{"id":15555,"date":"2002-08-11T00:00:00","date_gmt":"2002-08-11T00:00:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.vincenzopaglia.it\/cms\/index.php\/lumbria-tra-sviluppo-e-declino.html"},"modified":"2013-05-10T23:48:36","modified_gmt":"2013-05-10T21:48:36","slug":"lumbria-tra-sviluppo-e-declino","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.vincenzopaglia.it\/index.php\/lumbria-tra-sviluppo-e-declino.html","title":{"rendered":"L&#8217;Umbria tra sviluppo e declino"},"content":{"rendered":"<p><P>Un incontro come questo si potrebbe dire che cade in un momento opportuno, non solo per il momento storico pi\u00f9 generale, ma anche per la contingenza relativa alla stesura del nuovo statuto regionale. Sarebbe certamente utile per tutti una riflessione sul passato della nostra regione in vista di una pi\u00f9 chiara definizione del suo futuro. Forse non \u00e8 questa la sede e tanto meno sono io a poterla fare. Ma almeno un cenno mi pare necessario. E mi riferisco al regionalismo umbro, inteso come elaborazione intellettuale ed azione politica, che senza dubbio ha avuto molti meriti, ma anche alcune ombre. Tra i meriti va certamente segnalato quello di aver imposto, ben prima dell\u2019avvio dell\u2019ordinamento regionale in Italia, il tema dei livelli intermedi (n\u00e9 nazionale \u2013 n\u00e9 locale) di governo del territorio e dell\u2019economia (oggi diremmo di regolazione dell\u2019economia e di realizzazione di azioni per lo sviluppo). <\/P><br \/>\n<P>Ma la cultura con la quale il regionalismo umbro affront\u00f2 questi temi (e diresse molte delle politiche relative) manifest\u00f2 ben presto alcuni limiti. L\u2019attenzione esclusiva, ad esempio, alla grande industria ed alle forme di partecipazione pubblica alla propriet\u00e0 delle imprese (il modello \u201cpesante\u201d di sviluppo) non consent\u00ec la crescita di modelli alternativi (quello chiamato \u201cleggero\u201d, come \u00e8 avvenuto nelle Marche), e neppure il riconoscimento dei fenomeni di crisi del primo modello e di crescita del secondo gi\u00e0 in atto nella realt\u00e0 economica regionale. <\/P><br \/>\n<P>L\u2019espansione della sfera pubblica, a fini di redistribuzione del reddito, port\u00f2 progressivamente alla crescita di un modello invasivo nei rapporti tra sistema politico e societ\u00e0 regionale, nel quale gli interessi degli apparati amministrativi, accompagnati o no da elaborazioni dottrinali sul ruolo del settore pubblico come agente di solidariet\u00e0 infraregionale, avevano di fatto la meglio. Di qui l\u2019effetto perverso delle spese per il sostegno di questi apparati, a danno di impieghi pi\u00f9 produttivi \u2013 come riconosciuto ancora nel DAP (Documento annuale di programmazione della Regione) 2002-2004, e di un diverso assetto dei rapporti tra politica, economia e societ\u00e0.<\/P><br \/>\n<P><\/P><br \/>\n<P>L\u2019Umbria della transizione: opportunit\u00e0 e rischi <BR><\/P><br \/>\n<P>Ma veniamo alla situazione odierna, piena di opportunit\u00e0 da cogliere ma anche, parallelamente, di nuovi rischi da evitare. A me pare opportuno puntare innanzi tutto sulla volont\u00e0 di rompere i residui di isolamento culturale, economico e politico della regione. E per fare questo bisogna puntare sulla costruzione di aree territoriali di integrazione economica che si estendano oltre i confini amministrativi della regione e che seguano i fattori di convenienza economica e sociale. Credo che l\u2019idea della cosiddetta Italia di Mezzo o \u201cTerza Italia\u201d, come qualcuno ama dire, pu\u00f2 essere non poco feconda per intraprendere un cammino comune tra le