{"id":15561,"date":"2002-09-20T00:00:00","date_gmt":"2002-09-20T00:00:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.vincenzopaglia.it\/cms\/index.php\/martini-uomo-di-pace.html"},"modified":"2013-05-10T23:48:36","modified_gmt":"2013-05-10T21:48:36","slug":"martini-uomo-di-pace","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.vincenzopaglia.it\/index.php\/martini-uomo-di-pace.html","title":{"rendered":"Martini, uomo di pace"},"content":{"rendered":"<p><P>In molti modi si pu\u00f2 parlare di \u201c Martini, uomo di pace\u201d. Ma una chiave di lettura mi pare oggi come obbligata: Martini, uomo di Gerusalemme. Questa citt\u00e0, infatti, con tutto il suo carico simbolico, \u00e8 divenuta l\u2019immagine che meglio fa emergere il senso alto e drammatico della pace. Nella citt\u00e0 santa trovano concretezza sia l\u2019idea della pace che quella dell\u2019incontro tra i popoli. Due dimensioni che mi paiono caratterizzare il magistero sulla pace che ha accompagnato l\u2019itinerario di studioso e di pastore del cardinale. E non c\u2019\u00e8 dubbio che la pace, intesa come pienezza di vita e di comunione, abbia radici fortemente religiose. Ricordo ancora una meditazione che l\u2019allora padre Martini &#8211; era il 1976 &#8211;&nbsp; tenne nella piccola chiesa di Sant\u2019Egidio commentando il brano degli Atti che raccontava l\u2019arrivo di Paolo e Barnaba a Gerusalemme per comporre il contrasto sorto tra le diverse comunit\u00e0: \u201cChe cos\u2019\u00e8 Gerusalemme? E\u2019 appunto il luogo dell\u2019origine, il luogo dove i membri della primitiva comunit\u00e0 hanno imparato a stare insieme, a pregare assieme, a dividere il pane; hanno imparato a scambiarsi, gli uni gli altri, le esperienze di vita. A Gerusalemme gli apostoli hanno creato la prima possibilit\u00e0 di vivere insieme nella pace\u201d. <\/P><br \/>\n<P>Tornare a Gerusalemme significa ritrovarsi fratelli. Ed \u00e8 qui la radice della pace. Per questo la citt\u00e0 santa diviene anche la visione, la prospettiva, la speranza, il sogno che deve accompagnare i credenti, cos\u00ec come da decenni accompagna il Martini credente, il Martini studioso di Sacra Scrittura e il Martini vescovo. Tutti coloro che lo conoscono difficilmente possono pensarlo senza Gerusalemme, e non solo per quel che concerne la pace, ma per la centralit\u00e0 che questa citt\u00e0 occupa nella storia della salvezza. Il cardinale, forse, ricordando proprio il salmo 137 (\u201cmi si attacchi la lingua al mio palato se non mi ricordo di te, Gerusalemme\u201d), ha voluto che anche la sua tomba, non solo il suo cuore e il suo pensiero, fosse proprio a Gerusalemme. E con una nota di dolce ironia \u2013 davvero preziosa nel cardinale &#8211; una volta ha anche aggiunto: \u201cE ti assicuro che da l\u00ec si gode una bella vista sulla citt\u00e0\u201d. Si riferiva, il cardinale, al momento escatologico, quando, dalla Valle di Giosafat, avrebbe visto \u201cla citt\u00e0 santa, la nuova Gerusalemme, scende dal cielo, pronta come una sposa adorna per il suo sposo\u201d. Certo, la Gerusalemme di oggi appare lontana da questa sposa, ed \u00e8 piuttosto il simbolo del dramma del mondo intero. Una volta ebbe a dire: \u201cGerusalemme come luogo in cui si raccolgono tutte le sofferenze dell\u2019umanit\u00e0. Vorrei condividere quelle sofferenze. Sono molto legato al popolo ebraico, vorrei condividere la sua sofferenza\u201d (1991). Gerusalemme resta, per Martini, una nota dominante che lo accompagna nelle diverse fasi della sua vita. E la difficolt\u00e0 di realizzare oggi un suo antico desiderio pu\u00f2 essere accompagnato dalle parole di Isaia: \u201cnon prendetevi mai riposo\u2026finch\u00e9 non abbia ristabilito Gerusalemme e finch\u00e9 non l\u2019abbia resa il vanto della terra\u201d(62, 7). <\/P><br \/>\n<P>La citt\u00e0 di Milano, agli inizi del ministero pastorale di Martini, era \u201cparticolarmente ferita