{"id":15598,"date":"2003-02-22T00:00:00","date_gmt":"2003-02-22T00:00:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.vincenzopaglia.it\/cms\/index.php\/intervento-al-convegno-su-giustizia-e-santita-di-vita.html"},"modified":"2013-05-10T23:48:36","modified_gmt":"2013-05-10T21:48:36","slug":"intervento-al-convegno-su-giustizia-e-santita-di-vita","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.vincenzopaglia.it\/index.php\/intervento-al-convegno-su-giustizia-e-santita-di-vita.html","title":{"rendered":"Intervento al convegno  su &#8220;Giustizia e santit\u00e0 di vita&#8221;"},"content":{"rendered":"<p><P class=MsoPlainText style=\"MARGIN-BOTTOM: 0pt; MARGIN-LEFT: 27pt; MARGIN-RIGHT: 57.1pt; TEXT-ALIGN: justify; mso-margin-top-alt: 0cm\">SANTITA&#8217;&nbsp; E&nbsp; GIUSTIZIA<\/P><br \/>\n<P class=MsoPlainText style=\"MARGIN-BOTTOM: 0pt; MARGIN-LEFT: 27pt; MARGIN-RIGHT: 57.1pt; TEXT-ALIGN: justify; mso-margin-top-alt: 0cm\">&nbsp;Premessa<\/P><br \/>\n<P class=MsoPlainText style=\"MARGIN-BOTTOM: 0pt; MARGIN-LEFT: 27pt; MARGIN-RIGHT: 57.1pt; TEXT-ALIGN: justify; mso-margin-top-alt: 0cm\"><\/P><br \/>\n<P class=MsoPlainText style=\"TEXT-INDENT: 35.45pt; LINE-HEIGHT: 150%; TEXT-ALIGN: justify\">Ho accettato volentieri di partecipare a questo incontro di riflessione comune sulla &#8220;prima massima di perfezione&#8221; di Antonio Rosmini. Oltre l&#8217;amicizia che mi lega agli organizzatori, mi ha spinto ad accettare l\u2019invito anche l&#8217;ammirazione che aveva per Rosmini un mio predecessore, Vincenzo Tizzani, vescovo di Terni, contemporaneo di Rosmini e noto studioso di storia ecclesiastica. Nei suoi scritti si leggono parole estremamente elogiative del filosofo di Stresa, sebbene si fossero incontrati una sola volta. Tizzani ricorda cos\u00ec l\u2019incontro: \u201cIl Rosmini era al mio fianco. Durante la mensa, non alz\u00f2 mai gli occhi, medit\u00f2 sempre e mangi\u00f2 pochissimo. Poche parola di semplice cortesia ci scambiammo noi due. Io mi sentiva di non potere allontanare i miei occhi da quella fronte e da quella fisionomia, la quale mi ispirava ammirazione e venerazione senza saperne il perch\u00e9. Da quel giorno non vidi pi\u00f9 il Rosmini, n\u00e9 ebbi miaa relazione alcuna\u201d (M.F.Mellano, Antonio Rosmini in una testimonianza di Mons.Tizzani (1882), in \u201cRivista della Storia della Chiesa in Italia\u201d, 41 (1987), pp.490-491). Ebbene, vorrei idealmente inserirmi in quello sguardo di Tizzani si da non poter anch\u2019io \u201callontanare i miei occhi da quella fronte e da quella fisionomia\u201d. E sono particolarmente lieto di contribuire, almeno un poco, alla causa di beatificazione di Rosmini. E mi pare particolarmente opportuna questa iniziativa tesa a illustrare e approfondire il senso della santit\u00e0 come Rosmini la proponeva. Iniziare dalle &#8220;Massime di perfezione cristiana&#8221; significa avviarsi con il piede giusto.<\/P><br \/>\n<P class=MsoPlainText style=\"TEXT-INDENT: 35.45pt; LINE-HEIGHT: 150%; TEXT-ALIGN: justify\">Vorrei partire con qualche cenno generale sul testo. Rosmini aveva 33 anni quando lo scrisse. Era il 1830 ed era sacerdote appena da 9 anni; quindi piuttosto giovane, potremmo dire. E tuttavia l\u2019autore teneva in grande stima questa sua piccola opera. Lui stesso scrive: &#8220;Stimo che non siano mai intese abbastanza, mai abbastanza discusse, meditate, sviscerate e in tutto osservate&#8221;, (Ep Ascet; I, p. 378). Noi, in certo modo, continuiamo l&#8217;auspicio dell&#8217;autore. E\u2019 mia convinzione che le sue considerazioni hanno da dire molto anche ai credenti di oggi. Esse, infattti, si radicano in profondit\u00e0 nella lunga tradizione cristiana, a partire dallo stesso Vangelo. Rosmini giunge a scrivere: &#8220;Il librettino delle Massime di Perfezione non \u00e8 che il succo del Santo Vangelo&#8221; (EC, VII, 16). Non spetta a me parlare dell&#8217;eco avuto da questo &#8220;librettino&#8221; nel corso dell&#8217;Ottocento e del Novecento, e delle 53 edizioni che si sono susseguite. Per l&#8217;Ottocento basti citare il Tommaseo, il quale &#8211; assieme a vari rilievi ribattuti, peraltro, dallo stesso Rosmini &#8211; scriveva all\u2019autore: &#8220;Il libro vostro di Massime ha cose bellissime; e giova che in un mondo cos\u00ec degradato vi sia chi parli di perfezione cristiana, con semplicit\u00e0 veramente evangelica&#8221;(M. P. p. 291). Per il Novecento, con un salto di pi\u00f9 di cento anni, troviamo il beato Giovanni XXIII che, nel Giornale dell&#8217;Anima, scrive: &#8220;Questa santificazione caratteristica mi viene indicata, qui a Castello, da una pagina e da una pittura. La pagina inattesa \u00e8 un libricciuolo: &#8220;La perfezione cristiana. Pagine di ascetica&#8221; di Antonio Rosmini&#8221; (cit. p. 293).