regioni e le aree dell\u2019Italia Centrale. I due seminari promossi da Nemetria ad Assisi hanno mostrato i caratteri comuni tra queste regioni centrali, le quali, tuttavia, non riescono a fare di questa loro condizione un punto di forza. Ne consegue una sorta di doppia scarsa \u201cvisibilit\u00e0 politica\u201d, quella delle singole regioni e quella dell\u2019intera area centrale nonostante le notevoli potenzialit\u00e0. Lo sviluppo o il declino, e non solo dell\u2019Umbria ma certamente di essa, passano attraverso questa strada. Le conclusioni del seminario dello scorso maggio ad Assisi, non sto qui a ripeterle, sono molto significative e direi anche lusinghiere. E richiederebbero senza alcun dubbio una maggiore attenzione da parte di tutte le forze sociali, culturali e politiche. E qui non c\u2019\u00e8 appartenenza che possa frenare. Semmai c\u2019\u00e8 da superare quella pericolosa autoreferenzialit\u00e0, divenuta trasversale, perch\u00e9 parcellizza territori e gruppi, politici a amministratori. <\/P><br \/>\n<P>Un punto centrale che emerge \u00e8 proprio la necessit\u00e0 di una concertazione tra tutte le realt\u00e0 delle varie regioni centrali in vista della emersione di una sorta di Terzo Polo territoriale economico-produttivo e socio culturale rispetto al Nord ed al Sud. Il CENSIS, riguardo a questo obiettivo, afferma, con il suo linguaggio sintetico, che bisogna porre in atto un processo di tipo poliarchico e pluralistico. E\u2019 a dire, appunto, che tutte le istituzioni e le realt\u00e0 sociali presenti in forma organizzata sul territorio sono chiamate ad offrire il loro contributo progettuale e decisionale all\u2019edificazione di questa nuova e pi\u00f9 ampia realt\u00e0 macro-regionale. Ma questo \u00e8 possibile unicamente se si favorisce una \u201ccultura delle alleanze\u201d. E\u2019 ovvio che solo attraverso il coinvolgimento attivo ed operativo di tutte le realt\u00e0, sia sociali che istituzionali presenti nella societ\u00e0 civile, sar\u00e0 infatti possibile qualificare la cultura di governo del territorio ed essere competitivi rispetto alle altre macro-aree territoriali del Paese (in particolare quelle del nord e del nord-est). In tale contesto vanno valorizzati i cosiddetti Patti territoriali che sino ad oggi sono stati l\u2019esempio migliore di quella cultura della cooperazione e delle alleanze su cui fondare un\u2019idea di sviluppo che veda come protagonisti le imprese locali, le forze sociali e le istituzioni pubbliche. <\/P><br \/>\n<P>Ma restando pi\u00f9 specificatamente nel contesto umbro mi pare che, in ogni caso, l\u2019obiettivo deve essere quello di creare economie di scala e servizi adeguati a rendere competitive intere aree territoriali pi\u00f9 che individuare nuovi bacini di attrazione di trasferimenti pubblici (comunitari, statali o regionali). Questo comporta investimenti sulla formazione e, in generale, sulle politiche per l\u2019educazione e la cultura, innestando i necessari investimenti innovativi \u2013 ad esempio, nel campo delle nuove tecnologie dell\u2019informazione e della comunicazione \u2013 nella tradizione culturale regionale, valorizzandone il pluralismo e la ricchezza. Parallelamente debbono essere resi ancor pi\u00f9 vincolanti gli impegni \u2013 recentemente e solennemente confermati \u2013 per lo sviluppo e la modernizzazione delle infrastrutture di trasporto e per la crescita del polo universitario ternano, senza chiudere la strada \u2013 a proposito dell\u2019universit\u00e0 \u2013 ad eventuali ed innovative iniziative private, in un clima di feconda competizione culturale e didattica.