da gesti e segni di violenza\u201d. E il cardinale ricorda che spesso in quegli anni gli tornava alla mente il salmo 122: \u201cDomandate pace per Gerusalemme\u201d. Erano anni davvero difficili per la citt\u00e0 e per l\u2019intero paese segnato da grosse tensioni. Il cardinale rappresent\u00f2, anche per chi aveva percorso sentieri sbagliati, un punto di possibile riconciliazione. E poteva indicare perci\u00f2 l\u2019urgenza di percorrere la via della pace non solo nella paura di un possibile conflitto nucleare ma anche nella riscoperta di quegli ideali che \u201cprendono il nome di giustizia, verit\u00e0, libert\u00e0, solidariet\u00e0, aprendosi fino al tema esigente dell\u2019amore universale del prossimo\u2026Essi fanno riferimento al modo di esistere e di agire\u2026cos\u00ec come \u00e8 illustrato dalla testimonianza di affascinanti personalit\u00e0 il cui contributo per una convivenza pi\u00f9 pacifica \u00e8 indispensabile: da san Francesco d\u2019Assisi al vescovo Oscar Romero, da Gandhi e Martyin Luther King\u201d (in Relazioni Internazionali, gennaio 1984). Legava cos\u00ec la questione morale alla pace e alla fraternit\u00e0 universale; due dimensioni iscritte profondamente in Gerusalemme. Il 6 dicembre 1983, nell\u2019omelia per Sant\u2019Ambrogio, affermava: \u201cGerusalemme che \u00e8 simbolo di ogni altra citt\u00e0 dell\u2019uomo, mi pare che si allarghi, nell\u2019attuale momento storico, a tutta la cosmopoli umana: cio\u00e8 a tutta quella sterminata citt\u00e0 degli uomini dispersi in tutte le latitudini e chiamati oggi a unit\u00e0 e fraternit\u00e0, oltre che da una interiore vocazione, da una imprescindibile necessit\u00e0 di sopravvivenza\u201d. Si potrebbe perci\u00f2 dire di Martini: da Roma, a Milano, all\u2019Europa, al mondo intero, ma sempre Gerusalemme, citt\u00e0 della pace. \u201cMi stupisco anch\u2019io di come sia forte il mio legame con Gerusalemme. Ha un\u2019origine affettiva profonda\u2026Sogno di vivere un giorno nella citt\u00e0 santa, dedicando il mio tempo alla preghiera e allo studio\u201d(intervista ad Avvenire). <\/P><br \/>\n<P>Nel 1993, dieci anni dopo le parole pronunciate a Sant\u2019Ambrogio, si tenne a Milano il settimo Incontro Internazionale della preghiera per la pace. Era caduto il muro di Berlino e qualcuno parlava di \u201cfine della storia\u201d. Ma immediatamente tutti ci accorgemmo che la storia non era finita, e si apriva un mondo forse meno tragico ma certo pi\u00f9 complesso. Nel messaggio alla chiesa ambrosiana il cardinale diceva: \u201cCi troviamo di fronte ad una congiuntura sociale mai sperimentata nella storia. Siamo entrati in un nuovo periodo della vicenda umana sulla terra: vecchie strutture ideologiche e politiche sono cadute, si stanno cercando confusamente nuovi equilibri, si avverte la necessit\u00e0 di un nuovo ordinamento internazionale: la geografia del mondo sta cambiando. Se il muro che divideva l\u2019Europa \u00e8 stato abbattuto, si sente dall\u2019altro canto la spinta ad erigere tanti nuovi muri, talvolta pi\u00f9 alti, in nome della difesa della propria sicurezza. Muri all\u2019interno degli stati, muri tra nazione e nazione, un grande muro tra nord e sud del mondo\u201d.&nbsp; Sono parole che fotografano la situazione del mondo in quegli anni, ma conservano ancora oggi tutto il loro peso. Con sapienza, il cardinale metteva in guardia il Nord dalla tentazione di ritirarsi dal grande Sud, attenuando cos\u00ec la solidariet\u00e0, privatizzando le coscienze e rafforzando paure e insicurezze che avrebbero portato inesorabilmente ad un esasperato individualismo. Ma indicava anche una opportunit\u00e0: \u201cL\u2019attuale contingenza storica offre al Nord del mondo una straordinaria chance per rigenerarsi profondamente nel suo rapporto con il Sud, salvando al tempo stesso il meglio della tradizione storica e della civilt\u00e0 di ogni popolo. Forse, per la prima volta