<\/P><br \/>\n<P class=MsoPlainText style=\"TEXT-INDENT: 35.45pt; LINE-HEIGHT: 150%; TEXT-ALIGN: justify\">&nbsp;La perfezione cristiana<\/P><br \/>\n<P class=MsoPlainText style=\"TEXT-INDENT: 35.45pt; LINE-HEIGHT: 150%; TEXT-ALIGN: justify\">&nbsp;Una prima riflessione da fare \u00e8 proprio sulla perfezione. Ed \u00e8 davvero sorprendente che in quegli anni Trenta Rosmini abbia avuto l&#8217;audacia di parlare della vocazione di tutti i cristiani alla perfezione. La Lezione I &#8220;Sulla vita perfetta in generale&#8221; inizia con affermazioni che ritroveremo solo nel Concilio Vaticano II, quando, appunto, i padri conciliari parlano della vocazione universale alla santit\u00e0. Scrive Rosmini: &#8220;Tutti i cristiani, cio\u00e8 i discepoli di Ges\u00f9 Cristo, in qualunque stato e condizione si trovino, sono chiamati alla perfezione; conciossiacosach\u00e9 tutti sono chiamati al Vangelo, che \u00e8 legge di perfezione; e a tutti fu detto dal divino Maestro: &#8220;Siate perfetti, siccome il Padre vostro celeste \u00e8 perfetto&#8221; (MP p. 33). Oltre alla freschezza del linguaggio, del tutto inusitato nel clima polemico e devozionistico dell&#8217;Ottocento, \u00e8 senza dubbio sorprendente un tale invito alla perfezione. Non mi dilungo su questo punto ma penso sia importante sottolineare che erano secoli che la teologia e la spiritualit\u00e0 assegnavano solo ai &#8220;religiosi&#8221; o ai &#8220;monaci&#8221; lo \u201cstato di perfezione&#8221;, lasciando ai laici la fatica di vivere (e di incontrarsi) in uno stato decisamente &#8220;inferiore&#8221;. Era il riflesso di quella ecclesiologia che definiva la Chiesa come &#8220;societas, perfecta, inaequalis&#8221;, ossia una societ\u00e0 perfetta e strutturata nella distinzione tra clero e laici, gli uni chiamati ad ammaestrare e gli altri ad obbedire (cfr. l&#8217;enciclica di Gregorio XVI Provvidentissimus). Rosmini conosce bene, ovviamente, la differenza tra i religiosi, che professano i consigli evangelici, e i laici. Ma questo non gli impedisce di affermare che anche i laici in forza del battesimo \u2013 sar\u00e0 proprio questo l\u2019argomento portato dal Vaticano II &#8211; debbono tendere alla perfezione. Ebbene, che Rosmini potesse affermare la chiamata di tutti i battezzati alla santit\u00e0 suonava assolutamente fuori dal coro come del resto non poche altre sue affermazioni. D&#8217;altro verso il suo argomento \u00e8 stringente e conseguente sino alla affermazione che il cuore della vita cristiana \u00e8 la &#8220;perfezione d&#8217;amore&#8221;. Scrive Rosmini: &#8220;La perfezione del Vangelo consiste nella prima esecuzione dei due precetti della carit\u00e0 di Dio e del prossimo; di che quel desiderio e quello sforzo che fa l&#8217;uomo cristiano di essere portato con tutti i suoi affetti e con tutte le opere della sua vita totalmente in Dio, per quanto \u00e8 possibile in questo mondo, essendogli stato imposto quanto segue: &#8220;Amerai il Signore Dio tuo in tutto il tuo cuore, e in tutta l&#8217;anima tua, e in tutta la mente tua&#8221;, ed &#8220;Amerai il prossimo tuo come te stesso&#8221; (MP p. 33). <\/P><br \/>\n<P class=MsoPlainText style=\"TEXT-INDENT: 35.45pt; LINE-HEIGHT: 150%; TEXT-ALIGN: justify\">Da questa particolare tensione alla perfezione cristiana sgorga logicamente una seconda riflessione, che ci avvicina sempre pi\u00f9 alla &#8220;prima Massima&#8221;. Mi riferisco al cosiddetto &#8220;principio di passivit\u00e0&#8221;, che Rosmini pone a fondamento non solo della sua vita personale ma anche dell&#8217;itinerario spirituale delineato per i suoi e per tutti i cristiani. E lo esprimo con un piccolo esempio. Rosmini, subito dopo l&#8217;ordinazione, non si diresse nella vita pastorale attiva, ma si ritir\u00f2 nello studio e nella riflessione. Questo fatto mi ha fatto venire in mente una scelta analoga, quella di Ges\u00f9 dopo il Battesimo: non inizi\u00f2 subito la vita pubblica, ma si ritir\u00f2 nel deserto. E aveva trenta anni. L&#8217;evangelista Luca scrive: Ges\u00f9 &#8220;fu condotto dallo Spirito nel deserto&#8221;. Come a dire che non fu una sua scelta strategica, ma una sorta di violenza dello Spirito su Ges\u00f9. Insomma, lo Spirito guidava Ges\u00f9, e Ges\u00f9 si lasci\u00f2 guidare. Ecco cos&#8217;\u00e8, a mio avviso, il &#8220;principio di passivit\u00e0&#8221; proposto da Rosmini: essere \u201ccostretti\u201d dallo Spirito. E&#8217; ovvio che nella formulazione di questi principi Rosmini risenta delle fonti a cui si ispira. E penso ai vari autori consultati, come Sant&#8217;Alfonso, San Francesco di Sales, San Tommaso, Rodriguez, il card. Pallavicini Sforza, e soprattutto, Sant&#8217;Ignazio di Loyola. Rosmini scrive a tale proposito proprio: &#8220;Quell&#8217;aureo stato di indifferenza che raccomanda Sant&#8217;Ignazio, e che mise per fondamento dei suoi Esercizi, cio\u00e8 di tutta la vita spirituale&#8221; (Quarta Massima nn. 18-20). Insomma, il nostro si lega a questo filone ignaziano, segnando tuttavia qualche novit\u00e0. Il \u201cprincipio di passivit\u00e0\u201d non \u00e8 n\u00e9 inoperosit\u00e0 n\u00e9 indifferenza, \u00e8 piuttosto il lasciarsi guidare dallo Spirito che diviene Egli stesso &#8220;regola di condotta&#8221;, fonte di vita e di operosit\u00e0. Insomma Rosmini sfugge alle secche del quietismo che aveva suscitato polemiche laceranti. Il \u201cprincipio di passivit\u00e0\u201d che egli propone non \u00e8 un senso avaro e pigro di inazione, quanto piuttosto un forte senso di figliolanza di Dio o, se vuole, di assoluta dipendenza da Lui sino ad essere \u201ctutto di Dio\u201d.