“Non saremo giudicati per la fede ma per aver dato il pane all’affamato”

Viterbo – (p.p.) – “Non saremo giudicati per la fede ma per aver dato il pane all’affamato” (fotocronacaslide).

Monsignor Vincenzo Paglia, presidente della pontificia accademia per la vita, richiama all’unità cristiana all’incontro “La sfida della povertà tra giustizia sociale e solidarietà” della scuola di formazione politica del centro studi Aldo Moro al polo culturale della fondazione Carivit.

“Abbiamo bisogno di uno scatto di poesia e follia – ha detto monsignor Paglia -. È la carità che può risolvere i problemi, perché è più importante della fede e perché la giustizia da sola non è che un primo passo. Al tempo d’oggi, bisogna chiederci non se crediamo o meno, ma se amiamo o no. Riscopriamo l’innamoramento che è quello che ci permette, di fronte al crollo della città e del noi, di inventare una nuova vicinanza con l’altro.

C’è più gioia nel dare che nel ricevere e noi questa felicità l’abbiamo persa perché il desiderio che oggi abbiamo è prensile e mai gratuito. Serve l’unità cristiana per superare la povertà. Una cosa può unire credenti di fedi diverse ed è l’amore. Saremo infatti giudicati, non per il fatto di essere andati alla messa la domenica, ma se nella nostra vita avremo dato il pane all’affamato”.

Quindi sul concetto di comunità. “Dobbiamo capirlo meglio, volgendo il nostro sguardo in particolare alle periferie da cui dobbiamo ripartire, altrimenti il mondo non cambierà mai.

Da quel bambino, che è Gesù, nato nel nulla, e da chi non conta. Un’operazione non solo cristiana, ma soprattutto umana. Giustizia sociale e solidarietà si baciano. L’una implica l’altra, la giustizia è sempre da legare al bisogno di chi è più debole.

Ecco perché la sfida della povertà è la sfida del mondo e della pace. Di una nuova prospettiva. Il noi è crollato quando abbiamo dimenticato i più deboli da cui, invece, deve ripartire la città per essere una “comunitas”.

La mancanza di solidarietà ci porta in una china pericolosa, senza distinzioni nelle diverse aree del mondo. Ogni volta che la chiesa si è allontanata dai poveri si è mondanizzata e ha perso il suo peso. Riavvicinandosi con l’evangelizzazione ha preso consapevolezza e slancio per essere più solidale e meno chiusa. Lo stesso che dovrebbe fare Viterbo per risorgere e riavere vigore. Così si riparte bene”.

Seduti alla tavola rotonda anche Pierciro Galeone, direttore dell’Ifel, e lo scrittore Filippo La Porta. Ha moderato il giornalista del Tempo Daniele Di Mario.

Galeone ha riflettuto sul ruolo degli enti locali. “In Italia – ha detto Galeone – il welfare è sulle spalle fragili dei comuni e mentre la spesa sanitaria è in media, quella per i servizi sociali è bassa. Famiglie, minori, dipendenze, immigrati e anziani: tutte categorie di cui i comuni devono occuparsi con strutture specializzate, associazioni o contributi.

Solo oggi si pensa a un sistema nazionale, ma per ora è tutto sulle spalle delle amministrazioni, spesso con buoni esiti, ma il più delle volte con grosse difficoltà. La spesa pro capite del Trentino, per esempio, è dieci volte quella della Calabria. Sembra quasi di stare in continenti diversi.

Quello che si può fare è cercare di integrare le risorse e cioè la ricchezza delle società civile col contributo dei privati, due elementi che però funzionano bene solo quando il pubblico è forte. Non si crede più nella città e nel centro. Non ci sono prospettive di cambiamento e la speranza si è persa. Ecco perché si creano le periferie e la povertà. Bisogna ristabilire il rapporto col pubblico per credere in una soluzione”.