in epoca moderna, c\u2019\u00e8 la possibilit\u00e0 di edificare una convivenza civile che non nasca sulla contrapposizione. E\u2019 la sfida a costruire una societ\u00e0 senza nemici, senza avversari&nbsp; &#8211; e non per questo senza identit\u00e0, &#8211; una societ\u00e0 in cui le diversit\u00e0 si riconcilino e si integrino\u201d. Le vicende drammatiche dell\u201911 settembre che hanno cambiato ancora una volta il corso della storia, sembrano far crollare anche queste parole sulle ceneri delle due torri. <\/P><br \/>\n<P>Eppure il bagaglio di riflessioni che il cardinale ha tenuto a cavallo del millennio sul compito che le religioni hanno di fronte alla pace resta di grande attualit\u00e0. Mentre da pi\u00f9 parti si sottolinea l\u2019ineluttabilit\u00e0 del \u201cconflitto tra le civilt\u00e0\u201d e quindi dello scontro tra i popoli, il cardinale ribadisce l\u2019indispensabile impegno dei credenti per la pace: \u201cCome cristiani non possiamo fare a meno di avvertire una speciale chiamata a rendere concorde testimonianza al Vangelo della pace\u201d. Dopo lo storico incontro tra i responsabili delle grandi religioni mondiali di Assisi promosso da Giovanni Paolo II per invocare la pace, era l\u2019ottobre del 1986, il cardinale inizi\u00f2 a partecipare a vari incontri organizzati dalla Comunit\u00e0 di Sant\u2019Egidio che intendevano riprendere quel che il Papa chiam\u00f2 lo \u201cSpirito di Assisi\u201d. Nell\u2019incontro del 1987, tenutosi a Roma, il cardinale sottolineava che se la pace \u00e8 un terreno privilegiato dell\u2019impegno dei credenti \u00e8 altres\u00ec un dono di Dio al di l\u00e0 degli sforzi degli uomini. E diceva: \u201cBisogna rilevare che in questi anni, attraverso esperienze diverse, \u00e8 cresciuta e si \u00e8 diffusa la coscienza comune della pace come dono, come bene trascendente, che non \u00e8 riconducibile alla mera sommatoria degli sforzi umani\u201d. Commentando un brano della prima lettera a Timoteo spiegava quanto la preghiera dovesse essere alla radice della pace: \u201cLa preghiera \u00e8 l\u2019arma pacifica dell\u2019uomo religioso\u201d. Ricordo che l\u2019ambasciatore russo, presente a questo incontro, dopo aver ascoltato l\u2019esposizione del cardinale sull\u2019impegno dell\u2019apostolo Paolo per la pace, mostr\u00f2 la sua sorpresa pi\u00f9 o meno con queste parole: \u201cNon pensavo che San Paolo, che vedo sempre con la spada sguainata in mano, fosse un testimone della pace!\u201d Ovviamente, il cardinale sorrise e assent\u00ec con il suo tradizionale: \u201cEh, gi\u00e0!\u201d <\/P><br \/>\n<P>Dopo Assisi, in effetti, abbiamo assistito a non pochi eventi di pace, sia nel Nord che nel Sud del mondo. Si avverava l\u2019augurio di Giovanni Paolo II ad Assisi: \u201cLa pace ha bisogno dei suoi profeti\u2026La pace \u00e8 un cantiere, aperto a tutti e non soltanto agli specialisti, ai sapienti e agli strateghi\u201d. Martini sent\u00ec riecheggiare in queste parole quanto Paolo VI scriveva nel messaggio per il 1 gennaio 1970: \u201cLa pace non si gode; si crea. La pace non \u00e8 un livello ormai raggiunto, \u00e8 un livello superiore, a cui sempre tutti e ciascuno dobbiamo aspirare\u201d. E tuttavia il cardinale notava nel messaggio alla diocesi del 1993: \u201cNon c\u2019\u00e8 dubbio che proprio ai nostri giorni, in modi vecchi eppure nuovi la guerra abbia trovato e trovi se non i suoi profeti, almeno i suoi fedeli\u201d.