&nbsp; <\/P><br \/>\n<P class=MsoPlainText style=\"TEXT-INDENT: 35.45pt; LINE-HEIGHT: 150%; TEXT-ALIGN: justify\"><\/P><br \/>\n<P class=MsoPlainText style=\"TEXT-INDENT: 35.45pt; LINE-HEIGHT: 150%; TEXT-ALIGN: justify\">Essere giusto&nbsp;<\/P><br \/>\n<P class=MsoPlainText style=\"TEXT-INDENT: 35.45pt; LINE-HEIGHT: 150%; TEXT-ALIGN: justify\">Ed \u00e8 a questo punto che possiamo entrare nel cuore della prima Massima: &#8220;Desiderare unicamente e infinitamente di piacere a Dio, cio\u00e8 di essere giusto&#8221;. Il termine &#8220;giusto&#8221; e, di conseguenza, anche la parola &#8220;giustizia&#8221;, in tale contesto acquistano un senso particolare che superano quello relativo al campo giudiziario, economico o sociale, tenuto presente da Rosmini nelle sue opere filosofiche. Nelle Massime di perfezione, mi pare che il temine &#8220;giusto&#8221; e &#8220;giustizia&#8221; siano come immersi&nbsp; pi\u00f9 nel sapore biblico-spirituale che in quello etico-giuridico. E tale senso lo rivedremo anche nei testi del Vaticano II. Insomma, anche da queste pagine emerge che l\u2019albero rosminiano si radica nella Bibbia e nello stesso tempo proietta i suoi rami sino al Concilio Vaticano II. Come poi Rosmini, in un contesto ecclesiologico impoverito e polemico qual era quello dell&#8217;Ottocento e in un&#8217;atmosfera spirituale fiaccamente irrorata dalla Scrittura, abbia potuto concepire una dottrina spirituale cos\u00ec saldamente ancorata alla Scrittura e cos\u00ec fresca da ispirare ancor oggi i credenti, \u00e8 la ragione della attualit\u00e0 di proporre questo figlio della Chiesa e del suo tempo all&#8217;attenzione universale come testimone di santit\u00e0. Quel che sorprende nella prima Massima \u00e8 l&#8217;identificazione che Rosmini opera di fatto tra giustizia, santit\u00e0 e perfezione. I tre termini coprono in verit\u00e0 lo stesso campo semantico, lo stesso spazio spirituale. Scrive Rosmini: &#8220;E perch\u00e8 nell&#8217;ossequio e gloria che si d\u00e0 a Dio consiste la santit\u00e0 dell&#8217;uomo, la perfezione del cristianesimo importa una tendenza a conseguire la maggiore Santit\u00e0 possibile&#8221; (MP p. 37).<\/P><br \/>\n<P class=MsoPlainText style=\"TEXT-INDENT: 35.45pt; LINE-HEIGHT: 150%; TEXT-ALIGN: justify\">Come poc&#8217;anzi accennavo, la giustizia che Dio chiede all\u2019uomo &#8211; secondo Rosmini &#8211; non \u00e8 sul piano della giustizia distributiva, bens\u00ec in quello di una continua tensione a superarsi o, come scrive Rosmini a &#8220;diventare ancor pi\u00f9 giusto, ognor pi\u00f9 buono&#8221;. Si tratta, infatti, di tendere a Dio e alla sua giustizia. La giustizia pertanto non consiste in una sorta di pareggio di conti tra Dio e l&#8217;uomo, quanto nel tendere incessantemente dell&#8217;uomo verso Dio o, se si vuole, nell\u2019essere sempre pi\u00f9 figlio. Direi, quindi, che pi\u00f9 siamo figli di Dio, pi\u00f9 siamo giusti, quindi santi. In tale prospettiva, pertanto, non si potr\u00e0 mai raggiungere una giustizia tra l&#8217;uomo e Dio, proprio perch\u00e9 tra l\u2019uno e l\u2019altro vi \u00e8 una distanza incommensurabile. E l\u2019unico rapporto possibile \u00e8 quello della totale dipendenza, come quella di figlio a Padre. E se volessimo prendere il termine giustizia come \u201cdare a ciascuno ci\u00f2 che gli \u00e8 dovuto\u201d, dovremmo dire che l&#8217;unica giustizia per l&#8217;uomo \u00e8 la tensione verso verso Dio, senza mai appagarsi, senza mai fermarsi. Insomma, l\u2019uomo \u00e8 giusto se si immerge in Dio. Si potrebbe dire: &#8220;totus tuus&#8221; e pi\u00f9 ancora. E&#8217; significativo, in tal senso, questo passaggio di Rosmini: &#8220;E poich\u00e8 ci\u00f2 che rende cari a Dio \u00e8 la giustizia, perci\u00f2 conviene che il cristiano addimandi incessantemente di diventare ognor pi\u00f9 giusto, ognor pi\u00f9 buono. In questo egli ha bisogno di essere insaziabile e incontentabile, dimandando sempre pi\u00f9 e pi\u00f9, colla maggior fiducia di essere tanto pi\u00f9 caro a Dio, quando a Lui dimander\u00e0 questo; confortandosi in quelle parole: &#8220;Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perciocch\u00e8 saranno satollati&#8221; (Ivi p. 37). Da queste premesse \u00e8 facile per Rosmini tendere verso una identificazione della giustizia con la carit\u00e0 o, se si vuole, con la misericordia. Scrive: &#8220;Deve adunque il discepolo tanto desiderare di giustizia, fino che si avveri che sia consumato nella carit\u00e0, e non viva pi\u00f9 egli, come dicea l&#8217;Apostolo, ma viva in lui Cristo&#8221; (Ivi p. 38). La giustizia, insomma, \u00e8 la pienezza della carit\u00e0. Non \u00e8 solo un caso perci\u00f2 che il nostro metta la giustizia come fine, e non come mezzo, nella vita spirituale. <\/P><br \/>\n<P class=MsoPlainText style=\"TEXT-INDENT: 35.45pt; LINE-HEIGHT: 150%; TEXT-ALIGN: justify\"><\/P><br \/>\n<P class=MsoPlainText