<\/P><br \/>\n<P><\/P><br \/>\n<P>Il futuro dell\u2019Umbria<BR><\/P><br \/>\n<P>Volendo sintetizzare in poche battute le sfide per il futuro si possono individuare una serie di snodi strategici. Innanzi tutto l\u2019identit\u00e0 regionale. E qui permettetemi di fermarmi su un punto particolare, lasciando il resto a quanto \u00e8 stato scritto nel documento per la redazione dello Statuto regionale da parte della Consulta per la pastorale sociale e del lavoro della CEU. Premesso che occorre superare definitivamente l\u2019idea di citt\u00e0-regione, un\u2019idea che ha spesso alimentato politiche centralistiche e paradossalmente ha legittimato e congelato il dualismo tra Terni e Perugia, a danno del sud dell\u2019Umbria e, pi\u00f9 in generale, della competitivit\u00e0 dell\u2019intero sistema economico regionale, vorrei accennare al rapporto tra spiritualit\u00e0 e identit\u00e0 regionale. Anche perch\u00e9 mi ha fatto non poca sorpresa, ad esempio, che nel volume sulla storia dell\u2019Umbria edito da Einaudi non si faccia menzione n\u00e9 della societ\u00e0 civile e neppure della religione. C\u2019\u00e8 stato chi recentemente, su un quotidiano della regione, ha scritto a proposito del rapporto tra spiritualit\u00e0 e identit\u00e0 della Regione un interessante articolo. L\u2019autore richiamava la seriet\u00e0 di tale rapporto, ricordando soprattutto la vicenda passata della regione ed esortava ad allontanarsi da interpretazioni facili e superficiali. In verit\u00e0 \u00e8 parso anche me un po\u2019 fragile il richiamo all\u2019interpretazione che Gramsci fa di San Francesco, accusato di passivit\u00e0 di fronte alle eresie medioevali. In ogni caso ha ragione nel gettare la pietra nello stagno e agitare le acque. Perch\u00e9 il rischio \u00e8 che i contenuti che costituiscono l\u2019identit\u00e0 vengano taciuti per dare spazio pi\u00f9 alle forme della politica. Riflettere sulla spiritualit\u00e0 della nostra terra, o meglio sulla dimensione religiosa nel suo rapporto con la societ\u00e0 umbra, non significa affatto negare la laicit\u00e0 delle istituzioni civili. E va ben compreso che l\u2019identit\u00e0 di una societ\u00e0 \u00e8 data dalla ricchezza dei valori ideali sui quali si \u00e8 costruito il consenso e quindi anche la forma dell\u2019istituzione. E sappiamo bene quanto la dimensione religiosa sia importante per la formazione dei valori e degli ideali. Vale la pena, a tale proposito, ricordare la sentenza n. 203 del 1989 della Corte Costituzionale, nella quale si scrive: \u201cIl principio di laicit\u00e0 quale emerge dalla Costituzione Italiana implica non l\u2019indifferenza dello Stato di fronte alla religione, ma garanzia dello Stato per la salvaguardia della libert\u00e0 di religione in un regime di pluralismo culturale e religioso\u2026.L\u2019attitudine laica dello Stato-comunit\u00e0 risponde non a postulati ideologizzati ed astratti di estraneit\u00e0, ostilit\u00e0 o confessione dello stato-persona o dei suoi gruppi dirigenti rispetto alla religione o a un particolare credo, ma si pone a servizio di concrete istanze della coscienza civile e religiosa dei cittadini\u201d. Si rifiuta insomma la concezione della laicit\u00e0 secondo la tradizione francese che comprende anche un portato etico (nella Costituzione italiana, non a caso, non si parla di Stato \u201claico\u201d, come in quella francese). La laicit\u00e0 dello Stato, secondo la Costituzione Italiana, significa il dovere che esso ha di garantire la libert\u00e0 di coscienza. <\/P><br \/>\n<P>Questo \u00e8 un invito alle diverse componenti culturali e religiose di presentare il meglio delle