La famiglia tra sfide culturali e istanze pastorali

Sono particolarmente onorato di aprire questo Colloquio che intende confrontarsi con le crisi della società contemporanea e le possibili risposte. Il coinvolgimento di tutte le Facoltà in questo confronto mostra l’intelligenza della Université de La Sagesse che si pone “in uscita”, per riprendere un’affermazione cara a Papa Francesco, ossia che va in “campo aperto” non in ordine sparso ma assieme. E’ l’antica ispirazione medioevale delle “universitas” ove tutti i saperi erano consapevoli della indispensabile relazionalità per poter affrontare la complessa ricerca della verità. Tale prospettiva – che oggi a mio avviso deve essere recuperata – perché l’Accademia riprenda il suo posto nella società, è ancor più urgente che sia intrapresa da una università che ha l’ambizione e il compito di mettere in un dialogo diretto il Vangelo di sempre con la realtà storica di questo tempo. Oggi, in un mondo globalizzato ma anche spaesato, abbiamo bisogno di visioni che ridiano speranza alle nostre società tentate da un pericoloso ripiegamento su se stesse. 

A me è stato chiesto di offrire qualche riflessione sulla situazione della “Famiglia” nella società contemporanea e sulle prospettive che la Chiesa Cattolica, soprattutto con Papa Francesco, propone alle comunità cristiane. Data la brevità del tempo a disposizione, dividerò la mia riflessione in due parti. Nella prima mi fermerò a offrire qualche tratto sulla situazione della famiglia nella società contemporanea, e nella seconda accennerò ad alcune prospettive tratte in particolare dalla  Esortazione Apostolica Post-Sinodale Amoris Laetitia.  

Verso una società de-famigliarizzata ?

La famiglia contemporanea si trova in una condizione che chiamerei “paradossale”. Da un lato le si attribuisce un grande valore, sino a farne la chiave di volta della felicità (e, in effetti, i dati statistici rilevano che la famiglia è sentita dalla maggioranza delle popolazioni di tutti i paesi del mondo come il luogo della sicurezza, del rifugio, del sostegno per la propria vita). Dall’altro, però, la famiglia è divenuta il crocevia di tante fragilità: i legami si infrangono, le famiglie si dividono, si ricompongono, si realizzano altri modi di convivere, e tutti reclamati come famiglia. Si potrebbe dire che la famiglia non è negata, ma se ne moltiplicano le forme. E la famiglia come l’abbiamo conosciuta nei secoli sembra naufragare. Per la prima volta nella storia, il nesso che lega “matrimonio-famiglia-vita” sembra scardinarsi.

L’orizzonte culturale nel quale si iscrive questa crisi è segnato dal quel processo che alcuni, come il filosofo francese Gilles Lipovestky, definisce come “seconda rivoluzione individualista”. E’ a dire che tutto è diretto alla affermazione di sé, al culto di sé, alla realizzazione di sé, al benessere individuale, divenuti una complessiva norma vincolante ed assieme un valore. L’altro – e quindi anche qualsiasi membro della famiglia – può essere visto come un nemico di questo progetto, come un rivale invece che come un compagno nel percorso di vita. In estrema sintesi si potrebbe dire: siamo tutti più liberi, ma tutti più soli.

La società, in effetti, sembra divenuta un coacervo di individui, ove l’io prevale sul noi e l’individuo sulla società, i diritti dell’individuo prevalgono su quelli della famiglia. E si preferisce la coabitazione al matrimonio, l’indipendenza individuale alla dipendenza reciproca. E’ opinione ormai sempre più diffusa che il regno dell’individuo possa realizzarsi solo sulle ceneri della famiglia. Quest’ ultima, in una sorta di ribaltamento, più che “cellula base della società” viene concepita come “cellula base per l’individuo”.  La stessa coppia matrimoniale è pensata solo in funzione di se stessi: ciascuno cerca la propria singolare individualizzazione e non la creazione di un “noi”, di un “soggetto plurale” che trascende le individualità senza ovviamente annullarle, anzi rendendole più autentiche, libere e re-sponsabili. L’io, nuovo padrone della realtà, lo è anche della famiglia.