style=\"TEXT-INDENT: 35.45pt; LINE-HEIGHT: 150%; TEXT-ALIGN: justify\">Dio, Padre di giustizia e di misericordia&nbsp;<\/P><br \/>\n<P class=MsoPlainText style=\"TEXT-INDENT: 35.45pt; LINE-HEIGHT: 150%; TEXT-ALIGN: justify\">Vorrei ora fare qualche cenno alle radici bibliche di questo pensiero e nello stesso tempo a legarlo all\u2019attuale riflessione teologico-spirituale. C\u2019\u00e8 anzitutto da approfondire il rapporto tra paternit\u00e0 di Dio, giustizia e misericordia, temi che mi paiono interni alla prima massima di Perfezione. L&#8217;ispirazione biblica dell&#8217;impianto rosminiano non gli viene dagli studi esegetici, che comunque a quell&#8217;epoca erano ben rari soprattutto nella Chiesa Cattolica, quanto da quell&#8217;intuito spirituale ch\u2019\u00e8 proprio degli uomini carismatici, ossia di coloro che sono guidati dallo Spirito Santo, che \u00e8 il vero autore della Bibbia e che quindi colgono, per affinit\u00e0, il senso delle Scritture. Quando Rosmini parla del cristiano perfetto come \u201cgiusto\u201d, senza avere il bagaglio esegetico adeguato, si lega al termine \u201cgiusto\u201d&nbsp; inteso come titolo messianico, che nel Nuovo Testamento viene affiancato anche a \u201cSanto\u201d. Il Messia \u00e8 definito giusto e santo perch\u00e8 in Lui tutto corrisponde alla norma del volere divino. E la verit\u00e0 di Ges\u00f9, che \u00e8 quella verso cui ogni discepolo deve tendere, \u00e8 fare la volont\u00e0 piena di Dio che \u00e8 padre, giusto e misericordioso. <\/P><br \/>\n<P class=MsoPlainText style=\"TEXT-INDENT: 35.45pt; LINE-HEIGHT: 150%; TEXT-ALIGN: justify\">Nella tradizione biblica compito di Dio \u00e8 stabilire la giustizia. Va subito notato che la distinzione, ancora oggi diffusa, tra un Dio giusto (qualcuno direbbe anche giustiziere e castigatore) dell\u2019Antico Testamento e un Dio buono e misericordioso del Nuovo Testamento \u00e8 assolutamente lontana dal testo biblico. C\u2019\u00e8, in verit\u00e0, una progressio svelamento della profondit\u00e0 del senso della giustizia. Basti pensare al cammino che la Bibbia fa compiere alla giustizia intesa come legge del taglione (occhio per occhio, dente per dente), dato peraltro per ammorbidire la durezza di comprensione del popolo d\u2019Israele, alla giustizia intesa come amore e perdono dei Vangeli. E il tutto si spiega a partire dalla paternit\u00e0 assoluta di Dio. Un esame attento dei testi mostra che Dio vive la paternit\u00e0 come attuazione della giustizia e della misericordia. Insomma, cos\u00ec Egli agisce nella storia. Ma tale giustizia di Dio non si stabilisce in base alla semplice equit\u00e0. Nella Bibbia, che pure non rifiuta di utilizzare il linguaggio umano e le idee diffuse nella cultura, si sviluppa progressivamente una concezione di giustizia originale. <\/P><br \/>\n<P class=MsoPlainText style=\"TEXT-INDENT: 35.45pt; LINE-HEIGHT: 150%; TEXT-ALIGN: justify\">Nei testi legislativi riguardanti la vita della societ\u00e0, spesso la giustizia viene presentata nel suo non attuarsi, ossia nella pratica dell\u2019ingiustizia. Soprattutto i testi profetici, ma anche molti salmi, sono concepiti come una denuncia o un appello a Dio per la mancanza di giustizia. Ed \u00e8 proprio in questo ambito che Dio esercita la sua paternit\u00e0. Nelle pagine della Scrittura sono frequenti le affermazioni dei codici legislativi e delle preghiere che esprimono un\u2019esigenza di giustizia affidata appunto alla divinit\u00e0, per la consapevolezza del fallimento o del limite umano nell\u2019attuarla. Un esempio ci \u00e8 dato dal salmo 68. Non \u00e8 certo tra i pi\u00f9 facili sia dal punto di vista testuale-filologico che della struttura. Accenno solo agli elementi collegati con il tema della giustizia in rapporto alla paternit\u00e0. Dio appare come giudice: al v.1 lo si invoca perch\u00e9 si alzi (qum), tipico atteggiamento del giudice in atto di emettere la sentenza. La conseguenza (vv.3-4) \u00e8: la distruzione dei malvagi (resa\u2019im) e la gioia-salvezza dei giusti (saddiqim). A questa situazione introduttiva, una sorta di giudizio anticipato nella preghiera, segue il corpo del salmo, che inizia e si conclude con l\u2019invito alla lode (v. 5: cantate-inneggiate-spianate la strada-gioite; v.33: cantate-inneggiate). Il salmo si chiude descrivendo la conseguenza dell\u2019azione di Dio: la teofania e la proclamazione della benedizione (vv.34-36: tuono-potenza-maest\u00e0-terribile-tempio-sia benedetto Dio).