<\/P><br \/>\n<P>E tuttavia il cardinale non si ferma nella predicazione del Vangelo della pace. Sa bene che i credenti hanno un compito precipuo nei confronti della pace, come pi\u00f9 volte ha affermato negli incontri interreligiosi a cui ha partecipato: \u201cI credenti non possono certo sostituirsi ai politici nelle loro precipue responsabilit\u00e0; eppure hanno un proprio semplice, alto compito: ad essi \u00e8 chiesto di essere vigilanti nell\u2019ascolto delle attese e delle speranze degli uomini, nel dialogo sincero con tutti, nella preghiera e nella ricerca costante della pace\u201d. E in questo itinerario i cristiani si ritrovano accanto a credenti di altre religioni per ricercare assieme la pace e invocarla dall\u2019alto ciascuno secondo la propria fede. Ogni tradizione religiosa infatti \u00e8 chiamata in questo tempo a liberare tutte le energie di pace che custodisce nel proprio credo. Si tratta di un processo che aiuta i credenti ad allontanarsi dalla tentazione della passivit\u00e0 di fronte alla guerra, dell\u2019acquiescenza o addirittura della giustificazione dei conflitti. In un mondo che riscopre con forza le identit\u00e0 nazionali, le religioni possono con grande facilit\u00e0 essere strumentalizzate per rafforzare le contrapposizioni. E\u2019 storia recentissima, anche dei nostri giorni. <\/P><br \/>\n<P>E\u2019 questa convinzione che spinse il cardinale Martini, nell\u2019incontro Islamo-cristiano organizzato a Roma immediatamente dopo l\u201911 settembre dalla Comunit\u00e0 di Sant\u2019Egidio, ad affermare: \u201cStiamo vivendo in questo inizio di millennio una gravissima crisi dell\u2019umanit\u00e0. Le persone di buona volont\u00e0 sono poste di fronte a una tragica sfida, una sfida che si ripresenta purtroppo a intervalli quasi regolari, nel cammino della civilt\u00e0. E\u2019 una sfida che l\u2019umanit\u00e0 ha vissuto anche in tempi recenti, come ad esempio dieci anni fa, all\u2019epoca della guerra del Golfo. E in decenni ancora precedenti, come ad esempio al tempo di Papa Giovanni XXIII e della crisi di Cuba. Emerge cio\u00e8 la domanda drammatica di come riuscire a spegnere con decisione e fermezza ogni focolaio di terrorismo omicida senza, al tempo stesso, moltiplicare e ingigantire le reazioni a catena della violenza e dell\u2019odio.&nbsp; E proprio per questo il Papa nell\u2019udienza di mercoled\u00ec 12 settembre, proprio il giorno dopo i tragici eventi degli Stati Uniti, dopo aver espresso il suo profondo dolore per gli attacchi terroristici che avevano insanguinato l\u2019America, dopo aver espresso la sua partecipazione al lutto di tante famiglie, e dopo aver detto la sua indignata condanna di un cos\u00ec inqualificabile orrore, ha riaffermato che mai le vie della violenza conducono a vere soluzioni dei problemi dell\u2019umanit\u00e0, e ha proclamato che, se anche la forza delle tenebre sembra prevalere, il credente sa che il male e la morte non hanno l\u2019ultima parola\u201d.<\/P><br \/>\n<P>Il cardinale continua sottolineando un tema caro agli incontri per la pace della Comunit\u00e0 di Sant\u2019Egidio: i credenti si presentano davanti ai grandi problemi del mondo poveri di forza materiale o politica, ma essi hanno una \u201cforza debole\u201d, quella della loro fede, della mitezza, dell\u2019uso del dialogo, della comprensione e, soprattutto, della preghiera. Certo questo richiede anche che ciascuno, nel vivere quotidiano e nell\u2019ambito delle sue responsabilit\u00e0, anche all\u2019apparenza nascoste e insignificanti, bandisca ogni violenza, anche soltanto nelle parole e nei sentimenti. Ed anche nella comprensibile ansia di una legittima difesa e nella giusta volont\u00e0 di disarmare e di scoraggiare ogni possibile atto di terrorismo, bisogna agire nella ragionevolezza e nel rispetto della complessit\u00e0 dei dati, senza facili semplificazioni di volti del nemico, senza affrettate creazioni di capri espiatori che possano soddisfare una volont\u00e0 di rivalsa. <\/P><br \/>\n<P>\u201cLa violenza e il terrorismo \u2013 dice chiaramente il cardinale &#8211; vanno isolati e disarmati con energia e determinazione, ma proprio per questo non devono essere confusi con contesti culturali, religiosi o etnici molto pi\u00f9 ampi, che solo una riduttiva ricerca di bersagli immediati da colpire potrebbe ritenere responsabili diretti di tanta crudelt\u00e0. E anche nel conflitto che