri, coinvolgono sempre pi\u00f9 i civili. 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