Ma fanno riflettere le conclusioni che alcuni studiosi ricavano dalle loro rilevazioni statistiche: sta crescendo sempre più – così è in Europa – il numero della cosiddette famiglie “unipersonali”. Mentre crollano i matrimoni e le famiglie composte da padre-madre-figli, crescono quelle formate da una sola persona, uni-personali (in Italia – per fare un solo esempio – quest’ultime sono passate da 5,2 milioni nel 2001 a  7,2 milioni tra il 2001 e il 2011). Il crollo della famiglia, pertanto, non si sta traducendo nella crescita di altre nuove e diverse modalità di famiglia, bensì semplicemente in “meno famiglia”. La deriva è chiara: si va verso una società de-familiarizzata, fatta di persone sole che si uniscono senza alcun impegno,e molti scelgono di stare da soli.

La famiglia, fonte e risorsa della società

Questa brevissima, e certo non consolante analisi, tuttavia, non deve lasciarci preda di un rassegnato pessimismo. La famiglia, nonostante la tempesta che la sta mettendo a dura prova, resta ancora oggi una forma sociale unica. Essa sola, infatti, consente di articolare in maniera stabile due tipi di relazione fondamentali, ossia quella sessuale (maschio-femmina) e quella generazionale (genitore-figlio). Tali due relazioni segnate da una differenza, qualitativa e irriducibile, custodita e accompagnata nel legame e nella reciprocità, sono il cuore della storia umana. E solo la Famiglia le custodisce. Sono convinto che il vento della storia cambierà e tornerà favorevole alla famiglia. Ma questo dipende molto anche da noi. E c’è una ulteriore considerazione da fare. In un mondo in cui ogni scelta appare segnata dalla provvisorietà – Bauman parlava di società “liquida” – la famiglia resta comunque il luogo di relazioni forti che incidono in maniera profonda, sia nel bene che nel male, nella vita dei singoli membri. L’altro, nella famiglia, perde la sua connotazione di instabilità, come invece ormai accade nella maggior parte degli ambienti sociali, e non solo quelli digitali: basta cambiare canale, amicizia, partito… Nella famiglia l’altro non può essere annullato. Le nostre società non potranno fare a meno della famiglia eterosessuale e riproduttiva, proprio perché è una forma sociale unica, una scuola particolarissima di educazione all’alterità. Essa è risorsa e sorgente di quella socialità tra diversi che non fagocita le differenze. La stessa genitorialità – intesa come apertura alla trascendenza del figlio – implica alterità e amore senza preferenza. Il figlio, per fortuna e almeno fino ad oggi, non si sceglie. Né il figlio sceglie il genitore.

Si deve riconoscere, peraltro, che la forma della famiglia, nel corso del tempo, si è organizzata secondo forme diverse, ovviamente sempre all’interno delle sue due dimensioni costitutive, quella generazionale e quella sessuale, ognuna delle quali ha avuto anche i suoi limiti e i suoi problemi. Si potrebbe anche dire che la famiglia via via ha imparato a rispettare la libertà individuale e a creare condizioni di un più effettivo rispetto reciproco. In particolare, i rapporti  famigliari si sono man mano liberati dall’idea del possesso o dall’assunzione acritica dei modelli di disuguaglianza dati per scontati nel contesto sociale circostante. Basti pensare, ad esempio, al rapporto maschile/femminile o padre/figlio, che hanno subito nel tempo profonde rielaborazioni che hanno fatto crescere la famiglia, rendendola migliore e più adatta all’avanzare  dello sviluppo.

Va tenuto presente anche il rischio del ‘familismo’: ossia l’incapacità di universalismo e la tendenza a favorire in ogni modo, anche fuori dal contesto familiare, i membri del nucleo. Questa tendenza è stata causa di molteplici derive ‘amorali’, come la contrapposizione tra il bene interno al gruppo familiare e il bene della comunità più allargata. Riuscire a conservare il calore e l’affetto intrafamiliare senza compromettere la sfera pubblica e le condizioni dell’universalismo necessario alla società avanzata è stata, e ancora oggi è, almeno per alcuni aspetti, una sfida difficile. Lo dimostra l’oscillazione tra la permanenza di forme di familismo regressivo, da un lato, e l’affermazione di un individualismo radicale, dall’altro, che, arrivando a distruggere la famiglia, stravolge il percorso di umanizzazione senza avere idea delle conseguenze di lungo periodo.