tuttora insanguina il Medio Oriente occorrer\u00e0 coraggiosamente e urgentemente mettere mano a iniziative di dialogo e di pace, di sospensione delle ostilit\u00e0 e di moltiplicazione di gesti di mutuo ascolto, ignorando ogni volont\u00e0 di rivalsa che genera soltanto nuove violenze\u201d. Purtroppo queste parole non hanno trovato riscontro nei mesi successivi all\u201911 settembre. Proprio in Terra Santa c\u2019\u00e8 stata un\u2019accelerazione di violenza che ha portato distruzioni e morte da ambedue le parti. Ma le religioni sono chiamate ancora una volta a compiere ogni sforzo sia per evitare i conflitti che per sostenere il dialogo. Martini sottolinea le parole che Giovanni Paolo II disse durante il viaggio in Kazakihstan: \u201cNon dobbiamo permettere che quanto \u00e8 accaduto conduca ad un inasprirsi delle divisioni; la religione non deve mai essere utilizzata come motivo di conflitto. E la pace, dunque, pu\u00f2 essere costruita solo sulle solide fondamenta del rispetto reciproco, della giustizia nelle relazioni tra comunit\u00e0 diverse e nella magnanimit\u00e0 da parte dei forti\u201d. Il cardinale sottolinea poi che l\u2019attuale situazione mondiale segnata dalla globalizzazione (considerata spesso causa remota di conflitti, di impoverimenti, di rabbie di popoli, di mutua lotta gli uni contro gli altri), richiede una cultura del dialogo e una globalizzazione della solidariet\u00e0, che le religioni sono chiamate sempre pi\u00f9 a sostenere. <\/P><br \/>\n<P>Il dialogo, dunque, \u00e8 atteggiamento tipico degli spiriti rispettosi delle idee altrui, alieni da ogni dogmatismo ed integralismo, alieni dal litigio, dalla sopraffazione e dal sospetto. Il dialogo suppone la ricerca di ci\u00f2 che \u00e8 vero, buono e giusto, per ogni uomo, per ogni gruppo e per ogni societ\u00e0, e di ci\u00f2 che \u00e8 e resta comune a tutti gli uomini, anche in mezzo alla contrapposizione. Il dialogo esige l\u2019apertura e l\u2019accoglienza; consiste nella ricerca del bene con mezzi pacifici e volont\u00e0 costante di ricorrere a tutte le possibili formule di negoziazione, di mediazione, di arbitrato, per far s\u00ec che i fattori di avvicinamento prevalgano sui fattori di divisione e di odio. Il dialogo \u00e8 espressione del riconoscimento della dignit\u00e0 inalienabile di ogni uomo e di tutti gli uomini, ed \u00e8 proprio il riconoscimento della dignit\u00e0 inalienabile di ogni uomo e donna e di tutti gli uomini la chiave di volta per la realizzazione di una pace autentica. Se tutti gli uomini sono figli di Dio, creati da Dio, devono riconoscersi come fratelli e guardarsi in faccia l\u2019un l\u2019altro con accoglienza, con amore e con spirito di responsabilit\u00e0. <\/P><br \/>\n<P>Si tratta, perci\u00f2, ancora una volta e sempre, di riconoscere e riaffermare e promuovere la centralit\u00e0 dell\u2019uomo, considerato nella sua integralit\u00e0 e nella sua dignit\u00e0 inviolabile, e quindi riconosciuto ed onorato come persona. La sfida dunque pi\u00f9 profonda, quella a cui devono rispondere anche tutte le religioni, \u00e8 quella di dare corpo ad una convivenza che sia a servizio dell\u2019uomo, di ciascuno e di tutti, e a una globalizzazione attuata mediante una autentica cultura dello scambio e secondo un vero atteggiamento di dialogo che rispetti e promuova i diritti sacrosanti ed inalienabili dell\u2019uomo, non solo per alcuni, ma per tutti, ad iniziare dai pi\u00f9 deboli e dai pi\u00f9 poveri. <\/P><br \/>\n<P>&nbsp;<\/P><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>In molti modi si pu\u00f2 parlare di \u201c Martini, uomo di pace\u201d. Ma una chiave di lettura mi pare oggi come obbligata: Martini, uomo di Gerusalemme. Questa citt\u00e0, infatti, con tutto il suo carico simbolico, \u00e8 divenuta l\u2019immagine che meglio fa emergere il senso alto e drammatico della pace. 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