Assemblea generale dell’Accademia per la vita – intervista di “Avvenire”

L’immagine che avete scelto per accompagnare il programma dell’Assemblea generale è quella di un bambino che “misura” la propria crescita con una serie di tacche segnate alle sue spalle. Ma, al suo fianco, c’è il disegno incombente di un dinosauro. Quali sono i nuovi volti del mostro che incombe sulla vita delle nuove generazioni?

Nell’immagine della locandina dell’Assemblea, il dinosauro non ha tanto un profilo minaccioso, quanto piuttosto la funzione di richiamare un momento arcaico dello sviluppo della vita. Come per dire che la vita umana viene da lontano e chiede uno sguardo ampio, sul passato e proteso al futuro, per essere adeguatamente interpretata e compresa. Solo così potremo decidere con saggezza sulle questioni sempre nuove che si pongono in questo ambito. Infatti è vero che non mancano minacce evidenti che insidiano la vita: pensiamo alla distruzione ambientale o all’inverno demografico, che manifesta un chiaro deficit di speranza nel futuro. Ci sono poi rischi che appaiono meno, ma non sono meno seri. Essi dipendono dal modo con cui noi stessi faremo uso dei poteri che scienza e tecnologia ci mettono nelle mani: oggi possiamo modificare le basi stesse della nostra costituzione biologica. Pensiamo ai nuovi strumenti di “taglia e incolla” sui geni, che ci permettono di intervenire con facilità sul DNA, o all’azione sui circuiti cerebrali, che influire sui processi della nostra mente. La novità è che la nostra azione incide non soltanto sull’ambiente esterno al nostro corpo, ma al suo interno. E pur sapendo poco di questi ambiti e degli equilibri che li governano, abbiamo però già la capacità di trasformarli. Se del nostro ambiente interno avverrà quanto sta avvenendo dell’ecosistema che ci circonda, ci sono effettivamente buone ragioni per temere.

In che modo i temi sul tappeto realizzano il nuovo mandato che il Papa ha assegnato alla Pontificia Accademia, che dovrà “farsi luogo di dialogo e di confronto” a tutto campo sui temi della vita?

Papa Francesco ha richiamato la responsabilità della nostra Accademia in questo momento storico per aiutare gli uomini e le donne a recuperare una dimensione più ampia della vita, combattendo il riduzionismo disumanizzante. Parafrasando Evangelii gaudium, anche per la vita umana potremmo adottare l’immagine del poliedro. Occorrono discipline e prospettive molteplici per renderne conto in modo più appropriato: ciascuna fornisce una sfaccettatura, apportando uno specifico contributo e articolandosi con altre dimensioni. Per questo durante il Congresso interverranno esperti di diversi contesti culturali e competenze, sia nell’ambito delle scienze naturali, sia in quello delle scienze umane. Saranno considerati così anche i temi riguardanti la giustizia, in un orizzonte globale, e le opportunità offerte dalla tecnologia per la promozione della giustizia.

Inoltre l’Assemblea considera la vita dal suo nascere fino al passaggio della morte, poiché è compito specifico dell’Accademia porsi al servizio della vita umana in tutti i suoi stadi, proteggendo la persona umana accompagnandola in ogni fase del suo percorso.

Perché avete avvertito la necessità di collegare il tema della tecnologia a riflessioni sull’uomo sperimentale e sul mito della prestazione? Non c’è proprio nulla da salvare nel progresso tecnologico?

Lo sviluppo delle conoscenze scientifiche e della tecnologia ha permesso importanti passi avanti nel curare malattie e nel realizzare condizioni di vita più umane. Però sappiamo che la tecnica non è priva di rischi, come anche la Enciclica Laudato si’ ci ricorda. Anzitutto si basa su una logica di dominio e di continuo accrescimento che combatte il limite senza assumerne il significato e comprenderne il valore per le relazioni umane. Quindi quando si erge a unica chiave di lettura della realtà e di azione, la tecno-scienza, che poi estende il suo dominio sull’economia e la politica facendosi tecnocrazia, conduce a conseguenze che contraddicono i fini stessi per cui aveva preso origine. Quella natura da cui volevamo proteggerci va ora protetta dai pericoli introdotti dalla stessa tecnica. Inoltre, essa tende a favorire chi parte da posizioni di maggiore vantaggio, con l’effetto di aumentare le disuguaglianze. Si tratta allora di gestire conoscenze e strumenti in modo da controbilanciare le tendenze spontanee che operano nella “cultura dello scarto” e di individuare percorsi di conversione personali e comunitari di inclusione sociale e di promozione del bene comune.

Nei temi dell’Assemblea di oggi, come siete riusciti a collegare la riflessione tra le diverse età della vita e la necessità di ridefinire una nuova alleanza tra le generazioni capace di soddisfare quel bisogno di relazioni autentiche, spesso insoddisfatto, che sembra tra i mali più cupi del nostro tempo?

Il tema della generazione è uno snodo centrale della riflessione sulla vita umana ed ha uno spazio importante nell’Assemblea. La generazione rinvia alla dimensione passiva e recettiva che è alla base della vita. Essa richiama l’evidenza – tanto elementare quanto dimenticata – che la vita non può essere trasmessa se non è anzitutto ricevuta: la persona è anticipata a se stessa nel suo trovarsi inserita nel mondo e in relazioni di cui non dispone, con il proprio corpo e con gli altri che la precedono. La riflessione credente riconosce qui Dio come padre benevolente, che dona la vita ai propri figli e figlie, offrendo loro di entrare in comunione. È qui che va riconosciuto l’incontro tra le generazioni, che può esprimersi come alleanza, se assunto con responsabilità. E questo vale non soltanto nel nascere, ma anche nel corso della vita: occorre continuare a vivere assumendo consapevolmente le implicazioni dell’essere nati, sia sul piano personale sia su quello sociale. Soffermandosi su questa esperienza, la dipendenza e il limite lasciano trasparire anche un versante positivo: non solo come luoghi di conflitto, ma anche di possibile incontro e di elaborazione di senso. Esplorando l’esperienza del nascere si può mettere meglio a fuoco il senso della corporeità, come dimensione costitutiva e non accidentale per l’essere umano, e il senso dell’incontro con il creato e fra le generazioni, per allargarsi in modo solidale fino all’umanità tutta.

Una battuta sul nuovo saggio, “Il crollo del Noi” (uscito da Laterza). Lei sottolinea il rischio di una sorta di “monotesimo dell’io” e paventa l’affermarsi di una “egocrazia” che sembrerebbe l’apoteosi del più triste soggettivismo. Come mai non siamo riusciti a capire che tutto questo sarebbe stato l’anticamera dell’infelicità?

Il libro è come un grido di allarme per il “crollo” della dimensione della socialità, appunto, del “noi”, a partire dalla famiglia, dalla città, dal paese, dalla società delle nazioni. E purtroppo si sta affermando una supremazia dell’ “io” sul cui altare si sacrifica tutto. La straordinaria conquista moderna della soggettività, sganciata dalla costitutiva dimensione della relazionalità, vien come ferita a morte. L’Io si sente l’Unico.  E così  l’uomo smarrisce anche la felicità. L’uomo infatti per sua natura è plurale, cresce nelle relazioni, vive di affetti umani. La prima pagina biblica lo affermava: “non è bene che l’uomo sia solo”. Oggi è urgente riscoprire il bisogno della relazionalità, della fraternità. La domanda dal sapore narcisistico: “chi sono io?” deve  lasciare il passo ad un’altra: “Per chi sono io?”. Dobbiamo reinventare la prossimità per ridare un volto umano alle nostre società.

(Avvenire)