Infine, La Porta ha tratteggiato la figura del povero sulla base della sua esperienza personale alla Caritas di via Marsala a Roma. “Anche il welfare più efficiente – ha detto La Porta – non vanifica il valore della carità. Da un anno e mezzo, ogni domenica, vado a servire gli ospiti della Caritas e per tre ore distribuisco dalle 300 alle 400 porzioni. Sono specializzato nei secondi piatti. Alcuni sono soddisfatti dal mio servizio e altri se ne lamentano.

Vado in via Marsala e non mi so dare una risposta sul perché lo faccio. Ci vado perché sento che questa cosa la devo fare e basta. Vedo, tocco e sento un odore che mi resta addosso per tutto il giorno successivo.

I poveri hanno le bocche sdentate, le cicatrici, facce sfigurate dalle paralisi e i vestiti strani, a volti messi bene altre no. Le loro facce sono gentili, ma spesso capita che siano anche rancorose e aggressive. Un rancore che nasce dal fatto che loro stanno dall’altra parte e si vergognano di essere in quella condizione.

Quando sto lì, mi sembra, da una parte, di attraversare faticosamente il tempo con la testa assolutamente vuota. Minuto per minuto. Ma, dall’altra, sento anche che questa esperienza che pur mi toglie energie, al tempo stesso, mi dà qualcosa perché mi mette in contatto con una parte di me e una mia verità che altrimenti resterebbero nascoste”.

Prima del dibattito, l’intervento di Domenico Merlani, presidente della camera di commercio, che ha contestualizzato il problema della povertà nella provincia.

“Vorrei fare il quadro dal punto di vista economico – ha detto Merlani -. Nella nostra città, non abbiamo casi estremi di povertà, ma stiamo constatando, nell’ultimo periodo, che è aumentata la popolazione che vive al di sotto della soglia della povertà.

La crisi ha avuto un impatto sul paese fortissimo. Il pil pro capite nella Tuscia è basso e ha ridotto notevolmente la capacità di acquisto delle famiglie.

Negli ultimi dieci anni, inoltre, si sono ridotti i patrimoni. Cambiamenti dovuti, in primis, al problema del mercato del lavoro con la disoccupazione che è passata dal 10,6 per cento del 2010 al 13,7 del 2015, penalizzando soprattutto le donne e le giovani coppie con le famiglie monoreddito che sono quelle a entrare prima di tutti in crisi.

Il settore delle costruzioni, trainante nel capoluogo, è passato da un’occupazione dell’11 per cento al 5,4 nel 2015. Si è dimezzata. La condizione demografica è inoltre stagnante per cui ci sono molti giovani in uscita e un indice di anzianità elevato che abbassa il livello di produttività.

Ci sono da aggiungere l’accesso al credito e la situazione delle banche che sono sempre più complicati. Una miscela esplosiva. Non dimentico poi il taglio delle risorse agli enti. La camera di commercio, per esempio, metteva in campo due milioni di finanziamenti sul territorio che oggi non ci sono più.

La politica demagogica dei vertici, col taglio indiscriminato per ottenere voti, ci sta abbandonando perché colpisce tutti e non si dà più niente a nessuno. Si devono tagliare i rami secchi e non quelli che possono dare contributi per il miglioramento degli altri e, nel nostro caso, per le piccole imprese.

Dovremmo sostenere i progetti di crescita e sviluppo, attivarci per la sburocratizzazione e dare sostegno ai nostri giovani e a chi ha la possibilità di investire per creare occupazione. Condizioni fertili per stimolare la crescita.

Nel 2016, secondo l’Istat, la produzione industriale ha dato segnali positivi per cui credo ci siano le condizioni per ripartire. Non sottovalutiamoli. Non possiamo far finta del cambiamento del tenore di vita di molte persone che sono accanto a noi. Mettiamo in campo tutte le misure per combattere la povertà e l’esclusione sociale. Infondiamo fiducia e positività – ha concluso -. Ne abbiamo bisogno”.

Dopo di lui, Aldo Piermatti, presidente volontari Caritas “Don Alceste Grandori”.