<\/P><br \/>\n<P class=MsoNormal style=\"TEXT-INDENT: 35.45pt; LINE-HEIGHT: 150%; TEXT-ALIGN: justify\">Subito dopo l\u2019invito alla lode, il v.6 introduce il tema della paternit\u00e0 divina: \u201cPadre degli orfani e difensore delle vedove \u00e8 Dio nella sua santa dimora\u201d. Il versetto, assieme a quello seguente,&nbsp; appare quasi avulso dal contesto. Infatti, ad esso segue la memoria della grande opera salvifica di Dio nei confronti del suo popolo, celebrata nelle sue diverse tappe. Qual \u00e8 la funzione dei versetti 6-7? Essi, proprio per la loro collocazione, devono ritenersi fondamentali per la comprensione del salmo e di tutta l\u2019opera di Dio, che ha mostrato nella storia la sua misericordia nei confronti del suo popolo. Il fondamento di quanto \u00e8 avvenuto e di quanto \u00e8 celebrato nel salmo \u00e8 proprio la paternit\u00e0 di Dio verso i poveri e quindi la sua giustizia che si attua nei loro confronti. Orfano e vedova, assieme all\u2019immigrato (ger), rappresentano la triade delle persone deboli in molti testi biblici soprattutto di origine deuteronomista. Le altre due categorie sono pi\u00f9 rare. \u201cSolitario, derelitto\u201d (yahid) compare in questo senso solo nel Sal 25,16, dove \u00e8 in parallelo con \u201cpovero\u201d (\u2018ani). Per \u201cprigioniero\u201d (\u2018asir) vedi soprattutto Zac 9,11-12 e Sal 69,34. In quest\u2019ultimo testo i prigionieri sono citati con gli \u201cindigenti\u201d (\u2018ebyonim). Insomma, la paternit\u00e0 di Dio si realizza innanzitutto come giustizia nei confronti dei poveri. Non si dice chi siano i poveri e a chi appartengano. Certo sono parte della societ\u00e0 in cui vive Israele. Ma come nel caso degli immigrati del Deuteronomio possono essere in origine anche non israeliti. Nei testi la conseguenza immediata \u00e8 che Dio \u00e8 il giudice che attua la giustizia. Ma parlando di Dio giudice non si deve pensare all\u2019immagine di un Dio pronto a punire gli uomini per il peccato. Nell\u2019Antico Testamento Dio \u00e8 giudice in quanto \u00e8 colui che realizza la giustizia nel mondo, e questo talvolta comporta anche l\u2019eliminazione dei malvagi. Il linguaggio \u00e8 impregnato di termini relativi all\u2019azione giudiziaria di Dio. E i destinatari della giustizia divina sono, come hio gi\u00e0 detto, i poveri: oppressi, affamati, prigionieri, ciechi, umiliati, giusti, immigrati, orfano, vedova, misero (dal), povero (\u2018ani, ras), indigente (\u2018ebyon). Essi sono sempre in opposizione ai malvagi (resa\u2019im) (Dt 10,18; Sal 82,3-4; 146,7-9).<\/P><br \/>\n<P class=MsoNormal style=\"TEXT-INDENT: 35.45pt; LINE-HEIGHT: 150%; TEXT-ALIGN: justify\">&nbsp;Dio, padre dei poveri&nbsp;<\/P><br \/>\n<P class=MsoNormal style=\"TEXT-INDENT: 35.45pt; LINE-HEIGHT: 150%; TEXT-ALIGN: justify\">La verit\u00e0 di Dio come Padre e creatore, si manifesta pertanto in un atto del tutto gratuito di giustizia nei confronti dei poveri. Per costoro la giustizia di Dio non si manifesta come l\u2019applicazione di una legge o di una scelta di equit\u00e0, bens\u00ec come amore, come preoccupazione concreta per la loro vita che diventa nutrimento, liberazione, guarigione, salvezza. Dio d\u00e0 a ciascuno secondo il suo bisogno. Non si tratta pertanto di una giustizia distributiva o retributiva. Dio distribuisce secondo i suoi criteri, perch\u00e9 la sua giustizia \u00e8 amore che d\u00e0 secondo il bisogno. Non \u00e8 una giustizia che consegue a meriti (non se ne parla nei testi, come non si parla di poveri santi o buoni o cercatori di Dio). Sono poveri e basta. La proclamazione della giustizia di Dio nei confronti dei poveri \u00e8 l\u2019inizio del superamento dell\u2019idea di giustizia come necessit\u00e0 della condanna del malvagio, elemento che ancora permane nei nostri testi.<\/P><br \/>\n<P class=MsoNormal style=\"TEXT-INDENT: 35.45pt; LINE-HEIGHT: 150%; TEXT-ALIGN: justify\">Uno di caratteri distintivi dei testi biblici rispetto a quelli del Vicino Oriente Antico \u00e8 che la peculiarit\u00e0 della paternit\u00e0 di Dio come giustizia incide radicalmente sul rapporto uomo-Dio, quindi sul costituirsi della fede di Israele. L\u2019uomo non pu\u00f2 accedere a Dio se non compie la giustizia nei confronti dei poveri, allo stesso modo e nella medesima misura di Dio. La giustizia nei loro confronti \u00e8 talmente parte della natura paterna di Dio che non esiste culto, non esiste accesso a Dio che attraverso di essa. Nei testi profetici emerge cosa significa attuare questa giustizia. I primi capitoli di Isaia, e alcuni testi di Amos, sono i pi\u00f9 espliciti. In Is 1,10-20 e 1,21-26 Dio ripudia un popolo e una citt\u00e0 che abbondano in atti cultuali, ma non operano il bene e la giustizia nei confronti dei poveri. In Is 1,17 il testo stabilisce un chiaro parallelo tra \u201cimparare a fare il bene\u201d e \u201ccercare il diritto\u201d (mispat), cio\u00e8 attuare la giustizia nei suoi aspetti concreti. Poi il testo continua quasi volendo dare un contenuto all\u2019esortazione iniziale: \u201caiutate l\u2019oppresso, realizzate il diritto (mispat) dell\u2019orfano, difendete la causa (ribu) della vedova\u201d. Quando Isaia dice che costoro sono \u201cdella stessa carne\u201d, vuol significare che sono membra della tua famiglia (cf. Gen 2,23; 29,14; 37,27; Gdc 9,2; 2Sam 5,1; 19,13ss). Il profeta Isaia propone addirittura un salto di qualit\u00e0 nel rapporto con i poveri: se Dio \u00e8 Padre di giustizia, l\u2019attuazione della giustizia nei confronti dei poveri rivela l\u2019esistenza di un rapporto del tutto singolare con essi (Is 58). La paternit\u00e0 di Dio li rende parte di un\u2019unica famiglia, li rende fratelli di un unico popolo. In questo senso