Vanno evitate le due tentazioni: la rassegnazione al declino o l’arroccamento sul presente. A mio parere la crisi che la famiglia sta traversando – anche se in maniera diversificata nelle diverse aree del pianeta – è una grande sfida da raccogliere. Dipende da noi affrontarla con intelligenza e speranza. Può essere anche una crisi di crescita. Dipende da noi. Certamente dovremmo essere molto più attenti al desiderio profondo degli uomini e delle donne di oggi. Nonostante l’ostile contesto culturale, la gran parte delle persone desidera una famiglia come luogo per la propria vita. Per questo penso sia illusorio pensare di sradicarla. Ma non c’è dubbio che dobbiamo favorire modelli di famiglia che rispondano alle nuove condizioni della società: una famiglia più consapevole di sé, più rispettosa del suo legame con l’ambiente circostante, più attenta alla qualità dei rapporti interni, più pronta al dialogo intergenerazionale, più interessata e capace di vivere con altre famiglie. E così oltre. Insomma, se oggi c’è meno famiglia, in senso quantitativo, è però necessario più famiglia, in senso qualitativo. Non c’è, oltre la famiglia, un’altra via per la piena umanizzazione di coloro che nascono alla vita. La famiglia rimane – potremmo dire anche grazie ai suoi difetti e limiti – il luogo della vita, del mistero dell’essere, della prova e della storia. La sua unicità la rende un incredibile e insostituibile “patrimonio dell’umanità”.

Vers une Église «  familiale » et « missionaire »

Vorrei a questo punto offrire qualche riflessione sulla Esortazione Aposotolica, Amoris Laetitia, inserendola nel quadro della crisi contemporanea. Non potendo presentare il testo nella sau interzza, propongo qualche linea generale per la lettura della Esortazione Amoris Laetitia. La prima cos ache vorrei presentare è la visione strategica con cui il Papa affronta la famiglia. Per il Papa la famiglia ne concerne pas seulement l’histoire des individus et de leurs désirs d’amour (qui existent cependant), mais l’histoire même du monde. A dire il vero tale prospettiva è millenaria, basti pensare a Marco Tullio Cicerone, un giurista dell’antica Roma, il quale definiva la famiglia: « familia est principium urbis, et quasi seminarium rei pubblicae ». Tale prospettiva assume un valore anche decisivo in una società come la nostra segnata da un iper-individualismo. La famiglia resta la fonte più importante per costruire legami stabili. Per questo non va mai separata la famille et la société. La controprova è evidente : se le cose non vanno bene in famiglia, non andranno bene neppure nella società. E viceversa. 

Au sein de cet horizon stratégique – ed è la seconda osservazione che vorrei fare -, le Pape demande un changement de rythme et de style qui touche la forme même de l’Église. L’Église ne pourra pas mener à bien la tâche que Dieu lui a assignée concernant la famille, si elle n’impliquera pas les familles dans cette même tâche, à la manière de Dieu, et donc sans assumer elle-même les traits d’une communion familiale. Cette ecclésiologie essentielle de la famille est, pour ainsi dire, le souffle qui donne sa respiration au texte de l’Exortation Apostolique, l’horizon vers lequel veut se diriger le sentiment chrétien pour cette nouvelle ère. Une telle transformation, si elle est reçue avec foi, est destinée à transformer résolument le regard avec lequel doit être perçue l’Église des croyants dans cette étape historique. L’Exhortation demande un nouveau mode d’être Église, une nouvelle « forma ecclesiae », qui doit être toute missionnaire, toute « en sortie », en « effective » sortie. Voilà pourquoi, pour en rester au domaine de la famille, il ne suffit pas simplement de réorganiser la « pastorale de la famille ».  Il faut beaucoup plus : il faut rendre « toute la pastorale une pastorale familiale » ou, encore plus clairement, il faut rendre « toute l’Église familiale ».