loro tradizioni per contribuire alla costruzione di una identit\u00e0 forte. In questo contesto sarebbe auspicabile ad esempio che le stesse Chiese dell\u2019Umbria sentissero ancor pi\u00f9 l\u2019urgenza di partecipare al processo di rafforzamento della identit\u00e0 regionale, inserendosi nel contesto dell\u2019area centrale dell\u2019Italia, tanto pi\u00f9 che fino a poco tempo fa non coincideva la regione ecclesiastica con quella civile. Come non pensare al ruolo di Assisi; e dico del supplemento di idealit\u00e0 che esso rappresenta da quando il papa lo ha reso centro del dialogo interreligioso. E\u2019 una dimensione nuova, prima impensata. Ma qui ci ha pensato il papa. E lui lo sa bene che certi incontri a Roma sono impossibili, mentre ad Assisi sono di casa, se cos\u00ec posso dire. Non parlo di quel reticolo rappresentato dalle parrocchie e dalle loro innumerevoli iniziative che scavalcano i confini della regione sino a giungere terre lontane e certamente bisognose. E ai cattolici stessi, e mi riferisco al variegato mondo laicale, \u00e8 chiesto di essere ben pi\u00f9 responsabili della cosa pubblica, intendendo non solo l\u2019ambito pi\u00f9 specificatamente politico-amministrativo ma anche tutti gli altri ambiti della vita, da quello culturale a quello scolastico, a quello sociale, a quello dell\u2019impegno per la pace, per la tutela dei diritti dei pi\u00f9 deboli. Insomma c\u2019\u00e8 da essere pi\u00f9 cattolici, ossia meno succubi e pi\u00f9 audaci, pi\u00f9 presenti non per difendere se stessi ma per promuovere il bene comune, avendo l\u2019arte ardua ma indispensabile del dialogo e dell\u2019incontro. Non abbiamo il monopolio della verit\u00e0, ma appassionati del bene di tutti, s\u00ec. Analogo discorso si chiede, a mio avviso, a tutte le altre tradizioni culturali, comprese quelle laiche. Cos\u00ec pure ai laici \u00e8 chiesto di essere pi\u00f9 laici, pi\u00f9 attenti alle radici culturali da cui sono nati e che tanto hanno contribuito alla storia del paese e della stessa regione. In un momento fondativi, com\u2019\u00e8 l\u2019attuale, tutto abbiamo bisogno fuorch\u00e9 di lotte sciocche ed estranee alla nostra tradizione: penso al primato del bene comune, al primato della persona e della famiglia, al primato della giustizia e della pace, all\u2019attenzione ai ceti pi\u00f9 deboli, al primato della tolleranza, e cos\u00ec oltre. E\u2019 urgente anche in questo campo il concorso di tutti, nella giusta e auspicabile dialettica, ma avendo presente tutti la crescita della nostra regione. <\/P><br \/>\n<P>In questo cammino di ridefinizione dell\u2019identit\u00e0 regionale \u00e8 auspicabile uno statuto che disegni istituzioni regionali di governo forti, efficienti, responsabili e rispettose del sistema della autonomie locali. A questo scopo la legittimazione diretta degli esecutivi costituisce un requisito indispensabile, in considerazione della caratteristiche storiche del sistema di partito in Umbria. A questo proposito molti spunti di riflessione ed indicazioni di riforma vengono dal documento della Consulta regionale per i problemi sociali, il lavoro, la giustizia e la pace della CEU \u201cContributo per lo statuto della Regione dell\u2019Umbria\u201d dello scorso febbraio.