la giustizia si trasforma in un nuovo modo di concepire il rapporto con il povero, a partire dalla paternit\u00e0 di Dio. Essa si riversa quindi nello stesso amore che si deve avere per i membri della propria famiglia. Is 58,1-12 ci conduce nel dire che lo scopo della paternit\u00e0 giusta di Dio \u00e8 quello di creare tra gli uomini un rapporto con la fraternit\u00e0. E in questo la storia di Giuseppe (Gen 37-50) esprime con grande chiarezza il legame tra questi due aspetti essenziali dell\u2019esistenza umana. Uno degli aspetti pi\u00f9 interessanti del racconto di Giuseppe sembra essere proprio la ricostruzione della fraternit\u00e0 e della paternit\u00e0. I fratelli, separati dall\u2019amore paterno, si scontrano e si odiano, fino a meditare la morte di uno di loro. Ma, dice Giuseppe, \u201cse voi avete pensato del male contro di me, (Dio) ha pensato di farlo servire a un bene, per compiere quello che oggi si avvera: far vivere un popolo numeroso\u201d (Gen 50,20). Il piano di Dio \u00e8 ricostruire la famiglia umana disgregata dal peccato fin dall\u2019uccisione di Abele. In una societ\u00e0 senza padre, anche la fraternit\u00e0 \u00e8 messa radicalmente in discussione. Dio interviene muovendo le maglie sconosciute della storia perch\u00e9 quei fratelli si ritrovino e si riconoscano nell\u2019unit\u00e0 di un solo padre, Giacobbe. In questo senso Dio \u00e8 rivelatore di una paternit\u00e0 giusta, che vince la condanna e la vendetta che albergano anche nel cuore di Giuseppe, il giusto, per arrivare alla riconciliazione. Giuseppe, il povero e il giusto, ritrova lo scopo della sua esistenza non negli onori dell\u2019Egitto, ma nella famiglia ritrovata. Il cammino verso la ricostruzione passa attraverso il bisogno dei fratelli e il riconoscimento della loro ingiustizia. <\/P><br \/>\n<P class=MsoNormal style=\"TEXT-INDENT: 35.45pt; LINE-HEIGHT: 150%; TEXT-ALIGN: justify\">&nbsp;Non c&#8217;\u00e8 giustizia senza perdono&nbsp;<\/P><br \/>\n<P class=MsoNormal style=\"TEXT-INDENT: 35.45pt; LINE-HEIGHT: 150%; TEXT-ALIGN: justify\">Ed \u00e8 in questo contesto che si realizza un altro rapporto, quello della giustizia e del perdono. Non abbiamo il tempo per discuterlo. L\u2019affermazione di Giovanni Paolo II: \u201cNon c\u2019\u00e8 giustizia senza perdono\u201d, \u00e8 particolarmente pregnante. Il papa afferma: \u201cMa poich\u00e9 la giustizia umana \u00e8 sempre fragile e imperfetta, esposta com\u2019\u00e8 ai limiti e agli egoismi personali e di gruppo, essa va esercitata e in certo senso completata con il perdono che risana le ferite e ristabilisce in profondit\u00e0 i rapporti umani turbati. Ci\u00f2 vale tanto nelle tensioni che coinvolgono i singoli quanto in quelle di portata pi\u00f9 generale e internazionale\u201d(3). Giovanni Paolo II ribadisce che non solo non c\u2019\u00e8 opposizione tra perdono e giustizia; c\u2019\u00e8 anzi una necessaria relazione. Gi\u00e0 gli antichi in verit\u00e0 affermavano: \u201cSummum jus, summa iniura\u201d. I due termini, perdono e giustizia, in questo contesto, vanno compresi nel loro senso pi\u00f9 profondo che va ben oltre quello del codice civile o del codice penale. Si tratta di cogliere cio\u00e8 la profondit\u00e0 e la complessit\u00e0 della rete delle relazioni che si stabiliscono tra gli uomini: la giustizia&nbsp; \u00e8 una dimensione della convivenza umana che va oltre una fragile e temporanea cessazione delle ostilit\u00e0 per significare, invece, il risanamento, che avviene appunto anche attraverso il perdono, delle ferite che dividono e insanguinano i popoli e le persone. Insomma, per sanare in profondit\u00e0 le ferite che hanno lacerato la convivenza tra gli uomini, sono indispensabili sia la giustizia che il perdono. <\/P><br \/>\n<P class=MsoNormal style=\"TEXT-INDENT: 35.45pt; LINE-HEIGHT: 150%; TEXT-ALIGN: justify\">E\u2019 esemplare quanto \u00e8 accaduto ad esempio in Sud Africa dopo la cessazione dell\u2019apartheid, per evitare vendette e ritorsioni tra individui, famiglie, gruppi. Fu costituita una apposita commissione per accogliere le confessioni dei responsabili dei crimini in cambio del perdono. L\u2019esperienza \u00e8 narrata da Desmond Tutu nel volume Non c\u2019\u00e8 futuro senza perdono. Si trattava di sanare in profondit\u00e0 le colpe attraverso l\u2019ammissione della colpa. C\u2019era una pensiero dietro tale iniziativa. Scrive Tutu: \u201cNoi siamo intessuti in una fitta rete di interdipendenze: come diciamo con un\u2019espressione africana, una persona \u00e8 persona attraverso le altre. Disumanizzare l\u2019altro significa inevitabilmente disumanizzare se stessi\u2026 Perci\u00f2 perdonare \u00e8 davvero il modo migliore per fare l\u2019interesse di ognuno, mentre la rabbia, il rancore e la vendetta sono corrosivi, distruggono il summum bonum, il pi\u00f9 alto dei beni: quell\u2019armonia collettiva che all\u2019interno della comunit\u00e0 accresce l\u2019umanit\u00e0 e la fratellanza di tutti i suoi membri\u201d (p.33). Potremmo dire che in Sud Africa si realizz\u00f2 un processo di giustizia attraverso la confessio peccati e il successivo perdono. E\u2019 ovvio notare che si trattava di un procedimento particolare per una situazione del tutto congiunturale. Non di&nbsp; meno ha manifestato quel particolare rapporto che si pu\u00f2 e si deve instaurare tra perdono e giustizia.