Le Pape est bien conscient qu’il n’est pas facile ou évident d’accueillir cet horizon. Mais il ne veut pas être mal compris. En effet, même parmi les croyants, ceux qui voudraient une Église qui se présente essentiellement comme un tribunal de la vie et de l’histoire des hommes, ne font pas défaut. Une Église, procureur de l’accusation. Le Seigneur a voulu une Église courageuse et forte dans la protection des plus faibles, dans le rachat des dettes, dans le soin des blessures des pères et des mères, et celui des fils et des frères, en commençant par ceux qui se reconnaissent prisonniers de leurs fautes et désespérés pour avoir échouer leur vie. Et elle veut que tous soient accompagnés jusqu’à la pleine intégration au Corps du Christ qui est l’Église.

Comme il est évident, il s’agit d’un nouveau style ecclésial à entreprendre. Et cela exige également une prise de conscience de la diversité des situations. Le Pape ne propose ni une nouvelle doctrine ni de nouvelles règles juridiques. Dans le texte, le Pape rappelle que déjà au cours du Synode, il y a eu une pluralité d’interventions des évêques qui ont composé un « magnifique polyèdre »(n°4). Un tel horizon sollicite la théologie à entreprendre une réflexion renouvelée en la matière et exhorte les Églises particulières à prendre sur elles la responsabilité de faire face aux innombrables défis auxquels les familles doivent faire face dans les différents contextes sociaux et culturels. Sin dall’inizio il Papa afferma : in ogni paese o regione si possono cercare soluzioni più inculturate, attente alle tradizioni e alle sfide locali. Infatti, «le culture sono molto diverse tra loro e ogni principio generale […] ha bisogno di essere inculturato, se vuole essere osservato e applicato». E qui si apre lo spazio alla responsabilità anche della teologia e delle scienze per mettere in relazione il Vangelo di sempre con le nuove condizioni culturali e sociali nelle quali vivono le famiglie e le stesse comunità cristiane. Un orizzonte che coinvolge i cristiani – e le famiglie cristiane – nel Medio Oriente di oggi, divenuto più complesso che nel passato. E una istituzione universitaria come questa non può non affrontare con rinnovata creatività il dialogo tra il Vangelo della Famiglia e le altre religioni e culture di questa terra. E non parlo solo della questione dei matrimoni misti.

La famille et sa vocation sociale

Resta comunque urgente che le comunità cristiane e le stesse famiglie siano più consapevoli della vocazione sociale del matrimonio e della famiglia. Potremmo dire che la famille a la vocation et la mission de rendre la société « familière ». E’ nella famiglia que l’on apprend l’alphabet de la coexistence solidaire et pacifique entre les différentes personnes. Les chapitres IV et V forment la partie centrale de l’Exhortation Apostolique où l’on décline le lien d’amour entre un homme et une femme et la fécondité génératrice qui en découle. Le Pape ne se limite pas à commenter la leçon du Cantique des Cantiques, qui reste certainement un joyau de la révélation biblique de l’amour de l’homme et de la femme. Mais, de façon tout à fait originale, le Pape François commente dans les détails – mot pour mot – la fin phénoménologique de l’amour inspiré par Dieu dans le splendide hymne paulinien de 1Corinthiens 13. Le Pape parle de l’amour dans une clef toute autre que mystique et romantique. Nous sommes loin de cet individualisme qui enferme l’amour dans l’obsession possessive « à deux », qui menace par ailleurs la « joie » des liens conjugaux et familiaux. L’accent est mis sur la fécondité et la générativité de l’amour conjugal. L’on parle d’une façon spirituellement et psychologiquement profonde d’accueillir une nouvelle vie, de l’attente pendant la grossesse, de l’amour comme père et comme mère, de la présence des grands-parents. Mais aussi de la fertilité élargie, de l’adoption, de l’accueil et de la contribution des familles à promouvoir une « culture de la rencontre », de la vie dans la famille au sens large, avec la présence des oncles et des tantes, des cousins et des cousines, des parents de parents, des amis. Le Pape souligne la dimension sociale inévitable du sacrement du mariage (n° 186) dans laquelle se décline aussi bien le rôle spécifique de la relation entre les jeunes et les personnes âgées que la relation entre les frères et les sœurs comme une sorte de stage de croissance dans la relation avec les autres.