“È importante parlare di certi aspetti – ha detto Piermattei – per andare avanti. Come associazione, operiamo in tutta la diocesi, abbiamo aperto la mensa da circa 22 anni e tutti i giorni provvediamo a distribuire pasti a una settantina di persone, con amore e famigliarità.

Insieme a questo, ci sono il centro di accoglienza notturna per persone che hanno bisogno di riparo e quello di ascolto. Tra le iniziative recenti, gli orti solidali della Caritas affidati a persone in difficoltà che hanno anche bisogno di stare impegnati. Il ricavato spesso viene condiviso anche con la mensa e il centro distribuzione viveri per fare comunione.

Tutte le iniziative sono possibili grazie al sostegno della diocesi e all’attività dei volontari che si alternano per pulire, sistemare e preparare il pranzo. Sembra una grande famiglia. Lo facciamo perché si cerca di fare un cammino vicino e con le persone abbandonate e dimenticate. Sarebbe bello un giorno chiudere tutte queste strutture e solo perché non ce n’è più bisogno. Dovremmo aspirare a questo.

Non ci dobbiamo far scoraggiare o perdere la speranza. Solidarietà e comunione devono essere portate avanti nel rispetto della dignità delle persone, sensibilizzando il territorio. Sono queste alcune risposte che dovrebbe garantire a chi è in difficoltà. Non voltiamoci dall’altra parte perché la povertà ci riguarda tutti”.

Ha aperto il presidente della scuola di formazione politica Aldo Fabbrini. “La povertà è un tema attuale – ha detto – speriamo, con questo convegno, di dare il nostro contributo e di mettere una pietruccia per la risoluzione del problema”.

paglia3

Poi il sindaco Leonardo Michelini. “Mi auguro troveremo dei modelli su come affrontare questo problema. Molto dovremmo fare attraverso la sussidiarietà. Persone che si danno da fare per aiutare gli altri. Un aiuto che vuole dare dignità all’uomo per farlo uscire da certe emergenze”.

Poi l’intervento del vescovo Lino Fumagalli. “È un’occasione propizia per riflettere insieme sulle situazioni di povertà sul nostro territorio – ha detto Fumagalli -. Senza fare ideologia. La povertà è una sfida per la dignità di ciascuno di noi. Che ci interpella da vicino perché i beni che abbiamo sulla terra, servono per tutti gli uomini, poi viene la proprietà privata. Quindi prima di tutto viene la condivisione e la giustizia per cui i beni sono per tutti per garantire una dignitosa vita umana. L’interesse episodico alle difficoltà deve essere superato, perché si passi a una cultura della solidarietà che plasmi le persone. Che tocchi il nostro modo di pensare e agire.

Tutti siamo responsabili di tutti come diceva Giovanni Paolo II. Mi auguro che il convegno ci aiuti a prendere su di noi la vita degli altri e ci aiuti a portare avanti progetti concreti”.

Ha portato i suoi saluti anche il presidente della Commissione d’inchiesta sulla morte di Aldo Moro, Giuseppe Fioroni. “Guardando i poveri da lontano – ha detto Fioroni – ci abituiamo a pensare che non ci siano o che facciano parte del panorama delle nostre periferie. La mano pubblica non deve pensare che la povertà sia un problema della carità o del volontariato. Non è così.

La frontiera della povertà negli ultimi dieci anni è cambiata e non in Italia, ma a Viterbo con persone che, alla soglia della pensione, con la crisi, si sono ritrovate a non riuscire più a badare a sé stessi o ai loro figli.

La riflessione di oggi servirà a ragionare sul fatto che la povertà è un problema di tutti noi e che dobbiamo affrontarla seriamente”.

Nella sala, piena, erano presenti, tra gli altri, le consigliere Daniela Bizzarri e Martina Minchella, gli assessori Luisa Ciambella e Antonio Delli Iaconi, il commissario dell’Ater Pierluigi Bianchi, ma anche amministratori della Tuscia e cittadini.

paglia2

(da Tuscia Web)