<\/P><br \/>\n<P class=MsoNormal style=\"TEXT-INDENT: 35.45pt; LINE-HEIGHT: 150%; TEXT-ALIGN: justify\">Scrive ancora il papa: \u201cLe famiglie, i gruppi, gli Stati, la stessa Comunit\u00e0 internazionale, hanno bisogno di aprirsi al perdono per ritessere legami interrotti, per superare situazioni di sterile condanna mutua, per vincere la tentazione di escludere gli altri non concedendo loro possibilit\u00e0 di appello. La capacit\u00e0 di perdono sta alla base di ogni progetto di una societ\u00e0 futura pi\u00f9 giusta e solidale\u201d( Messaggio\u2026n.9). Sono parole certamente coraggiose e piene di sapienza evangelica. Ma, come prima accennavo, esse indicano anche l\u2019unica via percorribile per una pace stabile e duratura. Del resto \u00e8 facile capire che se la soluzione delle ferite viene affidata alla vendetta, ossia al pareggio della bilancia, ci si immette in una spirale drammatica che continuer\u00e0 ininterrottamente ad approfondire le ferite non certo a sanarle. Giovanni Paolo II esplicita una delle spirali viziose di questo atteggiamento: \u201cIl perdono mancato, quando alimenta la continuazione dei conflitti, ha costi enormi per lo sviluppo dei popoli. Le risorse vengono impiegate per sostenere la corsa agli armamenti, le spese delle guerre, le conseguenze delle ritorsioni economiche. Vengono cos\u00ec a mancare le disponibilit\u00e0 finanziarie per produrre sviluppo, pace e giustizia\u201d(Ivi, n.9). E, sconsolato, aggiunge: \u201cQuanti dolori soffre l\u2019umanit\u00e0 per non sapersi riconciliare, quali ritardi subisce per non saper perdonare! La pace \u00e8 la condizione dello sviluppo, ma una vera pace \u00e8 resa possibile soltanto dal perdono\u201d (Ivi, n.9).<\/P><br \/>\n<P class=MsoNormal style=\"TEXT-INDENT: 35.45pt; LINE-HEIGHT: 150%; TEXT-ALIGN: justify\">E\u2019 convizione comune nella Bibbia, ad esempio Isaia 58, che non esiste una fraternit\u00e0 in cui anche i poveri non siano fratelli della comunit\u00e0. E\u2019 a dire che non esiste una societ\u00e0 saldamente costituita se non si pratica la giustizia nei loro confronti. La preoccupazione per loro \u00e8 un atto di giustizia, che deriva direttamente dalla paternit\u00e0 divina. Ma la giustizia di Dio, come abbiamo visto, ha il sapore della carit\u00e0 e dell\u2019amore, perch\u00e9 si sostanzia direttamente dal mistero della paternit\u00e0 divina. Molti sarebbero i testi neotestamentari che sostengono questa interpretazione. Mi riferisco solamente a quella stupenda affermazione della lettera di Giacomo: \u201cUna religione pura e senza macchia davanti a Dio nostro Padre \u00e8 questa: soccorrere gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni e conservarsi puri da questo mondo.\u201d (Gc 1,27) Riecheggiano in queste parole i testi profetici dell\u2019Antico testamento. Con Ges\u00f9 Cristo si manifestano pienamente la giustizia e l\u2019amore di Dio. E gli uomini saranno giudicati su questo, ossia sull\u2019amore: \u201cHo avuto fame e mi avete dato da mangiare\u201d. Chi pratica questa \u201creligione\u201d sar\u00e0 benedetto dal Padre, che lo accoglier\u00e0 nel regno dei cieli, realizzando cos\u00ec quella giustizia piena di amore che lo contraddistingue.<\/P><br \/>\n<P class=MsoNormal style=\"TEXT-INDENT: 35.45pt; LINE-HEIGHT: 150%; TEXT-ALIGN: justify\"><\/P><br \/>\n<P class=MsoPlainText style=\"TEXT-INDENT: 35.45pt; LINE-HEIGHT: 150%; TEXT-ALIGN: justify; mso-outline-level: 1\">La \u201cvia\u201d dell\u2019amore&nbsp;&nbsp;<\/P><br \/>\n<P class=MsoPlainText style=\"TEXT-INDENT: 35.45pt; LINE-HEIGHT: 150%; TEXT-ALIGN: justify\">Il passo di Matteo mostra la via universale alla perfezione: la via dell\u2019amore. E\u2019 una \u201cvia\u201d larga e antica. Dio l\u2019ha percorsa per primo. L\u2019immagine che emerge dalle Scritture \u00e8 quella di un Dio che si manifesta appunto come un movimento d\u2019amore. Bella l\u2019interpretazione di Rosenzweig sul rapporto tra creazione e rivelazione. Dice il filosofo ebreo: dopo la creazione, intesa come prima rivelazione di Dio (amante) all\u2019uomo (amato), c\u2019\u00e8 n\u2019\u00e8 stata una seconda, pi\u00f9 gratuita della prima, se cos\u00ec si pu\u00f2 dire. Il creatore avrebbe potuto tornare nel nascondimento, ma non l\u2019ha fatto. Ha scelto, invece, di restare nel perenne presente della rivelazione, e l\u2019ha fatto attraverso l\u2019amore: \u201cCos\u00ec la prima rivelazione\u2026esige l\u2019irruzione di una \u201cseconda\u201d rivelazione, di una rivelazione che non sia altro che rivelazione, di una rivelazione in un senso pi\u00f9 stretto, anzi, nel senso pi\u00f9 pieno del termine\u201d. Questa seconda rivelazione ha bisogno dell\u2019amore dell\u2019amante, di un amore inteso non come semplice attributo, ma come evento. E spiega Rosenzweig: \u201cDio ama\u201d non vuol dire che l\u2019amore