Questa prospettiva ci riporta all’origine della rivelazione cristiana quando Dio affidò all’alleanza dell’uomo e della donna sia la “terra” (perché diventasse il loro “habitat”), sia la responsabilità delle generazioni (ossia dei legami che realizzano la società umana e la sua storia). Le prime pagine della Genesi ci dicono che la storia del mondo e la storia della sua salvezza, camminano sulle gambe di questa alleanza di Dio con l’uomo e la donna. Dove essa è attiva e feconda, l’umanesimo cresce e la promessa custodita dalla fede viene sostenuta e onorata. Dove quell’alleanza si sfalda, l’umanesimo si arresta, e la promessa della fede viene mortificata. En bref, l’on ne se marie pas tout simplement pour nous-mêmes. Le mariage est plus riche en biens si le couple ne se renferme pas sur lui-même : ce retrait n’apporte plus le bonheur, il apporte la tristesse. La famille est le moteur de l’histoire, l’amour qui travaille pour la vie : et il n’est certainement pas le refuge de ceux qui souhaitent se soustraire aux défis de la vie et de l’histoire. C’est dans ce passage et cette alliance entre les générations que se construit toute la richesse des peuples, la connaissance, la culture, les traditions, le don et la réciprocité.

La Genesi mostra quindi senza esitazioni la dimensione fondamentale della relazione tra le persone. Anzi, tra le persone e l’intera creazione. Il messaggio biblico è chiaro: l’uomo e la donna vengono da Dio e sono indissolubilmente legati l’uno all’altra. Per ambedue è impossibile vivere senza l’altro. La polarità creaturale uomo-donna è costitutiva per l’umanesimo biblico. L’immagine di Dio sulla terra, pertanto, è la fraternità tra tutti. Ci si completa a vicenda. Secondo la narrazione biblica, l’alleato di Dio sono l’uomo e la donna insieme. Il termine del processo creativo è l’umanità: uomo e donna come custodi della creazione, intesa come casa comune. Nessun individuo può dirsi perciò assoluto (ab-solutus, ossia sciolto dagli altri). L’uomo è strutturato per stare in comunione con gli altri. Da solo, sta male. Anche Dio è così, sembra dire in tutte le sue pagine la Bibbia. Egli non è una solitudine, non è un singolo per quanto potente. E’ una comunione di tre Persone, diverse l’una dall’altra ma ciascuna bisognosa dell’altra. E’ il mistero cristiano della Trinità alla cui immagine l’uomo e la donna sono stati creati. Il Dio cristiano non è monoteismo assoluto, è un monoteismo generativo. Così è della famiglia, perché così è della Chiesa.

Quelques perspectives pastorales

Da questo orizzonte teologico sgorga l’urgenza di un nuovo rapporto tra le famiglie e la comunità ecclesiale. Purtoppo un divario profondo separa spesso le famiglie dalla comunità cristiana. In sintesi potrei dire che le famiglie sono poco ecclesiali (perché spesso rinchiuse in se stesse), mentre le comunità parrocchiali sono poco famigliari (perché spesso prese da una burocrazia esasperante). E’ un punto cruciale sul quale porre molta attenzione. E’ necessario un nuovo orizzonte che ridisegni la stessa parrocchia come una comunità che sia essa stessa famiglia. E qui sono interrogate tutti gli aspetti della vita pastorale, dalla iniziazione cristiana alla pastorale giovanile, dalla Liturgia della Domenica  alle celebrazioni dei Sacramenti. E se è vero che il matrimonio è indissolubile, è ancor più vera l’indissolubilità del legame della Chiesa con i suoi figli e figlie: perché è come quello che Cristo ha stabilito con la Chiesa, piena di peccatori che sono stati amati quando ancora erano tali. E non sono mai abbandonati, neppure quando ci ricascano. Questo, come dice l’apostolo Paolo, è proprio un mistero grande, che va decisamente oltre ogni romantica metafora di un amore che rimane in vita soltanto nell’idillio di “due cuori e una capanna”.Questa più essenziale ecclesiologia della famiglia è l’orizzonte verso il quale il Papa vuole condurre il sentire cristiano per questa nuova epoca. Tale trasformazione richiede un modo nuovo, famigliare, di concepire e vivere la Chiesa in questo passaggio d’epoca.

