L’idolatria dell’Io che distrugge i legami sociali

ANDREA TORNIELLI

Viviamo in società sempre più individualiste che hanno portato al «crollo del noi» e all’esaltazione della soggettività. Una rivoluzione culturale «decisiva per il progresso dell’umanità negli ultimi secoli», che ha portato però anche allo «sconvolgimento delle istituzioni sociali, dalla famiglia alla scuola, dalla città ai sistemi di protezione e di controllo sociale, dall’impresa alla stessa politica». Dopo la morte di Dio, abbiamo assisto alla morte del prossimo.

Riflette su questo il vescovo Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la vita, nel nuovo libro Il crollo del noi (Laterza, pp. 208, € 15). Siamo più liberi ma più soli, viviamo in società nelle quali «i rapporti e le relazioni sono come prosciugati», con «l’individuo narcisista» che «ha ormai preso la scena» e il «noi» (la communitas) sembra ormai sottomesso al potere dell’«io». «L’Io – sciolto da ogni vincolo – diviene attore di dissoluzione, non di legami; di esclusione, non di inclusione; di liquefazione, non di solidificazione. Resta salda solo l’idolatria dell’Io».

Tra gli esempi più eclatanti di questo processo, il vescovo cita il calo demografico nelle nostre società e la crisi della famiglia, «divenuta il crocevia di tante fragilità: i legami vanno a pezzi, le rotture coniugali sono sempre più frequenti e, con esse, l’assenza di uno dei due genitori, che non facilita la vita dei figli.

Vediamo le famiglie disperdersi, dividersi, ricomporsi nei modi più svariati. Si stanno moltiplicando le forme di famiglia». Quella che Paglia definisce la «deriva drammatica di un individualismo esasperato» è testimoniata anche dalla pratica dell’utero in affitto, «a causa del carattere mercantile che comporta e degli intrecci che consente nell’affidamento dei figli».

Per superare queste come altre conseguenze del «crollo del noi» (altre pagine del libro sono dedicate alla povertà, all’emarginazione, al potere economico-finanziario in mano a poche persone), l’autore propone un «nuovo umanesimo». «È necessario cambiare il nostro paradigma: all’ossessiva domanda individualista “chi sono io?” deve essere sostituito il nuovo radicale interrogativo “per chi sono io?”».

(La Stampa)