inerisce a lui come un attributo, come ad esempio la potenza creatrice. \u201cDio ama\u201d \u00e8 il pi\u00f9 puro presente: l\u2019amore stesso non sa se mai amer\u00e0, anzi neppure sa se ha mai amato. Gli \u00e8 sufficiente sapere una cosa sola: che ama. L\u2019uomo diventa l\u2019altro polo della rivelazione \u2013 e questa \u00e8 la sua giustizia &#8211; e su di lui si riversa l\u2019amore divino: \u201cIn questo modo l\u2019anima raccoglie l\u2019amore di Dio\u201d(F. Rosenzweig, La stessa della redenzione, Genova 1985). E di qui \u2013 nota il filosofo ebreo \u2013 si comprende quanto la redenzione dell\u2019uomo dipenda dalla pratica dell\u2019amore del prossimo. Agli uomini \u00e8 chiesto di scegliere questa via. Essa tuttavia non \u00e8 prefabbricata; va continuamente costruita. E tutti debbono costruirla percorrendola, credenti e non credenti. <\/P><br \/>\n<P class=MsoPlainText style=\"TEXT-INDENT: 35.45pt; LINE-HEIGHT: 150%; TEXT-ALIGN: justify\">Larga \u00e8 la \u201cvia amoris\u201d. Ed \u00e8 senza dubbio quella che maggiormente pu\u00f2 accomunare gli uomini. Vattimo scrive: \u201cmi \u00e8 capitato altrove di notare come lo stesso termine \u201ccarit\u00e0\u201d abbia ritrovato di recente, in modo imprevisto ma non per ci\u00f2 meno significativo, una cittadinanza nella filosofia\u201d. Rosmini in verit\u00e0 l\u2019aveva gi\u00e0 fatto. La \u201ccaritas\u201d \u00e8 il cuore stesso della vita. Si potrebbe dire che la carit\u00e0, pur essendo il senso ultimo della rivelazione, non ha per\u00f2 quel peso di perentoriet\u00e0 da principio della metafisica che fa cessare ogni domanda, anche se possiamo aggiungere che trova forse il suo riposo nella contemplazione della Verit\u00e0: \u201cnon intratur in veritate nisi per charitatem\u201d (S. Agostino). Mi chiedo se questa intuizione di Agostino non offra anche una indicazione di metodo. E mi spiego: non pu\u00f2 essere proprio la pratica dell\u2019amore la via che il pensiero contemporaneo deve percorrere per giungere alla riscoperta dell\u2019essere? Non pu\u00f2 essere proprio la \u201cvia amoris\u201d quella che oggi con maggior facilit\u00e0, non esclusivit\u00e0, conduce il pensiero umano a cogliere nuovamente la Verit\u00e0? Bonaventura lo affermava per Francesco d\u2019Assisi: \u201cE\u2019 quanto \u00e8 stato mostrato al beato Francesco, quando nell\u2019estasi della sua contemplazione\u2026egli pass\u00f2 in Dio\u2026 Perch\u00e9 questo passaggio sia perfetto, \u00e8 necessario lasciare da parte ogni attivit\u00e0 intellettuale, per trasfondere e trasformare in Dio tutto il vertice dell\u2019affetto\u201d. Ritorna la via mistica o, se volete, la via della santit\u00e0. E riguarda sia i cerdenti che i non credenti. Camus affermava che la questione della santit\u00e0 era l\u2019unico affare serio che egli conoscesse. E la sua domanda era: \u201cpu\u00f2 un ateo essere santo?\u201d o meglio: \u201cCome un ateo pu\u00f2 diventare santo?\u201d. E noi potremmo aggiungere: \u201cgiusto\u201d?&nbsp; <\/P><br \/>\n<P class=MsoPlainText style=\"TEXT-INDENT: 35.45pt; LINE-HEIGHT: 150%; TEXT-ALIGN: justify\">Nella tradizione cristiana l&#8217;agape, cuore della vita del credente, \u00e8 superiore a tutte le virt\u00f9. Per gli antichi pensatori cristiani l\u2019agape \u00e8 Dio stesso che si comunica al mondo. \u201cL\u2019amore di Dio \u00e8 infinitamente gratuito: da qui il senso di stupore, da qui l\u2019accento di lode che ha la piet\u00e0 dei primi fedeli che hanno accolto il dono di Dio. L\u2019amore di Dio \u00e8 divinamente efficace: rinnova il volto del mondo. Un senso di freschezza e di libert\u00e0 e di forza incontenibile, di gioia prorompe da questi cuori nei quali inabita Dio. Soprattutto l\u2019amore di Dio si rivela nell\u2019universalit\u00e0 di una salvezza che \u00e8 offerta a ciascuno, che anzi gi\u00e0 in qualche modo raggiunge gli estremi confini, e non salva pi\u00f9 soltanto qualcosa, ma ogni cosa, perfino la carne nella promessa della risurrezione futura\u201d, sintetizza Barsotti. Non c&#8217;\u00e8 nulla al disopra dell\u2019amore: n\u00e9 la profezia della tradizione ebraico-cristiana; n\u00e9 l&#8217;ineffabile lingua degli angeli, quella che estasiava i Corinzi; e nemmeno la speranza; e neppure la conoscenza, la quale in questo mondo \u00e8 cos\u00ec misera s\u00ec che conosciamo Dio solo confusamente, come attraverso uno specchio, dentro &#8220;enigmi&#8221;. L&#8217;amore \u00e8 superiore persino alla fede. San Paolo scrive: &#8220;Se avessi tutta la fede tanto da poter trasportare i monti, ma non avessi l&#8217;amore, non sarei nulla&#8221;. Tutto passer\u00e0, anche la fede e la speranza. Al termine rester\u00e0 solo l&#8217;amore. E\u2019 la dottrina che Rosmini ha proclamato e vissuto in prima persona. <\/P><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>SANTITA&#8217;&nbsp; E&nbsp; GIUSTIZIA &nbsp;Premessa Ho accettato volentieri di partecipare a questo incontro di riflessione comune sulla &#8220;prima massima di perfezione&#8221; di Antonio Rosmini. 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