Il faut développer avec urgence une nouvelle attention à l’accompagnement des fiancés jusqu’à la célébration du sacrement. Le texte insiste sur le fait d’aider les fiancés à redécouvrir la vie de la communauté ecclésiale : il est toujours plus évident qu’il s’agit de vivre la foi en accord avec la vie de la communauté. Tout « individualisme religieux », comme l’a observé Benoît XVI lui-même dans l’Encyclique Spe salvi, doit être éloigné. Il est indispensable d’accompagner la nouvelle famille alors qu’elle accomplit ses premiers pas (y compris la question de la paternité responsable). Ici, nous sommes confrontés à un vaste domaine presque totalement inconnu de la vie ordinaire des paroisses. À ce propos, l’expérience des mouvements de la famille qui ont déjà identifié des parcours d’accompagnement efficaces peut être utile. Et c’est également dans cet horizon que les associations familiales doivent être soutenues, aussi bien afin d’aider la vie spirituelle des familles que pour qu’elles soient présentes d’une façon plus efficace dans la vie sociale et même politique.

Non mi dilungo sul tema relativo all’accompagnamento delle famiglie « ferite ». Il Papa, mentre sottolinea che il ne faut absolument pas renoncer à illuminer la vérité du parcours de la foi et les fortes exigences de la séquelle du Seigneur, nello stesso tempo esorta a non abbandonare nessuno. C’è bisogno di uno sguardo di compassione più che di coindanna. L’indication que le texte remet aux Évêques est simple et directe. Il s’agit de trois verbes qui constituent un itinéraire unique : accompagner, discerner, intégrer (dans la communauté chrétienne). Il est évident qu’un tel itinéraire n’est possible qu’à une seule condition, à savoir que la présence de la communauté chrétienne soit claire. L’on pourrait dire que c’est la communauté avec son berger qui est appelée à accompagner, à discerner et à intégrer celui ou celle qui doit s’acheminer, justement, vers une croissance dans l’amour du Christ. Nous savons parfaitement, en effet, que Dieu ne sauve pas individuellement, mais en nous rassemblant dans un peuple. C’est ce que souligne clairement le Concile Vatican II. Et tous nous savons que la foi partagée et l’amour fraternel peuvent faire des miracles, même dans les situations les plus difficiles.

Conclusione

Per concludere vorrei sottolineare che nel kairos attuale, la Chiesa porta sulle proprie spalle la responsabilità di mostrare al mondo che il vincolo stabile e procreatore dell’uomo e della donna costruisce realmente comunità umane che sono all’altezza dell’umano. È decisivo contrastare la deviazione di un adattamento della Chiesa all’ideologia moderna della società dell’individuo. La risposta è affidata ad una nuova primavera delle famiglie cristiane, tanto di quelle che godono di buona salute, quanto di quelle che sono ferite, aiutate e rese in grado di uscire con gioia da ogni confinamento che le possa chiudere in se stesse, per porsi, se così si può dire, tutte in uno “stato di missione”, e cioè nell’atteggiamento di condividere familiarmente i propri beni, sotto il segno della fede. Il vincolo delle famiglie con la comunità ecclesiale – anche se troppo fragile come ho già detto – è determinante. Credo sia qui il punto di svolta. Nella frammentazione umana di oggi, deve essere dato nuovo impulso alla dimensione ecclesiale. Solamente comunità e famiglie vive e vitali custodiscono questo “grande mistero”, rispetto a “Cristo e la Chiesa”, di cui parla l’Apostolo Paolo (Ef 5, 32). L’orizzonte si amplia immediatamente. Ripeto: è necessario ispirare al senso familiare tutta la vita della Chiesa, affinché essa sia ogni volta più “Famiglia di Dio” e fermento che aiuti l’umanità ad essere una “famiglia di popoli”.

Intervento all’Università La Sagesse di Beirut