“Da Milano l’antidoto contro l’indifferenza”

DI PAOLO RODARI

“Sono rimasto felicemente sorpreso nel vedere che in questa manifestazione era presente la società nella sua pluralità. Non è stato un evento di élite. C’erano anziani e bambini, persone di tutte le estrazioni, molti dalla periferia. È stato l’emergere del bisogno di un “noi” teso a ricostruire i legami”. Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, vede nella manifestazione di Milano un antidoto contro “lo smarrimento della speranza”. Temi, fra l’altro, che ha a lungo approfondito in Il crollo del noi (Laterza), il suo penultimo lavoro.

Monsignore, se le fosse stato possibile avrebbe partecipato?
“Al di là della mia presenza, voglio dire perché per me è stata importante. Anzitutto perché è stata capace di convogliare persone diverse senza essere di parte. Non si è caratterizzarla con i “no” agli ismi, ma con un “sì” a un futuro più solidale per tutti”.

Per il garante del Movimento 5 Stelle, Beppe Grillo, nella società italiana non c’è alcun razzismo “ma soltanto un crescente egoismo sociale”. Cosa pensa?
“Ognuno legge la storia e gli eventi secondo il proprio punto di vista. Ciò che a me pare decisivo è scendere in profondità per cogliere quei movimenti che vanno oltre la cronaca. Manifestazioni come questa aiutano a ripensare il futuro delle nostre città al di là degli steccati e delle frontiere. Quando si dice “prima le persone”, si afferma il cuore stesso sia del cristianesimo sia dell’umanesimo. Entrambi sono chiamati a ritrovare un’alleanza attorno al primato della persona, dell’uomo; insomma, il primato del bene comune sul bene di parte”.

Per alcuni i cosiddetti “altri” sono un pericolo. Fra questi i migranti che chiedono di poter entrare nel nostro Paese.
“Credo ci sia bisogno di riscoprire un sano amor di patria. Amore per chi chiede di entrare, ma anche amore per chi parte. Si discute tanto dei migranti che vengono ai nostri confini e poi ci si dimentica che ogni anno tantissimi giovani lasciano l’Italia. Attenzione a chi arriva e a chi parte sono due dimensioni che dovrebbero convivere. Invece si attacca chi arriva e c’è silenzio su chi fugge”.

Qual è la malattia del nostro Paese?
“Del nostro come di tanti altri Paesi: l’indifferenza che disgrega il convivere. Nel profondo del credo cristiano è iscritta l’utopia della fraternità o, se si vuole, della prossimità, partendo dai più deboli. Questa lungo corteo mi ha fatto riflettere sulla necessità di avere “pensieri lunghi”, che aiutino quell’integrazione tra diversi che è l’unica condizione possibile per vivere nella pace”.

A chi guardare in questo momento?
“Abbiamo due grandi figure che insistono ed esortano nell’avventura dell’integrazione, papa Francesco e il presidente Mattarella, due cattedre autorevoli che non a caso hanno davanti a loro orizzonti che non conoscono confini”.

(REPUBBLICA)