<\/P><br \/>\n<P>Un snodo che va affrontato \u00e8 quello delle politiche di partnership pubblico-privato, tra le quali possiamo far rientrare quelle contenute nel Patto per lo sviluppo, le quali rischiano \u2013 se non ben congegnate \u2013 di finire con il limitarsi a sostenere flussi di trasferimenti pubblici, senza innescare comportamenti virtuosi di tutte le parti coinvolte. C\u2019\u00e8 poi da puntare sull\u2019innovazione e sulla crescita. In questa direzione \u00e8 necessario innescare due comportamenti virtuosi, entrambi legati all\u2019efficienza della pubblica amministrazione, condizione indispensabile per rendere possibili politiche di localizzazione e sviluppo di nuova imprenditorialit\u00e0. Da un lato la pubblica amministrazione regionale ha bisogno, come abbiamo visto, di una cura dimagrante. Per l\u2019altro ha bisogno di forti investimenti sul piano dell\u2019innovazione tecnologica, tenendo presenti due fondamentali condizioni: introdurre le tecnologie dell\u2019informazione e della comunicazione significa cambiare anche il modo di lavorare (e quindi di organizzare il lavoro e di tutelare i lavori); introdurre nuove tecnologie vuol dire realizzare un\u2019operazione di sistema, senza la quale le isolate aree di innovazione vengono velocemente riassorbite dai modelli tradizionali di organizzazione e di lavoro.<\/P><br \/>\n<P>La tutela dei lavori appena ricordata costituisce un ulteriore punto fondamentale di passaggio. Il sistema economico regionale deve portare l\u2019Umbria a sperimentare con coraggio forme sempre pi\u00f9 differenziate di tutela, alla luce del principio per cui il lavoro deve essere tutelato \u201cnel\u201d mercato e non \u201cdal\u201d mercato. Per questo anche le organizzazioni sindacali debbono concorrere a definire nuovi livelli di tutela collettiva, espandendo lo spazio della contrattazione locale ed aziendale, in primo luogo allo scopo di creare condizioni favorevoli agli investimenti ed alla crescita. Un capitolo fondamentale di questo sistema flessibile e \u201clocale\u201d di contrattazione dovr\u00e0 essere dedicato agli impegni per la formazione, risorsa indispensabile per rendere i sistemi economici territoriali competitivi e scongiurare i rischi della disoccupazione di lunga durata. Ci\u00f2 comporta anche \u2013 sul piano delle politiche pubbliche \u2013 un\u2019ulteriore riforma delle politiche per la formazione professionale che eviti una loro sostanziale trasformazione in politiche occulte di solo \u201csostegno\u201d alla condizione di disoccupazione.<\/P><br \/>\n<P>In conclusione vorrei ancora una volta sottolineare che \u00e8 indispensabile la partecipazione di tutti i soggetti sociali, ciascuno con il proprio specifico contributo, allo sforzo della comunit\u00e0 regionale per affrontare le sfide del XXI secolo. Tutti, senza gerarchie sociali o funzioni di supremazia. Istituzioni politiche, imprese, universit\u00e0, organizzazioni di interesse, chiese locali in tutte le loro manifestazioni, debbono guardare in modo nuovo alle forme di reciproca collaborazione. L\u2019obiettivo \u00e8 ambizioso: passare da una stagione dell\u2019egemonia ad una stagione della poliarchia; da una stagione nella quale la politica (nel suo insieme, nessun protagonista escluso: il \u201csistema politico amico\u201d di cui parlavano vent\u2019anni fa un gruppo di studiosi della politica in Umbria) si concepiva come vertice e ricapitolazione dell\u2019intera societ\u00e0 regionale, ad una nella quale ciascun settore specifico (politica, economia, scienza, religione) soddisfa i bisogni (vecchi e nuovi) della realt\u00e0 regionale, rendendola pi\u00f9 aperta e pi\u00f9 innovativa. <\/P><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Un incontro come questo si potrebbe dire che cade in un momento opportuno, non solo per il momento storico pi\u00f9 generale, ma anche per la contingenza relativa alla stesura del nuovo statuto regionale. 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